venerdì 13 settembre 2013

Confidenze troppo intime

A volte nella vita basta una semplice porta sbagliata a cambiare tutto...





Un consulente fiscale, un giorno, dopo la fine dell'orario di lavoro, si trova davanti una cliente del tutto inaspettata. La donna, molto turbata, gli confida di avere una situazione parecchio difficile con il marito. Subito il fiscalista pensa ad un divorzio e si propone per il caso, ma dopo i primi momenti si accorge dell'enorme equivoco: la donna pensa di trovarsi davanti ad uno psicologo ed inizia a parlargli dei propri problemi di coppia. 
Data la situazione, William, avrebbe dovuto chiarire subito il malinteso, ma non ci riesce e si lascia trascinare dagli eventi fingendosi uno psicologo. Il trucco non può certo durare e scoperto l'inganno la donna si sente tradita e offesa, ma nonostante ciò decide di continuare questo rapporto. William rappresenta il perfetto ascoltatore, ciò di cui Anna ha bisogno date le poche attenzioni del marito, così, nonostante sia un perfetto sconosciuto, con lui riesce ad aprirsi totalmente. Dall'altra parte anche l'uomo riesce ad avvicinarsi alla donna e a confidarsi con lei. Quello che si instaura tra i due è quindi un rapporto biunivoco. Apparentemente è Anna quella bisognosa di aiuto, ma in verità i loro incontri diventano fondamentali per entrambi. William arriva perfino ad andare egli stesso dal famoso psicologo da cui sarebbe dovuta andare la donna, per poter capire come aiutarla. In modo delicato e velato viene quindi messa in discussione anche la figura dello psicologo come specialista nella comprensione dei rapporti umani. Queste due persone infatti riescono comunque ad aiutarsi a vicenda più di quanto una terapia psicologica possa fare. Lo dimostra un'interessantissima scena, nella quale Anna aiuta un paziente del dottor Monnier a riprendere l'ascensore dopo un grave trauma. Ciò che si evidenzia è come il rapporto reciproco sia efficente almeno quanto la terapia frontale (anzi, molto di più).



Il film è incentrato quasi totalmente sui due protagonisti, tuttavia alcuni personaggi di contorno sono comunque interessanti. Il marito di Anne, Marc, entra in scena in due differenti modi. Il primo, attraverso i racconti della donna, il secondo invece è fisico, ovvero si presenta nello studio di William essendo convinto della relazione tra l'uomo e la moglie. Anne approfitta della situazione per riaccendere il rapporto con il marito. Sulla base quindi di queste fantasie, iniziano una serie di processi mentali, nella mente di Marc, che ne evidenziano la complessità psicologica e le nevrosi date dalla sua concezione del rapporto moglie-marito. 
Dall'altra parte c'è Jeanne, ex moglie di William, che rimane comunque una figura importante della sua vita. La donna ne cerca continuamente l'approvazione e si trova profondamente legata all'ex compagno. Questo legame non le permette di rifarsi una vita e non la rende capace di rielaborare il fallimento della loro storia. 
Questi pochi personaggi si intrecciano e attraverso essi, il registra Leconte indaga i rapporti umani mostrandoci la complessità di relazionarsi, ma anche di affrontare se stessi, capire cosa si vuole e la realtà in cui si è immersi. Ci mostra la difficoltà di voltare pagina, di disancorarsi dalle certezze e seguire i propri sogni, la propria strada.  

 
Il finale è inaspettato, ma non troppo, ci ribadisce la necessità dei rapporti umani in primis l'amicizia. Tutto inoltre si chiude con una bellissima inquadratura dall'alto del nuovo studio di William sulla quale scorrono i titoli di coda.

mercoledì 11 settembre 2013

Home

Un film che ci parla della vita, della sua follia latente, del suo essere immersa in un mondo complesso e frenetico e, infine, della difficoltà di trovare un posto davvero degno di essere chiamato "casa".





