Visualizzazione post con etichetta art. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta art. Mostra tutti i post

lunedì 21 ottobre 2013

Autunno sul monte Kum Gang

"Il monte Kum Gang non si dimentica neppure nel sonno"
[detto coreano]


Autunno sul monte Kum Gang

Abbiamo già avuto modo di parlare positivamente di Mutty in occasione della sua inaugurazione avvenuta lo scorso 22 settembre a Castiglione delle Stiviere. Come avevamo accennato, la partenza prometteva già bene, non solo per l'ottima organizzazione dello spazio, per l'eccellente servizio svolto dalla raffinata caffetteria e dal ricercato Book Shop al piano terra, ricco di proposte letterarie davvero interessanti, ma, inoltre, per il corposissimo carnet di eventi in programma per i prossimi mesi.
Dopo la precedente mostra collettiva su Bruno Munari, organizzata da Corraini Arte Contemporanea Edizioni, che aveva dato il via alle iniziative del Mutty, sabato 19 Ottobre è stata inaugurata una nuova mostra intitolata "Autunno sul monte Kum Gang". Noi di Philartdesign ci siamo stati ed è stata una bellissima esperienza.
La mostra si presenta come uno stimolante scorcio sulla produzione artistica nordcoreana. Le opere proposte sono di difficile reperabilità e sono potute arrivare a far parte di questa mostra grazie al competente lavoro culturale e alla grande sensibilità artistica di Pier Luigi Cecioni, presidente dell'Associazione culturale studi nordcoreani di Firenze, in collaborazione con lo Staff di Mutty, che ha dimostrato la sua perspicacia e la sua passione nel cercare di proporre percorsi culturali non troppo battuti, ma sicuramente di grande importanza artistica e ricchi di spunti di riflessione sul nostro presente.
L'esposizione contiene principalmente due tipologie di opere: alla prima tipologia appartengono i dipinti realizzati con la tradizionale tecnica pittorica denominata "Korean Painting" (di cui parleremo in seguito), mentre la seconda tipologia consiste in una serie di manifesti di propaganda commissionati dal regime e dipinti a mano.
Tutte le opere a china e parte dei manifesti sono stati realizzati dal Mansudae Art Studio di Pyongyang, la capitale della Corea del Nord. Fondato nel 1959 è uno dei più grandi centri di produzione artistica mondiale e, ovviamente, il più importate del Paese. Situato vicino al centro della città, occupa una superficie di 120000 metri quadri e ospita 4000 addetti di cui circa 1000 sono artisti. Il Mansuedae Art Studio ha realizzato quasi tutte le opere ufficiali della nazione comprese quelle monumentali e ha parecchie richieste anche all'estero. Esso è diviso in 13 gruppi creativi, tra cui il più importante è quello del Korean Painting. Altri gruppi sono pittura a olio, scultura, xilografia, poster, arti applicate, design, ricamo mosaico e Jewel Painting, una tecnica tipicamente coreana che utilizza pietre ridotte in polvere. Gli artisti del Mansudae hanno un'età che va dai 23 anni ai 70 e sono quasi tutti laureati alla facoltà delle belle arti di Pyongyang, l'ammissione alla quale è particolarmente difficile. Dopo la laurea solo gli artisti migliori sono invitati ad entrare nel Mansudae, in questo modo viene riconosciuta l'abilità dei singoli e, all'interno di esso, tutti gli addetti godono di uguale dignità. Dal 2006 Il Mansudae Art Studio ha una rappresentanza in Italia e dal 2009 ha anche un bellissimo spazio espositivo nel distretto 798 di Pechino, uno dei quartieri di arte contemporanea più attivo e vivace del mondo.



