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giovedì 23 luglio 2015

Krishna-Un viaggio interiore

"Perchè esistiamo? Quali sono i nostri desideri? La vita e le sue domande. A volte il loro peso è grave...ma io plano attraverso il mondo degli uomini sulle ali delle loro risposte. La mia storia parla della vita, perchè non è una storia su di me, è una storia sulla speranza"




Nell'ultimo periodo, a causa di alcuni impegni lavorativi, mi sono avvicinato (e appassionato) parecchio alla mitologia. Non che i miti non mi avessero mai interessato, tuttavia, mai come ora, mi era capitato di leggere e analizzare così tanti testi sull'argomento e provarci così tanto gusto. Perciò, forse spinto dall'onda di questa nuova ricerca, insieme al consueto fascino che gioca su di me il mondo orientale e alle ottime parole spese sull'autore e l'opera di cui presto andrò a parlare, mi sono deciso ad andare in fumetteria e prendere Krishna-Un viaggio interiore scritto e disegnato da Abhishek Singh ed edito dalla sempre ottima e lungimirante Bao Publishing.
Il protagonista del fumetto, come facilmente intuibile dal titolo, è Krishna. Quest'ultimo, come gran parte dei personaggi mitici e religiosi, si presenta come un essere di diversa natura a seconda della tradizione nella quale lo inquadriamo. Krishna, infatti, agli occhi di un laico occidentale, appare come un affascinante e antico mito, un personaggio protagonista di vicende in cui il sovrannaturale e il terreno si incrociano continuamente nel grande tempo dei primordi, quello della mitologia. Per un Hindu di corrente Vaisnavita, invece, è uno degli avatar del dio Vishnu, protettore del cosmo e del Dharma, la legge naturale che tutti gli esseri devono accettare e seguire poichè l'universo conservi la sua armonia. Infine, per un Krishnaita, Krishna è l'essere supremo stesso e non una delle sue manifestazioni.


Avendo a che fare con una figura così complessa, che porta con se un infinito bagaglio di storie, tradizioni, culti e interpretazioni, ne risulta che l'opera di Singh metta in scena una vicenda fortemente stratificata e frammentaria, ricca di personaggi, associazioni e situazioni disparate. Gli episodi che ci vengono raccontati non sono certamente inventati dall'autore, ma vengono presi da vari "testi sacri" come il  Mahābhārata e il  Bhagavadgītā,accompagnando il lettore in un viaggio, che pur assumento una sorta di andamento cronologico, mantiene le caratteristiche di un percorso interiore, come un flusso di immagini e pensieri senza tempo, dove la dimensione individuale e quella cosmica si intrecciano continuamente.


Si parte dunque dall'infanzia di Krisha, con la presentazione di un mondo armonioso e idialliaco, dolce e coloratissimo. Il piccolo Krishna è un irresistibile bricconcello pieno di vita e di curiosità. L'infanzia viene presentata come il tempo dell'innocenza e della spensieratezza, dove il mondo è ancora tutto da scorprire. In questa sezione sono memorabili l'episodio in cui Krishna viene sorpreso dalla madre adottiva a rubare il burro e la lotta con il serpente acquatico Kaalia. Nel primo episodio quando Yasoda, la mamma adottiva, cerca di guardargli la bocca piena di burro, vede tutto l'universo accorgendosi, così, di chi fosse il bambino che stava rimproverando. Nel secondo episodio Krishna affronta il serpente Kaalia, reo di avere avvenelato l'acqua del fiume nel quale le mucche del piccolo dio si stavano abbeverando. La lotta si rivela un'occasione per riflettere sulla natura di un essere vivente e sulla necessità per ognuno di seguire il suo Dharma, senza, tuttavia, cedere alla malvagità.
Dopo la dolcezza dell'infanzia, Singh ci presenta la triste storia dei genitori di Krishna, maltrattati dal malvagio Re Kamsa e la conseguente vendetta del giovane Krishna, la passione amorosa per la bella pastorella Radha, la storia della nascita della nascita del dio e, infine, l'epica battaglia di Kurukshetra. Quest'ultimo episodio, espresso con tavole di una potenza visiva devastante, mette in scena la lotta tra i principi Pandava e gli usuraptori del loro regno, i Kaurava. Krishna, essendo imparentato con entrambi le fazioni, deciderà di non schierarsi con nessuna delle due ma di far scegliere ai loro due rappresentanti tra la sua presenza e il suo esercito. Arjuna (Pandava) sceglierà la sua presenza e Krishna sarà dunque il cocchiere del suo carro da guerra, mentre Duryodhana sceglierà il suo esercito. Arjuna, prima dell'inizio della battaglia sarà in preda ad un turbine di dubbi esistenziali e morali, trovandosi di fronte come avversari una schiera composta dai suoi parenti più stretti. A tal punto Krishna infonderà coraggio nell'eroe, ricordandogli l'entità del suo dharma di guerriero e mostrandogli la chiave per la realizzazione spirituale. Dopo l'intervento di Krishna, Arjuna trovò la forza per combattere e portare alla vittoria i Pandava.







