Joe R. Lansdale fa un salto indietro al 1933, portandoci nel suo amato Texas alle prese con la grande depressione e tirando le fila di una caccia serrata sulle orme di uno spietato serial killer. Il tutto visto dagli occhi della memoria di un ragazzino ormai vecchio.
Polvere, paludi, boschi. Un'estate torrida e polverosa, sempre pronta ad essere scossa da violenti temporali. Un'affresco d'America con le sue superstizioni e le sue paure. Tra l'ignoranza della massa e la buona volontà di chi, malgrado tutto, cerca di mettercela tutta per cambiare le cose, anelando a quella giustizia che sembra una cosa così lontana dalla civiltà degli uomini, quanto quelle sperdute terre nel remoto sud degli Stati Uniti.
Se, come ha detto Steinbeck, il Texas è uno stato mentale, quando partecipo di questo stato c'è solo un nome che riempie la mia mente, quello di Joe R. Lansdale. Per me leggere il buon vecchio Joe è un pò come tornare a casa dopo un lungo viaggio. C'è quello stile inconfondibile, che hai già imparato ad amare, con tutte le sue peculiarità, le sue espressioni, le sue immagini e i suoi temi in cui non puoi fare a meno di ritrovarti e sentirti al sicuro perchè, in qualche modo, sai già che non potrà deluderti. Così, infatti, è stato con "In fondo alla palude" l'ultimo libro dell'autore americano che mi è capitato di leggere.
La vicenda si svolge nel 1933 a Marvel Creek, una piccola cittadina nel pieno del Texas orientale. La grande depressione fa sentire il suo peso sulla Nazione a stelle e strisce e il Sud, sfondo del romanzo, si presenta come un luogo arretrato, aspramente rurale e attraversato da violente tempeste di sabbia che ne hanno devastato i raccolti.
In questo periodo si svolge l'infanzia di Harry, un vivace e curioso pre-adolescente, che ama passare le lunghe gionate estive sul fiume pescando e cacciando scoiattoli nei boschi limitrofi, in compagnia del suo fido cane Toby "il miglior cacciatore di scoiattoli della zona". I due sono accompagnati di buona lena dalla sorellina di Harry, Tom, che condivide con gioia le loro attività. Una sera, tornando verso casa, scoprono nelle terre basse, in bilico tra la vegetazione rigogliosa e l'intricata palude, il cadavere di una donna nera precedentemente torturata e seviziata. Questo sarà l'inizio di una appassionante indagine, che avrà protagonista, oltre ai due bambini, anche loro padre, Jacob, barbiere, agricoltore e tutore locale della legge insieme a tante altre figure secondarie tra le quali spicca sicuramente quella delle nonna. L'omicidio della donna di colore scoperto da Harry e Tom è solo il primo di una lunga serie di efferati crimini e piano piano si delinea l'immagine di un vero e proprio mostro responsabile delle atrocità. Dall'immagine superstiziosa dell'uomo-capra, essere leggendario che ha venduto l'anima al diavolo, si arriverà a quella più razionale di uno spietato serial killer che non si fermerà davanti a categorizazioni come razza, colore ed età nella scelta delle sue vittime.
In fondo alla palude è un thriller mozzafiato, la vicenda riesce a coinvolgere fin dalle prime righe e presto ci troviamo a porci gli stessi interrogativi dei protagonisti e ad arrovellarci il cervello su chi possa essere l'autore della serie di omicidi che sta sconvolgendo Marvel Creek. L'avventura tratteggiata da Lansdale, tuttavia, pur avendo un impianto thrilleristico, è molto altro e molto altro. Inanzitutto è un racconto di formazione. Il giovane Harry vive un'estate "alla Stand By Me" e dal primo ritrovamento del cadavere, passando poi per le indagini insieme al padre e tutte le complicazioni emotive, culturali ed esistenziali che se ne seguono, vivrà il suo passaggio ufficiale all'età adulta. L'uscita dalle illusioni dell'infanzia segue il filo conduttore della narrazione, portando dalle terrorizzanti fantasie sull'uomo capra alla reale follia del serial killer. Altro elemento fondamentale, tipico nella narrazione dell'autore americano, è la grande attenzione per le dinamiche sociali. Qui si è calati in un tempo ormai lontano della storia americana, ma che ha lasciato segni indelebili sul presente. Lansdale ci parla di razzismo, di discrimanazione e violenza e lo fa con la solita sincerità e semplicità che non lascia spazio a sentimentalismi di sorta. Linciaggi, pestaggi e insulti sono frutto dell'ignoranza della gente che preferisce rinchiudersi nell'odio comune che protegge e trova un colpevole facile, piuttosto che assumersi la responsabilità di cercare e di interrograsi. Tutto questo ci è sbattuto in faccia senza fronzoli, Lansdale firma pagine nere e crudeli, aiutato dalla solita sua proverbiale simpatia per le atmosfere pulp, ma anche da una profonda consapevolezza delle radici che affondano nella sua terra, il Texas, quel paese torrido e immenso che trasuda da ogni pagina dei suoi libri.