Passando allo specifico contenuto della mostra, come già accennato, insieme con il dipinto che da il nome all'esposizione, troviamo alcune opere realizzate con la tecnica del Korean Painting, tradizionale pittura a china policroma su carta, che raffigurano paesaggi montuosi. Con la stessa tecnica, a troneggiare su un'ampia parete bianca, troviamo "Giovani che costruiscono una centrale elettrica", l' opera principale della mostra. Questo dipinto di grandi dimensioni (1,75x3,50) raffigura un gruppo di giovani intenti a trascinare, con quella che sembra essere un'enorme slitta, i materiali necessari alla costruzione di una centrale elettrica in una zona montagnosa ed impervia. Il soggetto risulta riferibile al realismo socialista sia nel contenuto che nello stile e si presenta come una celebrazione dell'impegno e della fatica necessari alla costruzione delle infrastrutture per produrre energia, soprattutto in un territorio per l'80% montagnoso come quello nordcoreano.
Sia negli splendidi paesaggi che in quest'ultima opera, si può ammirare l'enorme maestria necessaria alla produzione di opere secondo i dettami stilistici del Korean Painting.
Il Korean Painting viene eseguito tradizionalmente in orizzontale, formato permettendo, somigliando in questo alle calligrafie. Il foglio è steso su un piano rivestito da uno spesso panno morbido e tenuto fermo tramite dei pesi. L'artista lavora su carta asciutta e molto assorbente, i colori sono variamente diluiti in acqua e hanno una gamma abbastanza ristretta, di norma 10 o 15. In questo tipo di pittura è necessaria una destrezza tecnica che non è assimilabile a quella dell'acquerello occidentale, infatti tutto si gioca sulla capacità dell'artista di valutare l'assorbimento del colore da parte della carta e di riuscire quindi a controllarne la stesura e la fluidità. Inoltre è necessario che il pittore abbia un controllo perfetto sulla mano per poter ottenere le tipiche velature cromatiche insieme ad una definizione più marcata e precisa delle figure, quasi miniaturiale. Inutile dire nell'ambito di una simile tecnica pittorica le correzioni e le cancellature sono assai difficili, perciò è necessario meditare a lungo sull'esecuzione e scegliere al meglio carta, pennelli e colori.
L'impatto visivo di questi dipinti è veramente eccezionale. Davanti ai nostri occhi si aprono paesaggi montuosi avvolti dalle nuvole, spuntoni di roccia dove la vegetazione si arrampica maestosa. Il verde, l'arancio e il rosso delle foglie campeggiano sui toni grigi del minerale e sui tenui azzurri-grigiastri del cielo che si insinua tra le frastagliature dei monti. Sono scorci su una natura che ci si presenta come qualcosa di sacro, di svettante, quasi un collegamento tra una dimensione divina e l'arte degli uomini.
Con Pier Luigi Cecioni abbiamo avuto modo di interrogarci sul perchè in Corea la pittura sia così legata alla figuratività a discapito delle evoluzioni più concettuali tipiche della contemporanea arte occidentale che tende invece a rompere gli schemi, a sovraccaricare i suoi prodotti di significati e concetti, a sfociare costantemente nella critica andando spesso oltre il suo aspetto fenomenico, in relazione ad una storia dell'arte che sembra sempre aver bisogno della sua avanguardia per progredire. Parlandone abbiamo evidenziato quanto sia importante per capire un'arte come quella Coreana il ruolo della tradizione, soprattutto