Krishna-un viaggio interiore è certamente un'opera che risente fortemente della cultura e della tradizione propria del suo autore, ma, come tutte le opere che hanno a che fare con i temi, il linguaggio e le immagini della mitologia, esprime dei concetti e delle riflessioni che hanno l'ampio respiro di un racconto universale. Nel fumetto di Singh il lettore viene a contatto con episodi che parlano delle coordinate base delle esistenza umana: la curiosità e l'entusiasmo per il mondo nell'infanzia, i tumulti e gli amori della giovinezza, la consapevolezza dell'età adultà, la ricerca di un'armonia con il mondo circostante, il tentativo di trovare un senso alla propria vita e il tentativo di inserirla all'interno di un disegno più grande. Per questo motivo, l'opera in questione, attraverso gli episodi della vita di Krisha diventa un "viaggio interiore" non solo nella coscienza narrata del dio, ma anche ( e soprattutto) in quella del lettore, sollevando un comparto di riflessioni e suggestioni che partono contemporaneamente dalla potenza "mitica" ed evocativa dei testi e dall'espressività delle immagini.


Trattandosi di materiale mitico, i testi di Singh hanno costantemente un'aura poetica ed aforistica, a tratti ermetica, ma sempre costantemente illuminante nella loro forza suggestiva e rappresentativa. Tutto questo si coordina alla perfezione con il comprato grafico, nel quale l'autore mostra uno stile davvero complesso e ricercato. Singh fa ampio uso del digitale e delle possibilità grafiche date dal computer senza confezionare un'opera dall'aria fredda e artificiale. Lo stile dei personaggi e degli ambienti risente sicuramente di un'estetica cartoonizzante, ricordando, per certi versi, alcune delle opere più belle della disney/pixar, soprattutto nella resa dinamica delle fasi più concitate. Tuttavia sono presenti anche notevoli influenze della pittura tradizionale indiana, soprattutto nella costante ricchezza di particolari e in alcuni "affreschi" dal tono mistico/sognante, come nella parte dedicata all'amore tra Krishna e Radha, così come qualche accenno ai comics americani, soprattutto, anche qui, nell'impostazione delle tavole nelle scene di combattimento. Oltre agli splendidi disegni, ciò che rende il volume davvero prezioso è la coloritura, fatta di tonalità accese e luminose, con ombreggiature nette e marcate, che colpiscono gli occhi all'istante con un'immediatezza davvero irresistibile. Sfogliando il volume, la percezione del lettore viene spesso invasa dalla ricchezza e meravigliosità dei dettagli che dapprima lo impressiona come uno shock, per poi  incollarlo alla pagina, nel tentativo di ammirare quanta maestria e quanto splendore siano davanti ai suo occhi.


Per concludere, Krishna-Un viaggio interiore, è un'opera notevolissima, sia dal punto di vista narrativo e contenutistico sia da quello prettamente grafico. L'autore mette in scena una vicenda universale, capace di toccare le corde profonde dell'animo umano,appassionare per il suo ritmo e stupire per la sua dimensione poetica e mistica. Il lettore viene condotto in un viaggio alla riscoperta delle linee e delle domande essenziali dell'esistenza, alla ricerca di uno sguardo armonico sul tutto che solo i miti, per la forma e i contenuti che conservano, riescono ancora a dare.

