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lunedì 25 novembre 2013

Preferisco essere Cyborg che Dea



Donna Haraway e il manifesto Cyborg. Una riflessione per la Giornata contro la violenza sulle donne e non solo.




In molti mi dicono che sono un po’ Nerd. E’ vero, mi piacciono le cose strambe e, come molti rappresentanti di questa categoria volatile, adoro la fantascienza. Viaggi  spaziali, Robot, battaglie galattiche, viaggi nel tempo, teorie pseudoscientifiche e cyborg. Si, i Cyborg. Ci ho fatto addirittura un seminario all’università.
Questo è un articolo per la giornata della violenza contro le donne, ma allora, vi chiederete voi, che cosa diavolo centrano i Cyborg? Bè, i Cyborg centrano eccome, in quanto vorrei rendere un breve omaggio all’audace lavoro di una delle pensatrici più originali del nostro tempo, che, a mio parere, offre spunti interessanti per ripensare al rapporto tra i generi.
Donna Haraway, classe 1944, cattedra presso il dipartimento di “History of Consciousness” dell’università di Santa Cruz, professoressa della European Graduate School dove insegna “femminismo e tecnoscienza” e autrice del celebre “Manifesto Cyborg” del ’91.




La storia della cultura occidentale è sempre stata caratterizzata da una struttura concettuale basata su coppie di categorie come uomo/donna, naturale/ artificiale, corpo/mente. Questo dualismo non è mai alla pari, ma al contrario comporta sempre un dominio di una parte sull’altra. Da questa premessa la coraggiosa e beffarda proposta della Haraway: “Mi propongo di costruire un ironico mito politico fedele al femminismo, al socialismo e al materialismo. E forse più fedele ancora: come l’empietà, e non come la venerazione o l’identificazione. Al centro della mia fede ironica, della mia empietà, c’è l’immagine del cyborg. [..] La biopolitica di Michel Foucault non è che una fiacca premonizione di quel campo aperto che è la politica del cyborg.”
In questo “campo aperto”, in primo luogo ci sono i “cedimenti di confine”. I confini che crollano sono quelli dei dualismi, quelli del dominio di un categoria sull’altra, della disparità che rende schiavi e succubi. Partendo dall’analisi della nuova influenza diretta della scienza e della tecnologia sui rapporti sociali, la Haraway, erige il cyborg come simbolo dell’ indeterminatezza delle identità tradizionali che ora devono essere costantemente rinegoziate.
Si parla sempre a partire da una  situazione, da un corpo, da una condizione, non c’è alcun punto di vista assoluto e non marcato. Il nostro sapere è sempre situato. Le considerazioni di Donna Haraway risiedono all’interno del dibattito femminista , ma partono consapevolezza di una condizione storicamente determinata e per questo possono produrre metodologie efficaci per la comprensione e l’intervento sulla realtà.
Il punto fondamentale del discorso della filosofa americana è che i processi di ibridazione tecnica e sociale esonerano i soggetti dalla necessità di riferirsi ad un “mito di fondazione”. Un vagheggiamento dell’origine come ancoraggio per legittimare l' identità individuale e collettiva e quindi anche le opposizioni categoriali al suo interno. A questo mito non si sono riferiti solo il capitalismo e il patriarcato ma anche i loro antagonisti nel corso della modernità, come il marxismo e il femminismo. Questi si sono arenati nella teorizzazione di un soggetto rivoluzionario a partire da una gerarchia di oppressioni, da una posizione latente di superiorità morale o di innocenza. Il Cyborg , invece, non ha origine, è elemento processuale e fluido. La sua immagine metaforica, trasmutata nella prassi reale, può indicarci una via per uscire dalla prigione delle dicotomie:
“Questo è il sogno non di un linguaggio comune, ma di una potente eteroglossia infedele. E’ l’immaginazione di una femminista invasata che riesce a incutere paura nei circuiti dei supervalori della nuova destra. Significa costruire e distruggere identità, relazioni, storie spaziali. Anche se entrambe sono intrecciate nella danza a spirale, preferisco essere cyborg che Dea”
Se nel fenomeno della violenza sulle donne è ancora presente il germe concettuale di un rapporto oppressivo e giustificato da un mito originario, la provocazione della Haraway, ci porta verso lo smantellamento di questo mito, a favore di un ripensamento dei rapporti tra i generi e della rinegoziazione continua della propria identità individuale e collettiva.