quella legata al pensiero confuciano, e l'autonomia di questa rispetto a logiche economiche e di critica tipiche dello sviluppo dell'arte occidentale, ma che è nello stesso tempo, come dice bene Pier Luigi Tazzi, "espressione di una società guidata, controllata e diretta da un'ideologia dominante, il socialismo confuciano di stato, o, più precisamente per l'arte e la cultura in genere, dall'idea di Chuch'e, una sorta di valorizzazione autarchica di un'etica unitaria nel rispetto assoluto del Partito dei lavoratori e dei leader del paese, che detengono il potere". I soggetti dei dipinti sono quindi simili fra loro, la tecnica utilizzata è la stessa, ma questo non è un problema per gli artisti coreani, questo non toglie valore alla loro opera. La copia non è vista come qualcosa di disonorevole, qui non siamo all'interno di quel paradigma mimetico dell'arte occidentale che, da Platone in poi, ha visto l'arte come mera copia della realtà, portandola, dapprima, alla ricerca sulle tecniche di osservazione e all'impianto teorico della prospettiva, fino ad arrivare alla radicale distruzione e decostruzione di quest'ultimo in favore di tendenze che rifiutano la stessa rappresentazione e si aprono all'astratto e al concettuale. In questo contesto, quello coreano, si ha piuttosto a che fare con un continuo far emergere la tradizione, che si conserva e si rinnova nelle espressioni individuali, senza mai perdere la sua unità, senza mai disgregarsi e rompersi. Il tratto individuale degli artisti si applica solamente all'abilità tecnico-artigianale di ognuno di essi, senza investire nè il progetto ideale nè le scelte iconografiche, stabiliti a prescindere dalla volontà individuale.
Su questo punto risulta essere particolarmente esplicativa una dichiarazione di Kim Jong Il, ovvero che "Un quadro dev'essere dipinto in modo tale che l'osservatore possa comprenderne il significato. Se le persone che guardano il quadro non riescono a capirlo, per quanto possa essere dotato l'artista che l'ha dipinto, non si può dire che si tratti di un buon quadro". Da questo intervento si può comprendere quanto sia importante per l'arte coreana essere fruibile da tutti. Deve essere l'espressione di qualcosa che va al di là della volontà individuale e che si radica nell'unità e nell'identità di una nazione stretta intorno alla propria tradizione e al proprio Leader, che non ha conosciuto, come dice Maurizio Riotto, "quel confronto tra le classi sociali, frutto anche del rapido sviluppo economico, che invece ha contraddistinto la recente storia (ad esempio) della Corea del Sud" portando in questo modo a grandi movimenti artistici di contestazione assenti, invece, in Corea del Nord.
Dopo queste considerazioni sulla figuratività della pittura tradizionale nordcoreana, possiamo passare alla descrizione dell'altra tipologia di opere esposte che costituiscono la maggior parte della mostra, ovvero i manifesti.
Tutti dipinti a mano, a tempera e talvolta ad acrilico, i manifesti si possono dividere tematicamente in due macrocategorie: politico/militare e sociale. La loro funzione risulta essere molto chiara, ovvero è quella di diffondere messaggi di varia natura. Questo intento viene sempre espresso attraverso un'immagine di facile comprensione e di grande impatto visivo insieme ad una scritta esortativa, celebrativa o esplicativa, di solito uno slogan retorico e roboante.