domenica 26 ottobre 2014

Sweet Tooth





La Distopia secondo Jeff Lemire




Quante volte a proposito del nostro presente sentiamo pronunciare la parola “crisi”? Crisi economica, crisi ambientale, crisi sociale, crisi dei valori, crisi delle certezze. Il nostro tempo, quello della post-modernità, della biocibernetica, della liquidità professionale, emotiva e identitaria sembra sempre essere sull’orlo di una catastrofe che nell’immaginario globale assume, di volta in volta, forme e scenari differenti. Ci immaginiamo come potrebbe essere il mondo dopo il crollo totale del nostro sistema economico, quali potrebbero essere gli effetti di una guerra globale, quali conseguenze potrebbe portare la progressiva innervazione tecnica, soprattutto dal punto di vista riproduttivo e identitario, cosa potrebbe succedere all’esaurimento delle risorse energetiche del pianeta, quali potrebbero essere gli effetti di un’epidemia globale. Insomma, credo si possa dire che, attualmente, la nostra mente viva a stretto contatto con un ampia gamma di “distopie” e che, date reali possibilità e situazioni, queste siano forse più vicine e immaginabili rispetto al passato.
Alla luce di tutto ciò non mi sorprende che anche all’interno della produzione mediale, dalla letteratura al cinema, dai fumetti ai videogiochi, la tematica distopica stia attualmente avendo un gran numero di trasposizioni, incarnazioni ed interpretazioni. Il presente è incerto, i rischi sono tanti e il futuro fa paura in molti modi, stimolando così la macchina letale dell’immaginazione.
Al fascino spaventoso di questo gioco di fantasia non è stato certamente indifferente Jeff Lemire che con la sua serie Sweet Tooth, pubblicata in Italia da Rw Lion e arrivata ad ora al suo quarto volume, inserendosi a pieno nel solco di opere letterarie come “L’ombra dello scorpione” di King o “La Strada” di Cormac McCarthy, mette in scena una nuova visione post-apocalittica del destino dell’umanità.





L’incipit dell’opera di Lemire è semplice ed efficace. Fin dalle prime pagine scopriamo che un’ epidemia, l’ “Afflizione”, ha sterminato miliardi di persone e gli unici bambini nati da allora sono una razza ibrida tra uomini e animali. Uno di questi è il giovane Gus, un ragazzino metà umano metà cervo, che dopo l’epidemia ha sempre vissuto al sicuro con suo padre in una piccola casa nel bosco. Gus non si è mai allontanato da quel luogo e il padre lo ha sempre protetto. Bisogna infatti sapere che i bambini come Gus sono gli unici esseri, ad avere una traccia di umanità,  refrattari al virus dell’Afflizione e per questo sono ricercati dai cacciatori di taglie. Tutti vogliono scoprire quale sia il segreto della loro immunità. Il padre di Gus fa di tutto per tenere suo figlio nascosto ai pericoli del mondo, ma egli deve lottare contro l’Afflizione dentro di lui che, inesorabilmente, lo colpisce portandolo alla morte. Il ragazzo-cervo si ritrova dunque da solo nel bosco, fino a quando alcuni cacciatori non lo troveranno. Tutto sembra perduto per il povero Gus, ormai braccato, quando all’improvviso appare Jepperd, un uomo enorme e dai modi violenti, che mette fuori gioco i cacciatori e si propone di aiutare il ragazzo a raggiungere “La riserva” , un posto dove gli ibridi possono vivere in tranquillità. Quale sarà il destino di Gus? La Riserva esisterà davvero o sarà solo un inganno? Chi è Jepperd? Perché vuole aiutare Gus?


Sweet Tooth è un’opera dai toni cupi, malinconici, grotteschi e a tratti bizzarri. Al contrario di molte vicende narrative che partono dagli ambienti cittadini per delineare la propria distopia, Lemire parte dall’America rurale. Non ci troviamo dunque di fronte ad una metropoli in rovina, assediata dalle erbacce e dai rottami, dove gruppi di sopravvissuti cercano di sfuggire al contagio e di sopravvivere con la forza, ma in un bosco, dove il nostro protagonista vive al riparo da ciò tutto ciò che è successo, ignaro della tragedia e immerso nella visione mistico-religiosa inculcatagli dal padre. Tuttavia, questa non è una storia dai toni dolci e il ragazzo è costretto ben presto ad uscire dall’ovattato rifugio del padre per affrontare i pericoli del mondo. Lemire attraverso immagini d’impatto e testi intimisti, dotati di grande lirismo ed efficacia, ci mostra da subito l’ingenuità di Gus, bambino-ibrido, alle prese con un universo vastissimo, fatto di personaggi mostruosi ai suoi occhi, di cui è difficile giudicare le vere intenzioni. Eppure il ragazzo non sembra mosso dalla paura, ma da una timida curiosità perché, alla fine, “il mondo non è così cattivo come diceva papà” o forse è ancora più cattivo, ma non c’è modo per dirlo se non quello di provare a viverlo. La vicenda di Gus assume quindi da subito le sfumature di un viaggio di formazione, uno scontro con la realtà che lo porterà sicuramente a crescere e a confrontarsi con se stesso e con tutte le credenze maturate nella sua infanzia. 