sabato 20 luglio 2013

You don't know Jack


 You Don't Know Jack
 La libertà di scegliere di morire come diritto umano inalienabile






Quando una vita dilaniata dalla sofferenza e dalla malattia si può ancora chiamare propriamente vita? Quando la perdità di molte delle nostre facoltà fisiche e intellettuali fa si che la nostra esistenza non sia più degna di essere vissuta? Quando il dolore che ci pervade è così forte da considerare la morte come l'unico sollievo possibile?
Queste domande sono solo alcune di quelle che normalmente infiammanno il dibattito etico-politico riguardante la legittimità di interrompere le cure mediche in stati di salute critica e scegliere di morire.
Il tema è senz'altro dei più complessi e controversi. Sono in gioco istanze morali, culturali e situazionali e ogni caso è diverso, quindi è molto difficile riuscire a tracciare una linea di demarcazione netta. Stilare una legge universale che regolamenti questa area di nessuno tra la vita e la morte è compito che non sembra adatto all'umanità, eppure le nostre possibilità tecniche e mediche ci impongono di interrogarci su questi argomenti.
Negli anni '90 gli Stati Uniti sono stati protagonisti di una vicenda straordinaria da questo punto di vista, ovvero il dibattito sull'operato di Jack Kevorkian, un medico patologo, compositore e pittore, che approsimativamente tra il '90 e '99 ha prestato assistenza al suicidio a 129 pazienti e praticato l'eutanasia sul centotrentesimo.
Mi è capitato di recente di vedere un film intitolato "You don't Know Jack"  diretto da Barry Levinson e interpretato magistralemnte da Al Pcino che ha come protagonista proprio "il dottor morte".
Il film ci mostra l'operato di Kevorkian a partire dal primo paziente che gli chiede di morire a causa delle insostenibili sofferenze. Jack è fermamente convinto che chi ritiene il dolore talmente insopportabile da non poter considerare la sua vita nient'altro che un penoso calvario debba essere libero di scegliere la morte. "Morire non è un crimine" recita uno dei suoi aforismi più famosi.
Kevorkian è consapevole che il suo operato è ai limiti della legge e tocca un argomento su cui l'opinione pubblica è stata da sempre profondamente spaccata. Insieme alla sorella e ad un amico Neal Nicol ( J. Goodman) elabora quindi una complessa strategia che, oltre a "legittimare" il suo operato agli occhi di gran parte dell'opinione pubblica, sembra metterlo al riparo da una condanna legale. Kevorkian inanzitutto riprende il paziente, interrogandolo sulla sua condizione ed appurando la sua volontà di smettere di vivere. Dopo di che valuta attentamente il caso, accettando solamente pazienti "terminali" o dilaniati da sofferenze fisiche incurabili e rifiutando qualsiasi motivazione di altro tipo, come quella prettamente psicologica o "egoistica".( Nel film si vede il colloquio con un paziente depresso a causa di un incidente che chiede di morire. Il medico lo rifiuta perchè non "terminale" e avrebbe dunque la possibilità di avere una vita felice, una volta risolto il problema psicologico)
Una volta accettato il paziente e deciso il giorno dell'incontro, Kevorkian predispone una macchina, la "Mercy Tron", che rilascia alcune sostanze che provocano un arresto cardiaco subito dopo aver fatto cadere il paziente in stato comatoso. Il paziente decide quando attivare a macchina e in questo modo si da autonomamente la morte.