Una campagna arida e brulla, una casetta un pò bruttina e scalcinata a lato di un lembo di autostrada incompiuto. Questo è il luogo dove vivono Marthe e Michel e i loro tre figli Julien, Judith e Marion. La famiglia sembra vivere in una dimensione surreale. Lontani dalla società moderna e frenetica, l'unico elemento che sembra legare i nostri protagonisti al mondo "abitato" è questa lunga lingua di asfalto, ideale per le corse in bici di Julien, partite di hokey casalinghe ed esuberanti volate sui pattini. La prima parte del film ci presenta i rapporti tra i componenti della famiglia, mostrandoci alcuni stralci della loro vita quotidiana. 
Marthe, casalinga a tempo pieno, ma vestita sempre a puntino, come se dovesse partecipare a qualche evento mondano,  passa gran parte della giornata attaccata alla radio, a cucinare e a badare ai suoi figli, soprattutto al piccolo Julien. Michel, padre di famiglia, esce alla mattina per andare al lavoro e torna alla sera, quale prfessione svolga non è specificato. In casa è un papà attivo e gioviale, protagonista di di tutti i giochi e le gag familiari. Judith, la figlia più grande, è una ragazza caratterizzata da un'estrema apatia, passa tutta la giornata sdraiata in giardino ad ascoltare musica e a prendere il sole. Marion, la figlia intermedia per età, sembra una ragazza estremamente intelligente, amante della lettura e dei numeri, ha un'ossessione scientifica e maniacale per l'igene e la prevenzione di possibili malattie. Julien, il figlio più piccolo, è un ragazzo turbolento e simpatico, sempre pronto a saltare in bici e a pedalare avanti e indietro sulla strada deserta davanti a casa.
Nonosante l'apparente tranquillità della situazione è come se percepissimo da subito una sorta di equilibrio precario che non tarderà molto per venir sconvolto.







Il quadro situazionale, infatti, cambia da un giorno all'altro quando l'autostrada, fino a quel momento inutilizzata, viene improvvisamente inaugurata. In poco tempo la tranquillità e il silenzio sono solo un ricordo e centinaia di macchine sfrecciano davanti alla casa di Marthe e Michel. Tutto diventa più difficile: attraversare la strada per andare a scuola o al lavoro, stendere i panni, stare in giardino, respirare, dormire tranquilli. L'autostrada è un elemento fortemente destabilizzante per la famiglia e piano piano affiorano forti tensioni interne. Sullo schermo sembra aleggiare l'ombra di una follia latente, di una situzione problematica precedente che la regista non ci esplicita ma ci fa intendere, attraverso gli sguardi e le azioni dei personaggi, attraverso alcune frasi. La commedia si fa dramma esistenziale, fino all'esplodere di una nevrosi che sembra quasi incontrollabile e che avrà bisogno di esprimersi in tutta la sua violenza per venir superata ( forse).






Home, primo lungometraggio di Ursula Meier uscito nel 2008, è un film che ci parla della qualità della vita e di quanto sia difficile trovare "una casa" dove sentirsi protetti e tranquilli. Ci mostra l'equilibrio precario dell'esistenza e dei  rapporti umani e di quanto sia facile far crollare tutto, cadendo in una spirale di incomunicabilità che finisce per spezzare le relazioni, anche quelle più forti, come quelle di una famiglia. L'autostrada è il simbolo dell'elemento esterno devastante, improvviso, ma perennemente presente in sottofondo, che irrompe prepotentemente anche nell'ambiente più difeso e apparentemente isolato dagli sconvolgimenti repentini della vita. I protagonisti si illudono di aver trovato una dimensione di felicità fiabesca e ovattata, ma il mondo li viene a riprendere e lo fa in un  modo crudele. La realtà e la sua confusione invade tutto, come un essere strisciante che si insinua in ogni piccola debolezza, incertezza, fessura e incrinatura dilatandola fino a farla sgretolare. Si può solo aspettare che questa follia si esprima e poi si plachi, per poter ricomporre i pezzi, uscire fuori dal guscio in cui si è cercato di proteggersi e andare avanti. Emblematica, a questo proposito, è una delle scene finali, dove in una casa barricata dai travertini, completamente isolata dal rumore esterno, dove, nel tentativo di ritrovare una calma perduta, manca perfino l'aria per respirare, Marthe rompe il muro a martellate, ritrovando la luce e la speranza dopo il buio e la disperazione più profonda.( ricordandomi, tra l'altro, la scena finale di un altro bellissimo film, Take Shelter di Jeff Nichols, diverso per estetica, ma per certi versi simile per tematiche).


 
Home è ambizioso, dall'aria assurda, ma girato con uno stile estremamente realista. Pur non essendo di certo un capolavoro è un film interessante, pieno di spunti di riflessione e di interpretazioni possibili, che non ci fornisce nessuna risposta precisa, ma ci fa calare, allo stesso tempo delicatamente e con forza, nella nevrosi maniacale che attraversa come un fiume sotto al ghiaccio la nostra esistenza e la nostra modernità.

lunedì 9 settembre 2013

Flowers in the Attic

Divenuto un vero e proprio caso letterario negli USA, "Flowers in the Attic" di Virginia Andrews ci attira e ci repelle in egual misura, precipitandoci in un'infinita spirale di orrori.