Il manifesto è commissionato normalmente da un ente statale ad un artista e una volta approvata viene riprodotta dall'artista stesso e da altri a seconda della quantità desiderata. La riproduzione, venendo fatta a mano, mette in luce differenze stilistiche, anche marcate, tra le varie copie, che quindi, in un certo senso, possono considerarsi opere uniche.
Parlando delle principali tematiche, quella politica/militare è espressa il più delle volte con messaggi che tendono alla critica all'imperialismo degli americani e dei giapponesi, visti rispettivamente come possibili invasori ed ex invasori. E' interessante come, in questo contesto, non si parli mai di attaccare, ma sempre di difendersi. Gli americani sono visti come una minaccia per l'autonomia dello stato, come mostri che si travestono da essere innocui per poi attaccare con l'inganno e da cui, perciò, è necessario difendersi con la forza (le scritte dei manifesti legati a questo tema, come ci ha fatto notare Cecioni, sono spesso risibilmente truculente ed associabili ad un linguaggio tipico del mondo del fumetto). A questo proposito, secondo noi, è splendidoil manifesto "Non lasciamoci ingannare dai travestimenti degli imperialisti americani", che raffigura un soldato americano, caratterizzato da pelle violacea, unghie lunghissime e occhi demoniaci, intento ad avanzare con un coltello in mano, nascosto da un esile fuscello adornato da frutti rossi, simbolo di pace e bontà. Dal punto di vista visivo risulta davvero eccezionale.
Altra tematica dei manifesti, fortemente collegata all'ambito militare, è sicuramente l'esortazione e la glorificazione dei soldati e delle forze belliche statali. In questi manifesti spiccano i colori della nazione, in particolare il rosso e il blu, inoltre i militari vengono rappresentati come fieri difensori della patria.
Passando alla tematica sociale, si parla per lo più di esortazioni a comportamenti pratici quotidiani, in particolar modo legati al risparmio energetico e all'economia domestica, oppure a seguire le direttive del governo e a tenere un atteggiamento positivo. Altri invece hanno un intento più celebrativo come quelli riguardanti lo sviluppo di nuove tecnologie utili al Paese.
Queste opere, dal punto di vista puramente visivo, sono caratterizzate da immagini tese a colpire la coscienza dello spettatore, dipinte con colori sgarcianti e molto accesi, dove il rosso, che richiama al fuoco, elemento mobile e purificatore che allude alla rivoluzione socialista, è spesso il protagonista a livello cromatico. Il messaggio risulta quasi sempre immediato e alla portata di tutti, anche grazie alle scritte che accompagnano sempre le immagini.
Tra le cose che ci hanno colpito di più, oltre alla costante felicità quasi irreale che alberga in ognuna di queste rappresentazioni, è la presenza della donna come soggetto abituale, soprattutto nei manifesti sociali. La donna, come ci ha confermato Cecioni, ha un ruolo sociale molto importante ed è la destinataria di numerosi compiti, soprattutto, riguardanti le faccende domestiche e la gestione famigliare. Detto ciò è quindi normale che molti manifesti a tematica sociale come quelli sul risparmio dell'acqua, sull'allevamento o sulla itticoltura abbiano come protagoniste proprio le donne.
Per concludere, Autunno sul monte Kum Gang, si configura come un'importantissima occasione per entrare in contatto con un mondo e un'arte profondamente diversa dalla nostra, una mostra che ci fa riflettere, ci chiede espressamente di liberarci dei nostri pregiudizi e di ammirare la maestria e la cultura millenaria di un popolo "eremita", che pur nei suoi difetti e nei suoi problemi, è troppo spesso caricato, come tutte le cose che non si conoscono, di molti aspetti mostruosi e fantasiosi in modo forse un pò artificioso e imprudente. Riconoscere il valore artistico e l'importanza storica di questi artisti vuol dire compiere un atto di onestà intellettuale, riuscire a decentrarsi per un momento dalla nostra visione e riflettere non solo sulla nostra storia dell'arte in corrispondenza con una realtà tanto diversa, ma anche sulle logiche sociali, economiche e politiche che ne accompagnano la produzione.