Il suo operato procura a Jack numerossissime chiamate a giudizio da cui tuttavia esce assolto, aiutato, oltre che dalle reazioni empatiche suscitate dai video dei pazienti nella giuria, dalle capacità e dalla lingua al vetriolo del suo avvocato.
Gli eventi si susseguono continuamente come uno scambio di battute tra Kevorkian che prosegue nella sua missione e lo stato del Michigan che cerca di fermarlo. La svolta decisiva avverrà quando Jack, deciso a portare il suo problema alla ribalta dell'opinione pubblica, nel 1999, dopo una trasmissione alla Cbs, viene incriminato di omicidio di secondo grado. Il caso in questione è diverso dai precedenti, in quanto Kevorkian somministra direttamente l'iniezione letale al malato che non era in grado di muoversi, rendendosi quindi responsabile diretto del decesso.
Jack Kevorkian decide di difendersi da solo in aula e il processo non ha per lui un lieto fine. Condannato a 25 anni di reclusione per omicidio di secondo grado, il medico ne sconterà 9 per poi essere rilasciato nel 2007 e condannato alla liberà vigilata per tre anni.
Questa è la vicenda a cui assistiamo nel film di Levinson. Al regista interessa farci vivere il travaglio esistenziale di Jack più che allargare il campo sul dibattito etico. Nel corso della storia scopriamo piano piano la determinazione di un uomo che credeva ( Kevorkian è morto nel 2011) nelle sue convizioni fino all'estremo, pronto a tutto per vederle realizzate. Quella di Kevorkian è una missione, una lotta senza tregua, una fede che lo accompagna in ogni sua azione e in ogni sua frase.
In tal senso l'opinione pubblica, le contestazioni e i movimenti pro e contro Kevorkian passano in secondo piano, pur facendo capolino in qualche scena, non sono mai al centro del racconto che si incentra sempre esclusivamete su Jack e la sua lotta.
Il film di Levinson è un film coraggioso, perchè sceglie di schierarsi in un certo senso con Kevorkian, di presentarci i fatti dal suo punto di vista, di farci empatizzare con il suo operato. E' praticamente impossibile non ammirare la determinazione e il senso per la libertà di uomo che è disposto ad andare contro tutti e tutto per un'idea che lui ritiene "rivoluzionaria" e "un passo avanti per l'umanità".
Nonostante il taglio fortemente biografico il film non si limita ad elencare una serie di eventi. L'interpretazione di Al pacino, oltre a mostraci l'operato del medico e farci scoprire a poco a poco le sue molteplici sfaccettature, ci tocca profondamente nell'animo e nella mente e ci costringe a ragionare su temi che urtano la nostra sensibilità.
La costruzione di Levinson secondo me funziona egregiamente, perchè calandoci pienamente nella vita di Kevorkian e non abbandonandosi a speculazioni più generali sulla legittimità del suo operato o sul tentativo di  stabilire una linea di demarcazione tra vita e morte, porta la nostra attenzione su una dimensione tutta terrena della questione.
La lotta di Kevorkian ci viene presentata per quella che è, ovvero una lotta per la libertà umana e per la scelta situazionale. E' una riforma della ragione, un passo illuminista. Il medico riduce il suo campo d'azione alla possibilità di scelta umana ed è questa la sua grandezza. La sua battaglia non vuole determinare un criterio generale, metafisico, dogmatico ma vuole soltanto legittimare la libertà di una scelta consapevole, quella di morire dignitosamente.



