“Mi sentii come colpito all’improvviso da un fulmine durante
una tranquilla passeggiata, in un pomeriggio assolato, sereno.” In questo modo,
Haruki Murakami, descrive la sua reazione alla prima lettura di un racconto di Raymond
Carver. Uno shock, calato nella vita quotidiana.
Attimi, immagini, frammenti di tempo. Scorci particolari di
esistenze comuni, le nostre, che definiremmo senza indugi noiose. Di Carver ho
letto “Cattedrale” e “Principianti” e, come Murakami, ne sono rimasto
folgorato. La sua capacità di introdurre il lettore in medias res nelle vite di persone comuni è qualcosa di incredibile. Non
c’è niente di straordinario, non ci sono momenti di stasi e tensione emotiva,
non c’è nessuna esplosione finale. Nessun racconto ha una fine e un inizio. Qui
si parla di frammenti, tasselli che compongono il mosaico vitale in cui siamo
immersi.
La grandezza di Carver sta proprio in questo: voler
registrare ogni gesto, ogni pensiero, ogni azione, anche quella più apparentemente
insignificante. Ci vuole un’estrema consapevolezza di ciò che ci circonda per
scrivere così, perché è proprio in queste istantanee che si nasconde il senso
di tutto. La causa di ogni cambiamento, non è che un precipitato per
accumulazione di una serie infinita di momenti quotidiani. Carver questo lo ha
capito ed è per questo che ci emoziona e ci lascia l’amaro in bocca.
Come nel realismo pittorico di Edward Hopper, l’America di
Carver è quella lontana dai grattacieli e dal sogno americano. Il “Carver Country”
è solitudine e silenzio. E’ quel luogo popolato da persone umili, che vivono le
piccole tragedie familiari e quotidiane, che sbagliano e cercano di tirare
avanti. “Brava gente, gente che ce la mette tutta”
Il nostro presente è frammentario. I problemi sono quelli
comuni. I nostri vizi e le nostre debolezze si misurano nel quotidiano.
Lo stile e l’occhio alla Carver sono strumenti efficaci per
descrivere il nostro tempo e altri medium, oltre a quello letterario, se ne
sono serviti. Pensiamo a Robert Altman e al suo “America Oggi”, vero e proprio
“minestrone Carveriano”, che ha vinto al Festival Di Venezia nel ’93. Le
immagini sono più immediate delle parole, asciugano la narrazione all’osso e ci
presentano scorci esistenziali secchi e cristallini. Il cinema, l’arte
dell’immagine in movimento, lo ha sicuramente capito. Così come un altro medium
che fa del connubio immagine-parola il suo punto di forza: il fumetto.
Mi viene in mente, ad esempio, il bellissimo “Essex County”
di Jeff Lemire. Le vicende partono da eventi innocui e sconnessi, inserendo il
lettore in storie apparentemente prive di ogni rilevanza ma che, nel quadro
complessivo, alimentano un collage esistenziale tutto radicato nel freddo
terreno della contea di Essex, in Ontario. Oppure “Local” di Brian Wood, dove
dodici storie collegate dal personaggio di Megan Mc Keegan, ci regalano
altrettante cartoline di città del Nord America. Ancora più dichiaratamente Carveriano,
troviamo Adrian Tomine, che con volumi come “Sonnambulo e altre storie” o “Una
lieve imperfezione”, attraverso un nitore grafico e grande leggibilità ,declina
a fumetti un minimalismo narrativo emotivamente devastante.
L’immagine riesce a parlarci del silenzio. Ci lascia
attoniti davanti ad essa, facendoci partecipi dei suoi particolari, di tutte
quelle piccole tensioni insite in un azione o in uno sguardo che nel movimento
frenetico passano inosservate.
Il fumetto, narrazione per immagini e parole, è quindi un ottimo
mezzo per rappresentare “quanto l’esistenza collettiva sia fatta di piccoli
segmenti che si divorano gli uni con gli altri, un’esistenza dispersa e
polverizzata, e, per questo, feroce e disperatissima”.
Se Carver potesse leggere Essex County, invidierebbe Lemire.