sabato 5 ottobre 2013

Crossroads di El Gato Chimney

Crocevia eterni, riti arcaici, personaggi grotteschi e surreali. Riscopriamo melodie antiche, superstizioni, miti e religione popolare attraverso lo stile calligrafico e gli intensi colori de El Gato Chimney.  






Alla galleria Antonio Colombo, in via solferino a Milano, è aperta, dal 26 settembre fino al 14 novembre, la personale di El Gato Chimney dal nome "Crossroads". Dico la verità, io, El gato chimney, non sapevo nemmeno chi fosse. Un'amica durante un'interessante conversazione su facebook mi ha passato il link della pagina personale dell'artista e, dopo aver visto qualche immagine delle sue opere, mi sono convinto che se fossi riuscito ad andare a vedere la sua mostra a Milano sarebbe stata una bella cosa. Così è stato.
Partiamo dalle basi. Chi è El gato Chimney? Marco Campori, aka El Gato Chimney, nasce a Milano nel 1981 dove vive e lavora tutt'ora. Artista autodidatta, Chimney, inizia dalla strada avvicinandosi al mondo della Street Art e del writing nel pieno degli anni '90, successivamente la sua arte si evolve in senso più figurativo, esprimendosi nella creazione di posters, murales e stickers che si legano al tessuto urbano esplorando le potenzialità di supporti e materiali differenti. Negli ultimi anni le sue opere si fanno sempre più sofisticate e diventano il risultato di una profonda ricerca artistica in studio. I colori, i soggetti e i paesaggi che dapprima popolavano lo spazio cittadino diventano più complessi e vanno ad abitare la tela, dando vita a nuovi mondi surreali e misteriosi.
Le influenze artistiche e percettive di El gato Chimney sono molteplici. Sicuramente ci sono i graffiti, la street art e la cultura hip-hop (Doze Green è infatti uno dei suoi "maestri"), legati ai suoi esordi artistici, ma troviamo anche tanti altri riferimenti come: il folklore popolare, specialmente quello nordico, la cultura tribale, l'arte oceanica, l'esoterismo, il realismo magico, il fumetto, l'estetica steampunk e il surrealismo.





Le opere esposte in via Solferino si carattarizzano immediatamente alla vista per i colori, caldi e intensi, e per un tratto preciso e calligrafico. L'iconografia che l'artista ci propone è qualcosa di antico, che richiama le miniature e alcune illustrazioni di guerra medievali o spostamenti di comitive ecclesiatiche. Questa impressione viene resa attraverso figure irreali, chimeriche: piccoli uccellini antropomorfi, passerotti mascherati, scimmie vestite come sacerdoti, piccoli mostri coperti da abiti lunghi e cappe bianche, maschere primitive che celano chissà quali esseri. Processioni e migrazioni, rituali ancestrali, fanfare di personaggi grotteschi e surreali che attraversano luoghi metafisici caratterizzati da una strana calma onirica. Il filo conduttore della mostra sembra essere proprio il passaggio rituale espresso dallo stilema iconico del crocicchio, l'incrocio di tre strade della Dea Ecate, luogo dove convergono il giorno e la notte, il mondo dei vivi e quello sotteraneo dell'ade. Il visitatore è catapultato in un mondo dal significato enigmatico ed ermetico, davanti a noi si svolgono delle azioni, ci sono degli esseri che sembrano tendere verso qualcosa, ma noi possiamo solo cercare di interpretare questo tripudio di figure, andando a richiamare i nostri legami più profondi con la tradizione orale, i miti, la religione popolare, le credenze, le superstizioni e la commistione primordiale tra natura e cultura.





Nonostante i colori e l'aria folkloristica delle scene rappresentate, su di esse sembra aleggiare una strana senzazione di oblio e di morte, così come nelle opere di Bosh o dei fiamminghi, di cui El Gato Chimney sembra un parente stretto, sia dal punto di vista compositivo e tecnico, sia per la quantità di particolari che riesce ad imprimere sulla tela.
I cieli dei quadri meritano sicuramente una menzione particolare. L'autore, infatti, li divide sempre a metà con un'immaginaria linea retta che curva bruscamente in un'arcata siderale. Una dicotomia di incontro e repulsione tra una dimensione più chiara ed elettrica e una più plumbea e scura, forse il giorno e la notte, la vita e la morte, a nessuno è dato saperlo con precisione, sicuramente si ha l'impressione di essere di fronte ad un legame ancestrale dei contrari, qualcosa di creativo e di poietico, qualcosa alla base della stessa nascita dell'universo come ci diceva Eraclito, tanto tempo fa.