Tutti i personaggi presentati vengono tratteggiati con amore e dedizione dall'autore che li accompagna all'interno della vicenda, svelandone i particolari e gli aneddoti e dando vita ad un collage di esistenze che si intrecciano e si sfiorano, come granelli di polvere sospinti dal vento impetuoso delle immense lande d'america. In linea con questa tendenza risulta essere azzeccatissima la scelta di affidare degli intermezzi narrativi al presente a Harry, ormai vecchio e confinato in una casa di riposo, per poi passare al ricordo di quest'ultimo che svolge la vicenda vera e propria. Inoltre, in conclusione del romanzo, Lansdale ci fornisce una rapida carrellata di immagini che fanno da cesura tra la vecchiaia presente di Harry e l'intenso ricordo di quest'estate, riassumendo le vite di tutti personaggi presentati ed esprimendo con sentita malinconia la sensazione dello scorrere del tempo e, con esso, anche la passione della giovinezza. Il legame di Harry con quell'estate assume il significato del punto cruciale di un'intera esistenza, che se fosse circolare, ora che sta volgendo al termine probabilmente tornerebbe in quei boschi, con il fiato corto a cercare il killer con suo padre.
Per concludere, In fondo alla palude è un thriller validissimo, capace di tenere alta la tensione fino alla fine della lettura, scritto con uno stile semplice e crudo, ma altrettanto accattivante. E' un potente affresco d'America alle prese con un periodo difficile come quello della depressione con le sue paure, i suoi pregiudizi e i suoi umili abitanti, che non può non colpire nel segno per sincerità e forza di coinvolgimento.
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domenica 15 dicembre 2013
domenica 1 dicembre 2013
Ogni angelo è tremendo
Merce pericolosa - maneggiare con cura
Digitando su un qualsiasi motore di ricerca il nome Susanna Tamaro la descrizione che ne
esce è ben o male la stessa: scrittrice italiana, pluripremiata, nata a Trieste
e cresciuta con la nonna materna dopo la sofferta separazione dei genitori.
Ma non è proprio così….
Recito un passo del libro Ogni angelo è tremendo ultimo suo
successo letterario:
"Mia madre, infatti, era figlia di mio nonno e non il frutto di un
adulterio, mentre io non sono stata affatto allevata da mia nonna. Quando già
vivevo a Roma, passavamo le vacanze insieme e non perché era mia nonna, ma
perché eravamo affini e stare vicine ci rendeva felici."
Come possiamo vedere non è vero che è stata cresciuta dalla nonna,
leggendo Ogni angelo è tremendo si scoprono varie di queste “irregolarità” che
la stessa scrittrice evidenzia e fa notare, il fatto è dovuto ai suoi scritti
così intensi che ogni volta se ne legge uno sembra sia autobiografico, invece come
spiega nel suo ultimo componimento prende solo spunto dalla realtà vissuta e poi la rielabora in romanzo.
Bene… fatta questa premessa, veniamo a quello che mi preme, vale a
dire la scoperta di una persona diversa dall’idea che mi era fatta, la caduta anche
un po’ dell’ammirazione letteraria che avevo nei suoi confronti.
Ogni angelo è tremendo è un’autobiografia, scritta senza quel
distacco necessario per questo genere di narrativa.
La storia della bambina dell’iceberg ci consente di calarci nel mondo interiore di una bambina depressa, i sentimenti emergono soprattutto attraverso le immagini, i suoni, i singoli ricordi. L’autrice racconta con efficacia la lotta di una bambina sola, che deve trovare un ordine in un caos gelido. Scopriamo che cosa pensa Susanna Tamaro della vita, della natura umana, del mondo editoriale, della famiglia, di se stessa e anche della sua scrittura. Una scrittura lontana da manuali ed incapace di pianificazioni.
La storia della bambina dell’iceberg ci consente di calarci nel mondo interiore di una bambina depressa, i sentimenti emergono soprattutto attraverso le immagini, i suoni, i singoli ricordi. L’autrice racconta con efficacia la lotta di una bambina sola, che deve trovare un ordine in un caos gelido. Scopriamo che cosa pensa Susanna Tamaro della vita, della natura umana, del mondo editoriale, della famiglia, di se stessa e anche della sua scrittura. Una scrittura lontana da manuali ed incapace di pianificazioni.
Tutto troppo intenso, troppo triste, troppo cupo, riprende i temi
già trattati nei romanzi precedenti, lei stessi lo fa notare, ma confessa un
suo stato interiore troppo duro.
Tengo a dire che il genere letterario che prediligo sono i gialli,
ma Susanna Tamaro era sempre riuscita a suscitare il mio interesse pur facendo
un genere che non mi piace più di tanto.
Ricordo di aver letteralmente divorato Tobia e l’angelo, l’ho letto in una notte.