 Una delle opere pittoriche di Kevorkian



In più di un pezzo del film mi è rimbombata nella testa una famossissima frase di un filosofo austriaco a me molto caro, cioè "di ciò che non si può parlare di deve tacere". Jack lotta per ciò di cui si può parlare. Inquadra la morte in una visione del tutto umana e limitata, ovvero come la liberazione da una situazione di sofferenza insopportabile, non lasciando spazio agli aspetti per cui l'uomo è troppo piccolo per sentenziare.
I dibattiti etici, religiosi e filosofici spesso, su argomenti come questo, cercano di astrarsi dalla dimensione prettamente esperienziale, andando così a finire sul piano del dogma, cercando una definizione di vita e di morte come se fosse davvero possibile poter arrivare ad un piano chiaro, analitico e schematico su questioni di questa profondità.
Kevorkian sembra aver capito l'inutilità e l'arretratezza di questo modo di ragionare, che ci fa ristagnare in una dimensione "medievale" ( termine da lui utilizzato) e impedisce l'uscita dallo stato di minorità dell'uomo nell'ambito di una scelta che spesso si impone come necessaria, soprattutto date le nostre possibilità tecniche, ovvero quella di decidere se continuare a soffrire o lasciare questo mondo.
Le nuove frontiere della medicina ci permettono di influire in modo consistente con l'andamento "naturale" della vita, ci permettono di curare e ritardare la morte, anche per molto tempo. Con la tecnica l'uomo sembra costretto a giocare "a fare Dio" molto spesso. All'accusa di voler "fare Dio" selezionando e aiutando i pazienti a morire, Jack risponde che lo stesso medico che si accanisce con terapie, trapianti o macchinari su un paziente per tenerlo in vita gioca "a fare Dio". Obiezioni come questa sembrano ormai non avere più nessuna forza argomentativa. Infatti, in dibattiti di questo tipo, a causa delle nostre savariate possibilità d'azione è impossibile se non controproducente rifarsi ad un ormai ideale e lontano "stato naturale" con la quale legittimare o no il nostro intervento tecnico. La natura cambia in base alle nostre capacità e possibilità, è un'innervazione continua che ci pone davanti a nuove scelte e frontiere teoriche. L'uomo deve prendersi le sue responsabilità e accettare la sua libertà. E' questo il punto fondamentale dell'operato di Kevorkian, portare alla ribalta la questione dell'accettazione di un peso immane, ma tutto umano, cioè la libertà e la responsabilità di scegliere senza deleghe in base alle possibilità reali e alla situazione. Non c'è niente di divino, è tutto umano.
"Il medico deve occuparsi della vita e anche della morte", questa frase di Jack è ricca di spunti in quanto la morte, in questo caso, viene intesa come conseguenza di una scelta che fa parte di una possibilità della vita. Il medico, che è l'esperto, ha il compito di accompagnare il paziente nella scelta di morire, poichè essa deriva da una condizione di sofferenza della quale il medico è l'unico interprete "oggettivo", essendo proprio la malattia il suo campo d'azione.



 Jack Kevorkian e la Mercy Tron



Attualmente il suicidio assistito è permesso in alcuni stati come Belgio, Olanda, Svizzera, Lussemburgo, Colombia e Oregon, Washington e Montana negli Stati Uniti. E' importante di nuovo sottolienare che il suicidio assistito è diverso dall'eutanasia, in quanto nel primo è il paziente che sotto la supervisione del medico decide quando togliersi la vita attivando la flebo con le sostanze mortali. Nel secondo caso invece l'azione non procede dal paziente ed è prorio questo che ha portato alla condanna di Kevorkian.
Il film di Levinson e la vicenda di Kevorkian sono, a mio parere, un ottimo spunto per riflettere su questioni di vitale importanza come il suicidio assistito e l'eutanasia, ma soprattutto ci portano a confrontarci con il tema del diritto al libero arbitrio e forse sulla necessità nel nostro presente di operare una svolta "illuministica" su queste tematiche. Tutto questo dovrebbe portare all'accettazione della responsabilità e alla legittimazione dell'azione umana sulla base di una presa di consapevolezza personale piuttosto che su leggi e dogmi invalicabili fondati sulla paura, la superstizione e la secolarizzazioni di modelli etici e culturali che ormai richiedono una critica attiva, una decostruzione e una rivoluzione.







 Kevorkian ironizza sulla medievalità della legge dello stato del Michigan






Kevorkian ad una esposizione delle sue opere pittoriche


domenica 5 maggio 2013

Black Mirror

Black Mirror: uno sguardo limpido sul rapporto tra uomo ed innervazione tecnica



Una breve analisi teoretica delle tematiche principali.