Questi incroci senza tempo diventano anche spazi per la dispersione di oggetti e simboli, come in un cassetto di cose dimenticate o una camera delle meraviglie. Chiavi, serrature, maschere, civette e numeri, un universo simbolico inaccessibile che trasforma ogni quadro in un rebus senza soluzione, quasi un feticcio dalla funzione apotropaica, giocando con la tradizione un immaginario misticheggiante. Oggetti comuni abbandonati per sempre o lasciati in attesa di qualcuno che assumono un'aria sacra ed eterna.
Concludendo, "Crossroads" è una mostra molto affascinante. Pur non contando tante opere, questa personale di El Gato Chimney, riesce a trasportare lo spettatore in un'altra dimensione dove folklore, leggende lontane, sogni e sacralità primitiva si fondono con un'estetica pop e surrealistica il tutto condito da uno stile pittorico che rimanda alla tradizione nordica e fiamminga. Una collisione di mondi e sensazioni davvero da sperimentare e possibilmente da non perdere.



lunedì 19 agosto 2013

Saga 1-2

Due innamorati, un'idea da proteggere, un incredibile fuga nello spazio tra mostri, eserciti, cacciatori di taglie, personaggi surreali, alberi-astronave, uomini-televisore seduti sulla tazza del gabinetto e molto, molto altro. Brian K. Vaughan e Fiona Staples firmano un mix incredibile di fantascienza, fantasy e space opera per un fumetto che è già un capolavoro.






Due mondi impegnati in un conflitto perenne. Il pianeta Landfall e la sua Luna, Wreath, si scontrano in una lotta sanguinosa che si espande a macchia d'olio, spostandosi dai terreni propri delle due fazioni verso i luoghi più remoti della galassia. "Le ali" e "Le corna", due razze nemiche, divise da un odio viscerale e secoralizzato, lottano senza tregua in un gioco al massacro che non fa altro che portare sempre più violenza.
In questo scenario tumultuoso si muovono Marco e Alana, due ex soldati, rivali per nascita, che si innamorano e decidono di scappare insieme. Il frutto del loro amore sarà la piccola Hazel, voce narrante della storia e simbolo del sogno di riconciliazione tra i due popoli in guerra, che rievoca in un lungo flashback le vicessitudini dei genitori. La fuga di Marco e Alana innescherà una tremenda caccia all'uomo che li porterà ad affrontare pericoli di ogni sorta, in particolare, le forze degli eserciti di entrambe le fazioni decisi ad acciuffarli e i freelancer, spietati cacciatori di taglie ansiosi di riscattare la propria ricompensa.
Questa è l'idea di base di Saga, scritto dall'ispiratissimo Brian K.Vaughan ( Ex Machina, Y-l'ultimo uomo) e disegnato dall'ottima Fiona Staples, pubblicato in America dall' Image Comics e portato in Italia dalla Bao Publishing che finora ha pubblicato due volumi contenenti i primi 12 albi americani (sei per il primo volume e sei per il secondo).