Correva un'abulica ed indolente mattinata d'estate, ed io, sempre più annoiata, mi accingevo a scorrere meccanicamente l'ormai nota home di Tumblr: mai avrei immaginato che proprio quest'ultima sarebbe stata la fonte della mia nuova ed inaspettata scoperta letteraria. Girovagando qua e là, rimango sorpresa dal compulsivo citazionismo che le blogger americane fanno di un particolare libro: "Flowers in the Attic" di Virginia Andrews. Tutto questo mi coglie decisamente impreparata e si scatena in me la più sordida curiosità: ma che cos'è questo tanto decantato Flowers in the Attic? Scopro che si tratta di un romanzo horror datato 1979 (uscirà circa un anno dopo anche in Italia per la casa editrice Sonzogno con il titolo Fiori Senza Sole, passando tuttavia del tutto inosservato, a tal punto che ad oggi l'edizione italiana è irreperibile), che è diventato un vero e proprio libro Cult per due generazioni di giovani americani appassionati del genere. Non è che il primo della cosiddetta "trilogia Dollanganger", che si compone anche di Petals in the Wind (1980) e My Sweet Audrina (1982). I due capitoli seguenti, però, non bisseranno assolutamente l'enorme successo del primo. Flowers in the Attic affronta tematiche disturbanti e morbose, ai limiti della censura per la puritana America dei primi anni ottanta. La trama è perversa e sinistra, quasi inverosimile: sono i primi, sfavillanti anni cinquanta, gli anni del più grande boom economico di cui gli USA abbiano mai potuto godere, e la famiglia Dollanganger vive serena nei sobborghi di una tranquilla cittadina in Pennsylvania. La situazione precipita con la morte improvvisa del capofamiglia: i quattro figli della coppia, chiamati affettuosamente Dresden Dolls (se vi siete mai chiesti da dove provenga il nome del gruppo di Amanda Palmer..bhe,ora lo sapete) per via della loro pelle di porcellana, vengono rinchiusi in un'angusta soffitta dalla madre e dall'anziana nonna. Da qui in avanti sarà un'escalation di orrori: incesti, abusi sessuali, sevizie di ogni genere. Particolarmente ributtante l'episodio dell'avvelenamento perpetrato dalla nonna ai danni dei due gemellini più piccoli. Flowers in the Attic si legge d'un fiato, la scrittura quasi dilettantesca della Andrews non sembra essere d'intralcio al dispiegarsi della trama, anzi: rimaniamo incollati alle pagine sino all'inaspettato finale. A lettura conclusa, il libro ci lascia prede di un sottile velo d'inquietudine, che serpeggia svelto sottopelle e che ci accompagnerà per molti giorni a venire. E' l'annichilamento dell'infanzia che la Andrews ci descrive a farci rimanere disgustati: un'infanzia svilita, corrotta, infettata dalle perversioni e infine uccisa. Nel 1987 esce anche un film tratto dal romanzo, diretto da Jeffrey Bloom, che riscuote anche un discreto successo. In Italia lo conosciamo come Fiori nell'Attico. Persino la più famosa figlia di papà di Hollywood, Sofia Coppola, non fa mistero del suo amore per Flowers in the Attic: protagoniste di uno dei suoi più famosi corti, Lick the Stars (1998), sono quattro ragazze ossessionate dalla famiglia Dollanganger.


B.R

domenica 8 settembre 2013

Jenus di Nazareth

Un Messia con tutte le risposte, ma che non ne ricorda nemmeno una!



Lo scorso Luglio è ufficialmente uscito il primo numero di Jenus, ironico e sarcastico fumetto scritto da Don Alemanno ed edito da MagicPress. Il primo numero era già uscito come numero zero on line, disponibile sul sito interamente dedicato http://www.jenusdinazareth.com/, tuttavia, da ora in avanti, sarà disponibile in una collana editoriale con uscite bimestrali.
La storia promette bene subito dall'incipit, il periodo è attuale ed il protagonista è decisamente popolare ormai da secoli.
Siamo nella stazione orbitante "Paradise" dove stanno avvenendo i preparativi per il secondo ritorno del Messia sulla Terra, l'ordine è redimere l'umanità e farla tornare sulla retta via! Tuttavia gli avvenimenti non seguono esattamente i piani del Trino e al Messia, divenuto uomo e lanciato a velocità Mach 3 verso il nostro pianeta, non si apre il paracadute facendolo piombare violentemente sul suolo terrestre. In suo soccorso accorrerà Angius, il fedele Agnello di Dio, che cercherà di fargli riacquistare la memoria perduta per portare a termine la missione salvifica.