Insieme alla scelta di far partire la vicenda dall’America rurale storicamente sede, sia in lettura sia in cinematografia, di torbide e violente pulsioni nascoste sotto la patina di semplicità e genuinità, si trova la trovata narrativa dei bambini-ibridi, stratagemma sicuramente interessante e ricco di rimandi al nostro presente. Ad una prima lettura si può sicuramente dire che Lemire ci mostra subito il tema classico dell’ingenuità dei più piccoli che può essere sfruttata da individui senza scrupoli. Non a caso la prima volta che Gus si allontanerà dal rifugio paterno sarà per raccogliere una barretta di cioccolato e Jepperd, il suo enigmatico “salvatore”, cercherà di rompere il ghiaccio tra loro proprio offrendogli un’altra barretta di cioccolato. E’ lo stilema del dolciume che attira i più piccoli, l’offerta innocente che può nascondere un pericolo che agli occhi dei bambini è inimmaginabile. Tuttavia, “l’ibrido”, non solo accentua con il bizzarro il tratto di perifericità alla società adulta già presente nel bambino, ma ci porta a ragionare anche su altre tematiche. Prima fra tutte, ovviamente, quella dell’identità di genere. L’idea di modificazioni e innesti genetici che possano mettere in crisi le storiche divisioni di generi è ormai un terreno di riflessione molto fertile, soprattutto dopo gli ultimi enormi sviluppi della biotecnologia. L’ibrido è quindi l’immagine di un futuro che va verso una progressiva innervazione tecnologica e Lemire, andando oltre l’immagine del cyborg “meccanico”, ci mostra il risultato di un ibridazione profonda, sottocutanea, genetica. Ecco che le immagini mitologiche degli ibridi animali acquisiscono ora un’ aura sempre meno metaforica e sempre più reale data dalle reali possibilità della biotecnologia. E’ una distopia nella distopia, è un’umanità devastata che vede già l’alba di un nuovo corso, una strada che forse la porterà ad essere tutt’altro da quello che era prima. Inoltre, il fatto che gli ibridi in Sweet Tooth siano “uomini-animali”, è sicuramente una connessione forte anche alla tematica ambientale e ad una storia che, dopo la catastrofe, sembra virare verso una condizione di maggior primordialità attraverso un avvicinamento al mondo animale.


Passando ora agli aspetti più formali legati all’impostazione narrativa dell’opera si può dire che Lemire, come di consueto, imposta le tavole con un forte taglio cinematografico, utilizzando le immagini come se al posto di una matita avesse in mano una cinepresa. Primi piani, zoom, carrellate veloci, stacchi improvvisi. Tutto questo si adatta perfettamente con la molteplicità dei ritmi narrativi che l’autore riesce sempre a coordinare in modo sapiente. Si passa, infatti, da scene intimiste e riflessive a sequenze d’azione estremamente concitate, dove l’autore riesce a far esplodere una violenza improvvisa.
Parlando ora dell’aspetto prettamente grafico, il tratto dell’autore è grezzo e nervoso, a prima vista abbozzato e quasi sgradevole, ma, in realtà, estremamente espressivo ed efficace. Jeff Lemire si concentra spesso, come in altre opere quali Essex County o Il Saldatore Subacqueo, sull’espressione facciali dei suoi personaggi, dando estrema attenzione agli sguardi e ai particolari, intrecciando relazioni, connotazioni e confronti dalle quali emergono continuamente una pluralità di vibrazioni emotive. I colori di Villarubia contribuiscono a dare al fumetto toni crepuscolari per le parti più intime, lanciandosi poi in improvvise esplosioni nelle sequenze action con inserti acidi di rossi, gialli e arancioni. Sangue, fuoco, pugni, mazzate, fuoco e pistole che sparano.
In conclusione, Sweet Tooth è un’opera estremamente valida. Per ora ho letto solo il primo volume, ma posso già dire di esserne stato colpito, sia per quanto riguarda la narrazione, i contenuti e lo stile grafico. Jeff Lemire si riconferma uno sceneggiatore di tutto rispetto e un autore da un tratto unico e personalissimo. L’unico appunto degno di nota, a mio parere, è la non eccelsa edizione della Lion, con una qualità di stampa appena sufficiente, tuttavia, a parte questo, Sweet Tooth merita certamente di essere letto. Consigliato.

lunedì 29 settembre 2014

Corpicino


Un’analisi acuta e parodica sulla cinica speculazione mediatica di un fatto di cronaca nera.