Link: http://connect.collectorz.com/movies/database/black-mirror-season-1-2011

Il rapporto tra uomo, innovazione tecnica e comunicazione mediatica è un intreccio che caratterizza sempre più capillarmente le nostre esistenze. La progressiva innervazione tecnologica da parte dell'uomo riconfigura costantemente i nostri sensi, il nostro modo di pensare, di relazionarci e di agire nel mondo.
Questa realtà mutevole e complessa apre l'umanità a nuovi orizzonti, nuove opportunità, nuove paure e nuovi importanti interrogativi. E' proprio all'interno di questo contesto di riflessione che si inserisce Black Mirror, una serie televisiva britannica prodotta e diretta da Charlie Brooker. Ho guardato di recente la prima delle due serie e ne sono stato piacevolmente colpito.
Per cominciare, parlando da un punto di vista prettamente strutturale, Black Mirror si configura come una serie abbastanza atipica. Ogni serie è composta da soli tre episodi autoconclusivi con un cast sempre diverso e una trama a sé stante. L'ordine in cui si guardano non importa, l'unica cosa che li accomuna è, appunto, l'indagine generale sulle tecnologie e i media e su come essi possano agire nella nostra quotidianità.
I tre episodi che compongono la prima serie si intitolano rispettivamente: The national Anthem, 15 Milion Merits e The Entire History of you.
The National Anthem ci mette immediatamente di fronte ad una situazione che per certi versi ha dell'assurdo, quasi kafkiana, ma nello stesso tempo estremamente "possibile". La principessa Susanna è stata rapita. Il rapitore pubblica su You Tube un video nella quale si dice che risparmierà la ragazza a patto che il Primo Ministro abbia un rapporto sessuale con una scrofa in diretta televisiva nazionale. Questo incipit devastante e travolgente diventa un ottimo punto di partenza per analizzare la potenza mediatica di Internet e dei social network, sia dal punto di vista della circolazione dell'informazione che come veicolo di formazione e condivisione dell'opinione pubblica.
L'informazione una volta prodotta diventa ingovernabile, attraversa le reti quasi simultaneamente, entra  nei nostri cervelli attraverso molteplici canali. Viene vista, manipolata, interpretata e reinterpretata continuamente. Si crea una vera e propria battaglia per possederla.
La politica si intreccia con i meccanismi dei canali d'informazione. Una notizia come quella proposta dall'incipit di The National Anthem che riguarda le più alte sfere governative diventa subito un caso pubblico. E' una bomba pronta ad esplodere, sulla quale si riversano gli occhi di un'intera nazione pronta a giudicare l'operato dei propri rappresentanti politici e a schierarsi immediatamente da una parte o dall'altra, decidendo sulla base di un'immagine quale sarebbe il comportamento giusto e quello sbagliato. Black Mirror analizza benissimo alcuni tratti fondamentali tipici del rapporto quotidiano tra uomo e mass media. Vengono infatti ripresi gli sguardi e i commenti a caldo della folla davanti alla tv, l'opinione pubblica che si esprime in sondaggi televisivi "tagliandosi con l'accetta" in una sorta di manicheismo estremo tra appoggio o contrarietà, le reazioni emotive spropositate davanti all'immagine e soprattutto, il cambiamento repentino del giudizio di fronte ad un "nuovo" sviluppo della vicenda.