Il plot di partenza non sembra essere nulla di originale. Riducendo all'osso la trama di Saga potremmo dire di trovarci di fronte alla storia delle storie, uno stilema classico della letteratura, da Tristano e Isotta a Romeo e Giulietta, ovvero la vicenda di due amanti appartenenti a fazioni rivali che lottano contro tutto e tutti per il loro amore.
Detto questo, potrebbe sembrare che l'opera non sia nulla di così eclatante e di trovarsi per le mani qualcosa di trito e ritrito, ma non è così, ve lo posso assicurare.
Saga è un fumetto eccezionale. Vaughan mette in scena una coppia di amanti che, non accettando di soccombere al fato e alla ragione storica, si lancerà in una disperata fuga nello spazio per proteggere un'idea, un sogno di un nuovo corso, una piccola rivoluzione privata che ci tiene incollati alle pagine fin dalle prime battute.
Gli autori ci svelano a poco a poco i tratti caratteriali dei due protagonisti, in questo modo ne scopriamo gradualmente la profondità, le emozioni, il passato e i sogni attraverso i dialoghi e le azioni che compiono, in un viaggio epico senza cali di tensione. A mio parere uno dei punti di forza di Saga sta proprio in quello che ho appena detto, ovvero i personaggi sono caratterizzati davvero bene. Vaughan non sceglie la scorciatoia dello stereotipo, ma si lascia andare ad una delineazione psicologica delicata e complessa che trova nell'ottimo bilanciamento tra toni epici e pause riflessive un solido terreno per accompagnare il lettore in un viaggio emozionale, mai scontato o appiattito, alla scoperta delle personalità dei protagonisti.
Sullo sfondo, ma sempre ben presente e performante nelle vicende, c'è un mondo meraviglioso di luoghi e personaggi straordinari e bizzarri. Vaughan e Staples non risparmiano il proprio estro creativo mettendoci di fronte ad un universo dove si incrociano sapientemente elementi sci-fi e fantasy. Un mix origialissimo, fatto di astronavi, armi, mostri, magie, strani poteri, foreste, caverne, palazzi spaziali come se l'aria che si respira guardando Star Wars o Blade Runner si mischiasse con le pagine di Tolkien o Martin. Certe creazioni sono così d'impatto che non possiamo che rimanerne strabiliati. Durante la lettura capita spesso di farsi la domanda "Ma come cavolo gli è venuto in mente una roba del genere!!!???" penso ad esempio al Principe Robot IV con la sua testa-televisore, che mi ha fatto venire in mente l'altrettanto strabiliante Popalong Cassidy della Notte del Drive-In, oppure al Volere, freelance senza scrupoli innamorato de "il Segugio" un'altra freelance sanguinaria dalle fattezze di donna-ragno o il razzo-albero sul quale Alana e Marco scappano dal pianeta Cleave .



 Il Volere e il suo animale domestico "Gatto-bugia"



 Il principe Robot IV in una pausetta intima


Insomma, in Saga se ne vedono proprio di tutti i colori e le sorprese e il coinvolgimento non fanno altro che aumentare con il proseguimento della vicenda. Il secondo volume porta avanti ottimamente l'incipit tracciato nel primo. Vaughan aumenta la sensazione di pericolo, il senso di frenesia dato dalla fuga, ma anche la mitologia di un mondo che ci sembra di esplorare e di scoprire di persona insieme ai due protagonisti, sempre perfettamente caratterizzati. Si inseriscono inoltre nuovi personaggi, carismatici e surreali, luoghi incredibili, intrighi, piste secondarie e spunti di riflessione che pur partendo da questo scenario del tutto fantastico ci riportano alla realtà di tutti i giorni, proprio per la vicinanza che proviamo con il mondo di Saga e i suoi attori, così diversi e nello stesso tempo così simili a noi.
Un' ultima menzione la merita ciò che ha permesso a tutta questa fantasia di essere immortalata davanti ai nostri occhi, ovvero i disegni di Fiona Staples. Le tavole sono coloratissime e molto espressive. La Staples riesce efficacemente ad oscillare, con il suo tratto marcato e spigoloso, tra i toni epici delle battaglie, la comicità di certi dialoghi, la malinconia delle parti narrative fino ad arrivare al bizzarro e al grottesco di certe scene, come ad esempio l'amplesso fra i due coniugi Robot o la caratterizzazione di Sextillion.



 Izabel una "babysitter" molto speciale


 Il nonno di Hazel, un sarto formidabile

Si potrebbero ancora dire un sacco di cose su Saga, ma un pò per coincisione e un pò per non svelare troppo della trama, credo che sia meglio concludere qui. Con Saga siamo di fronte ad un capolavoro profondo e strabiliante, un'epopea che intreccia in modo mai banale elementi tratti da vari generi letterari catturando il lettore sia con la trama che con il modo in cui questa è raccontata e rappresentata. Non a caso, a maggior prova del prodotto in questione, quest'anno Saga ha sbancato gli Eisner Awards (miglior serie, miglior nuova serie e miglior sceneggiatore)
Aspettando con ansia l'uscita del prossimo volume, consiglio a tutti gli appassionati di fumetti (e non) la lettura dei primi due, sono sicuro che non rimarrete delusi!