Tuono Pettinato è certamente uno dei fumettisti nazionali che più apprezzo. Tuono è uno dei rappresentanti degli ormai celebri Fratelli del cielo (ex Superamici), un’associazione di fumettisti molto diversi tra loro, sia per stile grafico che narrativo, ma tutti accomunati da una grande consapevolezza della complessità e della versatilità del medium fumettistico.

Tra i Fratelli del cielo ( Dr. Pira, Ratigher, Maicol e Mirco), Tuono Pettinato è  l’elemento forse più erudito, capace di parlare con ironia e profondità di personalità e tematiche di grande importanza. A questo proposito, si possono ricordare le sue opere biografiche  dedicate a Garibaldi, Galileo e Alan Turing, dove l’autore ha affinato le sue doti narrative all’interno di un genere ben definito. Un altro elemento che sicuramente caratterizza lo stile e i temi affrontati da Tuono è la grande attenzione per la cultura popolare e la capacità di mischiare riferimenti  e citazioni appartenenti ad  aree speculative molto diverse fra loro. Di questa capacità l’autore da prova continuamente attraverso il suo lavoro vignettistico su Fumettologica e in questo 2014, con la sua graphic  novel  “Nevermind”, ci ha parlato di una delle icone più importanti degli anni 90’ come Kurt Cobain  attraverso un ritratto così colto, commovente e delicato da farne, a mio parere, una delle opere fumettistiche italiane più interessanti dell’anno corrente.

Come si può facilmente comprendere dalla breve introduzione in cui esprimo la mia stima per Tuono Pettinato, in questo articolo andrò proprio a parlare di una sua opera, forse di quella che in assoluto mi ha colpito di più all’interno della sua produzione. Mi sto riferendo a “Corpicino”, graphic novel pubblicata nel 2013 dalla GRRRzetic  con un’edizione davvero pregevole.

Il “Corpicino” a cui allude il titolo è quello del piccolo Marcellino Diotisalvi, un bambino trovato assassinato in un bosco. Il caso, come da copione, diventa un pietoso evento mediatico, acquisendo immediatamente  risonanza all’interno dell’opinione pubblica e nell’ambito delle testate giornalistiche subito pronte a seguire, per filo e per segno, lo svolgersi delle indagini. Proprio a questo proposito il lettore fa presto la conoscenza di Martinelli, giovane reporter di cronaca nera, intenzionato più che mai  a seguire con piglio oggettivo la vicenda, nel nome della verità e dell’obbligo dell’informazione imparziale che dovrebbe caratterizzare il suo mestiere. Tuttavia, nonostante i sinceri sforzi del giornalista, i suoi superiori lo accusano continuamente di non essere abbastanza truce e sensazionalista come il pubblico desidererebbe. Martinelli si trova così in un dilemma etico e professionale, sbattendo la faccia contro le pressanti richieste dei suoi datori di lavoro e scontrandosi continuamente con i suoi valori morali. A confortare il giovane Martinelli ci saranno, tuttavia, i preziosi consigli del professor Giraldi, un anziano criminologo che, attraverso le sue riflessioni, farà luce sull’intrinseco legame tra violenza e sacralità, portando il giornalista ad interrogarsi sulla natura rituale dell’omicidio e sull’aura sacrale che circonda tanto la vittima quanto la figura del colpevole. Chi avrà ucciso il piccolo Marcellino? Come si evolverà il caso? Quale saranno le reazioni della stampa e dell’opinione pubblica?





Tuono Pettinato con “Corpicino” riflette sulla cinica e spietata speculazione dei media sui fatti di cronaca nera. L’autore espone con estrema lucidità i meccanismi mediatici che alimentano la morbosità collettiva per la tragedia, trasformandola in una sorta di soap opera televisiva e dando il via a comportamenti voyeouristico- consumistici, come il cosiddetto turismo dell’orrore. Basta pensare alle centinaia di persone che si sono recate a vedere il relitto della Concordia o a quelle che assediano i perimetri delle “case dell’orrore” in occasione del “massacro di turno” per renderci conto dell’importanza del fenomeno.