Un inizio così promette già bene e lo svolgimento non delude. Attraverso la sua scrittura pungente, comica e sarcastica l'autore ci regala un' improbabile visione, di quello che penserebbe Gesù se tornasse sulla Terra oggi e si trovasse di fronte l'istituzione ecclesiastica, di come potrebbe giudicare il risultato dell'interpretazione suoi insegnamenti. Il tutto è condito da una scrittura talvolta irriverente ma fresca e brillante, che non manca di creare rimandi con il fantasy, i videogiochi, l'universo nerd e anche la quotidianità. Emblematica è una frase del Pontefice: "Tue millenni! Tue millenni ci sono foluti per intottrinarli, tue millenni per tomarli... Tue millenni per chermirli e nel puio incatenarli..." dove direi che il riferimento è decisamente palese per non parlare poi del paragone tra Jenus ed i supereroi della Marvel, il caricamento di Jenus stile super Sayan o la trasformazione di Angius in BattleLamb che ci svelano il background pop-culturale dell'autore. 



Certo non posso non affermare che questo fumetto assuma talvolta toni dissacranti, ma le critiche mossevi dai credenti sono più forti rispetto alla satira sul clero e sulla sua ricchezza, piuttosto che sulla dottrina o alla riscrittura ironica di passi del catechismo. L'autore stesso si dice soddisfatto nell'aver dimostrato che spesso non ci si accorge nemmeno della satira sul contenuto tratto dalle sacre scritture, ma si guardano invece indispettiti gli attacchi alle figure ecclesiastiche del Vaticano. Questo è sintomo di un legame forse più forte nei confronti dell'istituzione, che verso gli insegnamenti bibblici e le questioni telogiche base della morale e della dottrina cristiana. Ed è per questo che Jenus, nel fumetto, volgerà la sua opera "redentiva" proprio nei confronti delle istituzioni, fatte di uomini, piuttosto che verso i credenti.

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venerdì 6 settembre 2013

Il seggio vacante

Uno spaccato schietto e disarmate della società odierna

Copertina del libro Il Seggio Vacante


Della famosa scrittrice J. K. Rowling avevo letto la saga di Harry Potter, diventata ormai un cult attraverso i libri, i film e tutto l'immaginario costruitovi intorno. Lo stile e la freschezza narrativa mi erano particolarmente piaciuti, così quando ho visto la sua nuova uscita, Il Seggio Vacante, non ho potuto fare a meno di acquistarlo. Già mi pregustavo un giallo ricco di colpi di scena con il ben sperato lieto fine e la vittoria della giustizia, giusto il mio genere! Tuttavia già dai primi capitoli ho capito che dello stile di Harry Potter si trovava bene poco e che questo libro mi avrebbe provocato non poche notti agitate. Sono stata letteramente intrappolata dalla vicenda, caratterizzata da molteplici personaggi, tutti toccanti e ben caratterizzati attraverso la penna della Rowling. Le varie storie si intrecciano in modo brillante senza mai far perdere il filo conduttore della vicenda.
La storia si svolge a Pagford ed inizia con la morte del consigliere più in vista, Barry Fairbrother, questo avvenimento dà il via ad una lotta intestina per l'occupazione del seggio, un terremoto che rimescola fazioni, divisioni ed alleanze.
Accanto alla vicenda politica, la Rowling dipinge uno spaccato dell'Inghilterra contemporanea, che dietro ad una bella facciata nasconde ipocrisie, rancori e tradimenti. Le famiglie protagoniste impersonano i modelli della società odierna, dove basta "un seggio vacante" per innescare guerre personali tra figli e genitori, mogli e mariti, ricchi e poveri.
Durante la lettura la mia mente tornava ai racconti, letti da adolescente, della famosa scrittrice L. M. Alcott. All'ora cercavo di immedesimarmi nell'Inghilterra di fine '800 e mi risultava così complesso capire come si potevano affrontare quelle situazioni, come si potesse vivere così. Il confronto tra gli spaccati sociali è stato inevitabile, ma la mia mente si è trovata totalmente consapevole delle situazioni delineate nel libro della Rowling, anzi vi si è ritrovata con avvilimento e anche un pò di ribrezzo.
Il seggio vacante è un romanzo che parla agli adulti, forte e disarmante proprio per la sua schiettezza, che porta in risalto i conflitti generazionali, le contraddizioni e la bassezza di una realtà così vicina a noi e che spesso fingiamo di non vedere. Il colpo di scena finale non può che riconfermare quanto detto e farci pensare a quante volte ci siamo voltati dall'altra parte, fingendo di non vedere, dando una sberla morale a quello che è il nostro impegno e resposabilità sociale e morale. 
Mi sento quindi di consigliare questa lettura, caratterizzata dalla tipica scrittura semplice ed accattivante dell'autrice, capace di far ridere, piangere ma sopratutto pensare.