Proprio su questo ultimo punto, il cambiamento repentino di opinione, credo che questo primo episodio dell'opera di Brooker fornisca spunti di riflessione interessante.
Nella nostra società affidiamo spesso la verità delle nostre convinzioni alle immagini che ci vengono proposte. Crediamo, quasi inconsciamente, che l'immagine che si svolge davanti ai nostri occhi sia una prova di una realtà, che pur non essendo qui davanti a noi, conserva con essa (l'immagine) un rapporto di stretto rimando referenziale. In The National Anthem il rapitore ad un certo punto condivide un video dove "mostra" di tagliare un dito alla principessa rapita, poiché il primo ministro ha cercato di imbrogliare nell'adempimento del suo " compito" ricorrendo ad un esperto di effetti speciali per ritirarsi dall'umiliazione pubblica. A questo fatto l'opinione si indigna e se fino a quel punto stava dalla parte del primo ministro, ora pretende che egli ripari ai suoi errori "sacrificandosi" per la principessa e la nazione alla luce della terribile tortura alla quale hanno assistito in diretta. Inseguito si scoprirà che il dito mozzato era quello del rapitore stesso, il primo ministro accetterà l'umiliazione pubblica e la principessa verrà rilasciata, addirittura mezz'ora prima dell'ultimatum nelle strade deserte di Londra, dando luogo ad una visione quasi surreale in cui tutta la popolazione è davanti alla tv mentre la vittima per cui la popolazione si è mossa ed indignata barcolla senza forza su un ponte, senza nessuno che l'aiuti. Questa è la più grande performance artistica di tutti i tempi.
La cosa che qui risulta molto interessante, a mio parere, è il potere ambiguo dell'immagine. Tutti conosciamo le possibilità di modifica e occultamento delle immagini, tuttavia esse ci attraggono a loro, veicolano i nostri sentimenti e le nostre credenze sul reale. Le possibilità dissimulatorie, documentative, rappresentative, mimetiche e manipolatorie dell'immagine si confondono e ci confondono, consentendo una quantità di azioni imprevedibili che provocano conseguenze interpretatorie difficilmente controllabili.
La simultaneità di internet rafforza molto questa "illusione" di presa percettiva e cognitiva sulla realtà. La diretta simultanea ci fa quasi dimenticare dell'intermediario mediatico, ci da l'illusione di seguire direttamente l'evento e di parteciparvi come testimone oculari. Il contenuto viene troppo spesso interpretato estrapolandolo dal medium da cui è trasmesso, dimenticandoci delle possibilità di questa mediazione.
Lo stimolo che sembra suggerire questa "performance artistica" è che non bisogna dimenticarci del potere e dell'ambiguità dell'immagine e delle informazioni trasmesse. La realtà è sempre molto più stratificata di come appare sugli schermi e una ricerca della verità basata sull'apparente sincerità data dalla simultaneità dei video caricati in internet o dei contenuti dei social che permetterebbe, in un certo senso, la diminuzione della mediazione ( rispetto ad esempio ai giornali o ai telegiornali), non è comunque sufficiente ad inquadrare univocamente l'interpretazione di un'immagine e il suo riferimento.