L’argomento affrontato dall’autore, come palesemente intuibile, non è di certo dei più facili da trattare, soprattutto mantenendo costantemente una tagliente ironia senza perdere di vista la profondità e la complessità socio- culturale del problema. Tuono, tuttavia, riesce pienamente in questo intento .  Sono molti gli elementi, sia contenutistico sia formali, che contribuiscono a dar vita ad un mix intelligentissimo e vincente. Una delle prime cose che mi viene da citare è l’astutissimo accorgimento stilistico che l’autore adotta per da sfogo alla sua inconfondibile vena parodistica: per tutto il racconto, nella parte bassa delle pagine, scorre una banda breaking news in stile notiziario. In questa striscia Tuono può sbizzarrirsi in una gran quantità di battute al vetriolo sulle assurdità della cronaca e dell’informazione. Con questo espediente l’autore aggiunge un elemento di critica satirica all’interno del volume, dando vari spunti, ma senza appesantire o sviare dal tema principale dell’opera. Tuttavia, l’ironia Tuonesca, non è certamente relegata alla sola striscia “stile Tg”, ma, al contrario, si scaglia violenta e implacabile contro tutti gli elementi del racconto. Viene  criticata l’ipocrisia dei perbenisti ad ogni costo, la sterile elucubrazione degli intellettuali da Talk Show, il sensazionalismo ingenuo della folla, il fanatismo idolatra, fino alle manie complottiste che pervadono sempre ogni fatto di cronaca.



Oltre alla gestione della carica ironica, altro elemento sicuramente apprezzabile è la scelta di affidare la riflessione teorica alla figura del Prof Giraldi evitando, in questo modo, la pesantezza di una spiegazione fuori dalla narrazione, ma non mancando di approfondire gli elementi  antropologici, sociologici e filosofici legati all’omicidio come rito sociale, in cui vittima sacrificale e carnefice acquisiscono un’aura sacrale indispensabile per la coesione collettiva.

La vittima sacrificale è necessaria alla società, il suo sacrificio assume un valore totemico in cui essa si riconosce. Serve sempre un capro espiatorio in cui riversare tutte le tensioni comuni ed è proprio questa l’utilità sociale dell’omicidio. Nell’antichità la vittima sacrificale era il mostro, ciò che rappresentava l’incarnazione di tutti i mali e perciò, di comune accordo, andava ucciso per redimere la comunità. Con il cristianesimo, invece, la vittima si è fatta innocente. Essa è una creatura pura che, attraverso la sua morte ingiusta, assume su di se i peccati di un’intera comunità.

 Il caso di cronaca nera spesso non ha caratteristiche molto diverse da questi antichi rituali. In “Corpicino”, Marcellino Diotisalvi rappresenta la vittima innocente, il bambino che viene barbaramente ucciso . Come conseguenza di ciò, la comunità non vede l’ora di alzarlo a qualità di santo martire e, corrispettivamente, riversare tutta la sua ira sul colpevole dell’omicidio (o sul presunto tale).

Nell’omicidio tutta la tensione e la violenza che serpeggia tra i membri di una società si rivolge in un fatto che da solo è in grado di convogliarle tutte al suo interno, liberando, almeno per un poco, le persone dai propri istinti e dalle proprie paure. Una volta che il rito dell’omicidio si è compiuto la comunità è libera di disporre dei suoi due artefici a suo piacimento. L’omicida diventa il mostro da ripudiare, la vittima il sacro da venerare. Non c’è Gesù senza Giuda, non c’è vittima senza carnefice.




Tra i pregi maggiori di quest’opera di Tuono Pettinato c’è proprio la sua capacità di analizzare in profondità il fatto di cronaca nera, trattandolo alla stregua di un polo ambivalente in cui si attorcigliano istanze diacroniche legate al suo carattere ancestrale-rituale e sincroniche, più legate  all’assetto mediatico presente.

In conclusione, “Corpicino” è un’opera preziosa, ironica e delicata, ma anche spietata e dotata di una carica critica davvero straordinaria. Alla fine della lettura sembra davvero impossibile non stare fermi ad interrogarsi sulla complessità dei meccanismi sociali che viviamo ogni giorno, sull’assurdità di una pornografia del dolore che, tuttavia, pare essere così necessaria alla stessa coesione della comunità.