O.P.

mercoledì 4 settembre 2013

Omossessualità, rifiuto e passione attraverso i tratti di Ebine Yamaji




Percorsi di crescita

 

 
Qualche mese fà girando per Milano mi è capitato di imbattermi in un volume che mi ha subito attirato, sfondo blu oltremare e disegni bianchi e neri puliti e raffinati, decisamente famigliari. Il titolo enigmatico "Indigo Blue" mi ha subito incuriosito e, dopo aver visto che l'autrice era Ebine Yamaji, non ho potuto non acquistare questo piccolo gioiello, soprattutto dopo aver letto "Love My Life" la sua opera precedente.



Ebine Yamaji è una fumettista giapponese di nuova generazione. Il suo debutto risale al 1998 su Young You ed inseguito è entrata a far parte di un gruppo di autrici di avanguardia sulla rivista Josei Feel Young. Leggendo le sue opere si può vedere la propensione dell'autrice ad indagare un mondo di amori difficili dal punto di vista sociale, famigliare o lavorativo. Le opere sono delicate, mature ed adulte. La fumettista tocca temi che in pochi hanno il coraggio di affrontare, in particolare quello dell'omossesualità che è trattato sia in Love My Life che in Indigo Blue anche se in modo decisamente differente. 
I protagonisti dei due lavori, infatti, sono lontani di almeno una generazione. In Love My Life, viene narrato il percorso di due ragazze adolescenti, lesbiche, che si innamorano e vivono la propria storia all'interno di due famiglie diametralmente opposte e immerse nelle incertezze sul proprio futuro lavorativo. Ichiko, dopo la morte della madre è riuscita ad instaurare con il padre un rapporto di amicizia e confidenza, inoltre vuole proprio seguire le sue orme, lavorativamente parlando, diventando traduttrice di romanzi americani. Questa apertura la porterà a venire a contatto con i segreti e le scelte più combattute dei genitori, facendola crescere e portandola ad iniziare un percorso di maturazione e presa di coscenza di sè. Completamente antitetica è la relazione di Eri con il padre, un procuratore con la puzza sotto il naso, che non ritiene la figlia in grado di sostenere l'esame per diventare avvocato e uguagliare la propria carriera. Per Eri quindi diventare avvocato è una sfida con suo padre per la quale è disposta a sacrificare tutto, non solo il suo futuro ma anche la propria felicità. 



Love My Life ci porta a seguire queste due ragazze per un piccolo periodo di tempo, conoscendo non solo le loro storie, ma anche la loro essenza, senza veli e senza censura, ma con grande delicatezza, tratto tipico di questa scrittrice. 
Questa stessa caratteristica la ritroviamo in Indigo Blue, che risulta però una delle prove più intense della fumettista. La protagonista, Rutsu, è una giovane scrittrice alle prese con la negazione della propria vera natura. Nei suoi romanzi, infatti, proietta la vera Rutsu sotto veste ambingua celandosi dietro nomi vaghi, che lascino al lettore la libertà di interpretare il sesso dei protagonisti. Intraprende una relazione, prevalentemente sessuale, con il suo editor e vive in una sorta di mondo che si è costruita rifiutando se stessa. Tuttavia sarà la redattrice di una rivista d'arte, Tamaki, a far crollare le finzioni costruite trascinando Rutsu in un rapporto che la farà allontanare dal proprio ragazzo. Non è sicuramente un percorso facile quello di questa protagonista indecisa, insicura e decisamente paurosa.



Non voglio svelare ulteriormente i dettagli di queste due bellissime opere. Meritano sicuramente, a mio parere, una lettura per il modo in cui si approcciano verso questo tema che nella società odierna rimane talvolta ancora un tabù. Inoltre lo fanno sotto differenti punti di vista mettendoci di fronte alle difficoltà che l'omossesualità purtroppo comporta non solo riguardo all'accettazione dell'individuo a livello sociale o famigliare, ma sopratutto personale.