Link: http://ikono.org/2011/12/black-mirror-best-tv-show-of-2011/

Passiamo ora al secondo episodio, "15 milion merits" sicuramente il più futuristico e distopico dei tre. Il mondo che ci viene proposto è quello di un alienante palazzo simile ad un parcheggio-palestra a più piani e sezioni. Le persone vivono in piccole stanze circondate da grandissimi schermi che le bombardano costantemente di immagini e pubblicità di vario genere. Il motore "produttivo" della società sono delle cyclette sulle quali la gente continua a pedalare senza sosta ricompensata da punti virtuali, esattamente come quelli che si potrebbero ottenere in un videogioco, ed essi servono principalmente a comprare oggetti e gadget virtuali. Inutile dire che già da questa situazione di partenza il senso di alienazione che si percepisce è davvero fortissimo. La "gamezzizazione" della vita in questo secondo episodio sembra essere il marchio di ogni singola azione della nostra esistenza. Ogni individuo perde o guadagna punti a seconda delle sue azioni, tuttavia è costretto a partecipare al "gioco" costantemente.Ogni scelta porta sempre una ricompensa o una perdita di punti virtuali, ma in un mondo dove per poter fare qualsiasi scelta è necessario possedere dei punti virtuali, questo meccanismo risulta essere una costrizione fortissima che non permette nessuna vera possibilità di decisione libera.
La stessa idea di "bisogno" che emerge da 15 Milion Merits è quella di qualcosa di imposto e superfluo. Il protagonista si lamenterà spesso del fatto che ciò che è guadagnato serve solo a comprare cose virtuali.
Questo tema è secondo me interessante per parlare di una fondamentale dissociazione esistenziale che la virtualizzazione estrema potrebbe portare e che Black Mirror cerca di mostrarci nei suoi effetti più catastrofici. Il prodotto del lavoro, i punti virtuali, possono sicuramente essere paragonati ai nostri guadagni monetari, alla nostra economia volatile, alle continue transazioni di capitali che si allontanano sempre più dalla materialità del mezzo di scambio. Tuttavia in questo episodio si fa un passo in più. Infatti, i punti servono per abbellire, modificare e "migliorare" un vero e proprio simulacro esistenziale, un avatar, che risulta essere una vera e propria dissociazione dell'individuo. L'uomo è sottratto, parlando in termini marxisti, dal prodotto del suo lavoro rendendo la sua azione produttiva completamente priva di qualunque scopo poietico. Le nostre azioni modificano la nostra vita, imprimono una forza di cambiamento e modificazione nel nostro ambiente vitale. In questa realtà tutto questo è annullato fino a percepire una soppressione completa della stessa umanità biologico-esistenziale.
Oltre ai temi dell'alienazione e della dissociazione esistenziale in 15 Milion Merits risulta essere presentissima l'idea di una deleteria corsa all'edonismo e una totale spettacolarizzazione del reale. Sembra infatti che lo scopo principale della vita consista nel racimolare 15 milioni di punti, attraverso le poche azioni quotidiane che sono permesse e tante ore sulle cyclette, per poter partecipare ad un programma televisivo dove ci si esibisce davanti a tre giudici e in questo modo si spera di diventare una star di uno show televisivo.
La scalata al successo nel mondo della Tv sembra rappresentare l'unica via di salvezza e di emancipazione sociale possibile, tutto viene appiattito e banalizzato in una esibizione di pochi minuti, che sembra essere l'ultimo baluardo possibile dell'azione umana creativa. Ogni individuo che ha l'occasione di potersi esibire davanti ai tre giudici lo fa anche davanti ad una platea sterminata di avatar, proiezioni degli umani chiusi nelle loro camere-schermo a guardare il programma. L'immagine che ne risulta, anche e soprattutto visivamente, è quella di una realtà senza profondità. La piattezza degli schermi che circondano costantemente i protagonisti, quella del pubblico di avatar davanti al quale si esibiscono le aspiranti star e perfino le macchinette per il cibo a selezione palmare sono connotative di una mancanza di stratificazione esistenziale dei personaggi e della vita in generale proposta in questa distopia.
Ultimo tema, forse il più scioccante, è quello dell'impossibilità della rivolta in una società dove ogni cosa viene riprodotta e strumentalizzata per lo spettacolo. Il protagonista riesce a farsi ammettere ad Hot Star ed è fortemente determinato a compiere un atto di ribellione davanti alla giuria, a urlare ciò che pensa, sperando, in questo modo, di dare una scossa alla sua esistenza e anche quella degli spettatori. La sua arringa è tutta di pancia, è un grido esistenziale straziante, è lo scoppio di un'anima umana che reclama la sua dignità e la sua libertà dall'alienazione  Il momento è toccante, mi ha ricordato il famoso monologo di Edward Norton nella 25 ora di Spike Lee. Nonostante questo climax di tensione, che sembra portare un pò di sana forza vitale in un mondo sterile e "inorganico", le sue conseguenze sono sconcertanti. Lo sfogo del protagonista è subito strumentalizzato dai giudici, che intravedono nella sua forza un potenziale spettacolare non indifferente. La critica muore istantaneamente e diventa essa stessa parte del sistema. Gli viene dato un programma dove potersi sfogare e "criticare" la realtà sociale, ma in questo modo la sua efficacia è già scomparsa.
Questo tema, già molto caro a filosofi del calibro di Benjamin o Deborde, è davvero inquietante e spaventoso. Le pulsioni di emancipazione, lo spirito critico, la voglia di libertà possono essere convertite, attraverso i mezzi di riproduzione tecnica di massa, in uno spettacolo mediatico che diventa un palliativo comune per i problemi sociali ed esistenziali. Le masse sfogano i loro istinti attraverso il media, si immedesimano e si ribellano attraverso di lui, ma senza passare all'azione. In questo modo si è davanti ad una simulazione incarnata delle proprie tensioni, una continua droga di rabbia sterile, che ci rende docili al controllo.


Link:http://www.daringtodo.com/lang/it/2013/03/20/black-mirror-la-seconda-stagione-ieri-sera-su-sky/

Terzo e ultimo episodio della prima serie, The Entire History of you, è forse il  il punto più alto di questo primo ciclo.
Immaginiamo che in un futuro non troppo lontano, quasi presente, ogni frammento della nostra vita possa essere immagazzinato in una memoria informatica attraverso un chip posto dietro il nostro orecchio e successivamente le immagini memorizzate possano essere riprodotte a piacimento davanti ai nostri occhi o addirittura su un monitor pubblico condividendone la visione con altre persone. Immaginiamo in seguito un giovane avvocato estremamente geloso di sua moglie, una cena con dei vecchi amici e alcuni scambi di sguardi e di battute un pò equivoche tra la moglie del giovane avvocato e uno degli amici in questione. La spirale di paranoia e sospetto è una conseguenza inevitabile ed è alimentata in modo devastante dalla possibilità offerta dal chip di scandagliare i ricordi e le esperienze delle persone pubblicamente.
Questo terzo episodio risulta estremamente interessante per molti motivi.
Innanzitutto una tecnologia come quella di questo chip, porta ad una modifica nel modo di percepire il proprio tempo. Che cosa voglio dire? Tutti noi agiamo e viviamo in un presente attuale, rispondiamo agli stimoli, ci muoviamo, programmiamo le nostre azioni secondo le circostanze presenti etc etc. Tuttavia il nostro approccio al mondo non è caratterizzato solamente dalle contingenze attuali, ma si basa anche su un continuo carosello di immagini interne provenienti dagli stimoli passati, dalle esperienze che abbiamo vissuto, dai nostri ricordi, da quello che magari vogliamo tenere solo per noi ma che comunque influenza le nostre scelte. Il microchip di questo terzo episodio confonde questo piano interno con quello esterno, spezza la linearità del tempo attuale che si svolge davanti ai nostri occhi e ai nostri sensi. Il tempo interno è fatto di balzi, associazioni frammentarie, rimandi continui ad esperienze più o meno passate. La possibilità di poter proiettare davanti ai propri occhi uno qualsiasi di questi frammenti temporali ed esistenziali spezza la continuità dell'ambiente in cui ci muoviamo.
La profondità percettiva viene appiattita come in un monitor, i nostri bulbi oculari diventano due proiettori, le immagini vengono riprodotte, possono essere modificate, rallentate, bloccate ( bellissime le sequenze dove il protagonista continua a far avanzare, stoppare e ripartire le stesse immagini davanti ai suoi occhi),in poche parole quello che viene modificato è l'aspetto prettamente ecologico della percezione.
Questa modifica del tempo attuale non ha solamente conseguenze "percettive" ma anche esistenziali. L'uomo ha la possibilità di sfuggire dal presente in qualunque momento, proiettando i ricordi felici e gradevoli di esperienze passate avendo l'occasione di riviverli. Certamente questo è già in un certo modo possibile attraverso i nostri sistemi di ripresa e riproduzione, ma un meccanismo come quello del chip in questione consente un appagamento e un'immedesimazione molto maggiore, poiché sono i nostri stessi occhi ad avere quelle immagini impresse e proiettate sulla retina (idea molto simile a quella mostrata dalla Bigelow nel suo bellissimo "Strange Days").
Qui il tema dell'innervazione tecnica raggiunge livelli di riflessione davvero molto profondi. I personaggi di The Entire History of you sono dei Cyborg a tutti gli effetti, la tecnologia ha modificato le loro possibilità percettive intrecciandosi con il loro apparato sensorio consentendo un diverso controllo sul reale, in questo caso, sulla dimensione esperienziale interna.
Strettamente collegato a quest'ultimo tema dell'innervazione è una concezione ossessionata e ossessionante per la verità. La possibilità di rivedere davanti ai propri occhi le immagini della vita di ognuno, toglie la possibilità del racconto, della modifica verbale, dell'omissione. In una società come questa la propria storia non è da raccontare ma da mostrare così com'è. Tutto questo fa si che si sviluppi una vera e propria mania per il dettaglio (il protagonista chiede alla moglie più volte la durata "esatta" della sua relazione extraconiugale con un impeto quasi maniacale, che sembra slegarsi dal fatto in sé del tradimento), che esula dal contenuto esperienziale ed esistenziale degli eventi vissuti.


Link:http://blogs.independent.co.uk/2011/12/19/review-of-black-mirror-%E2%80%93-%E2%80%98the-entire-history-of-you%E2%80%99/

Ovviamente ci sarebbero molte altre tematiche e spunti di riflessione per ognuno degli episodi della serie, in questo articolo mi sono limitato ad evidenziare gli aspetti che mi sembravano salienti e di maggior impatto.
Per concludere, Black Mirror è una serie che tratta con maturità estrema, grande potenza visiva e narrativa importantissimi temi legati al rapporto dell'umanità con la propria produzione tecnologica, dando adito ad una ampissima quantità di possibili riflessioni e stimoli. Tutto questo è calato in un contesto quasi quotidiano che rende ancora più efficace la sua proposta riflessiva. 
In definitiva: un'opera da vedere assolutamente e su cui pensare a lungo.
(ah...dimenticavo...un grazie speciale a Nicolò per avermi bollato per tanto tempo dicendomi di guardare la serie, ne è valsa davvero la pena!)