Un racconto estremamente reale sulla solitudine dei bambini, avvolto da
un'atmosfera di sogno. Ero già più che adulta quando l’ho letto e ho captato
tangibilmente che in Martina, la protagonista, doveva esserci parte di
Susanna. Mi ha affascinato tutta la regnatela intorno al significato delle
parole:
“Il nonno aveva ragione, ogni cosa ha una sua voce. Ma c'erano anche cose
senza voce, il futuro, ad esempio, o le domande senza nessuna risposta. Ce
n'erano tante nella sua testa. Addormentandosi, Martina le vide: sembravano
luci fioche su una sponda lontana. Il galeone veleggiava in direzione opposta,
dritto verso la grande notte silente di un mare senza fari, di un cielo senza
stelle.”
Ed infatti queste voci delle cose, queste domande senza risposta ma
soprattutto il galeone, ritornano tremendamente autobiografiche in Ogni angelo è tremendo. Ma l’impatto che ho avuto è stato totalmente differente rispetto al
precedente. L’armonia, la poesia si sono spezzate mostrandomi una persona
disturbata; molti da bambini si sono trovati a farsi queste domande, io
stessa, ma se torno indietro nel tempo
della mia vita non trovo il freddo che trasmette la Tamaro ritornando indietro
nella sua.
Quando ho letto Cuore di ciccia mi è piaciuto così tanto che l’ho usato
molte volte come lettura della buona notte con i mie figli.
Michele: un ragazzino piuttosto grasso che non si lascia scappare
l'occasione di mettere qualcosa sotto i denti e ha due genitori che non lo
capiscano affatto per quanto riguarda i suoi problemi di ciccia. Il padre di Michele: rivenditore di automobili cerca di distrarre Michele dai
suoi pensieri sul cibo. La madre di Michele: proprietaria di un negozio di costumi cerca di inculcare nel figlio le sue idee sulla linea e la perfezione del corpo umano.
La nonna di Michele lo vizia con ogni tipo di prelibatezza ed è proprio
per questo che lui la stima molto. Michele mangiava perchè si sentiva solo e sua mamma alla fine
lo porta in un centro per dimagrire non capendo invece che l'unica cosa
di cui aveva bisogno era il suo amore.
I personaggi si ritrovano in Ogni angelo è tremendo, la madre e il
padre per la Tamaro sono la causa delle sue inquietudini mentre la nonna è il palliativo.
Ci sono episodi che la scrittrice cita ad esempio, che non nego di avere vissuto pure io, uguali, identici,
semplicemente perché i tempi erano così, ma non mi sento una diversa.
In un passo del libro dice che era riuscita a vincere una gara di
corsa alle medie e quando è tornata e lo ha detto alla madre, questa gli ha
risposto: figurati se è vero.
Io quando sono tornata da scuola l’ultimo giorno della prima media,
allora appunto si facevano le premiazioni, ho riportato una medaglia (d’oro)
per la corsa e l’attestato di migliore della classe, mia madre ha riso della
medaglia considerando la corsa una sciocchezza fatta a scuola e l’attestato non
l’ha neppure guardato dicendo che doveva
essere sicuramente per religione. Tale sorte la subivano spesso anche miei
compagni, ma non per questo siamo tutti dei diversi. I tempi erano questi ed i genitori erano
così, uscivano da esperienze traumatizzanti, e il nostro cambiamento spesso non
veniva visto.
Per voce sola, contiene cinque
racconti come un romanzo sul male di vivere. Infanzia e memoria, sentimento e
comprensione sulle storie atroci e dolcissime di bambini soli e molto infelici.
“Dicono che gli orchi non esistono più,
invece gli orchi esistono ancora. Il mio papà di giorno è un avvocato e di
notte un orco..”
Anche qui già si sente il non rapporto con
il padre ma, in Ogni angelo è tremendo rappresenta il padre come un fallito,
assente, inseguitore di sogni. Non ho trovato riscatto nemmeno alla fine per
questa figura, solo freddo… Eppure se quello che narra in questa
autobiografia è vero, è proprio lui che la porta a Roma, gli indica la scuola
di sceneggiatura, in qualche modo la capisce, riesce a vedere in lei quello che
gli piacerà e che potrà diventare.
Va' dove ti porta il cuore, uno dei più straordinari casi
letterari degli anni Novanta. Si tratta di uno dei libri più controversi. Furono intentate addirittura
cause legale per plagio, vennero fatte parodie poco esilaranti. Difficile
trovare una persona che sia rimasta mediamente colpita. O piace alla follia o
si resta annoiati. Io l’ho letto in due notti, divorato… mio marito
tentava di dormire, mentre io tenevo la luce accesa dalla mia parte del letto,
ed ogni tanto lo svegliavo per fargli leggere alcuni passi che mi sembravano
straordinari, per fortuna eravamo sposati da poco e non diceva nulla, lo
facessi adesso dopo 25 anni…
Dopo aver letto Ogni angelo è tremendo, non mi sembra più così affascinante
nemmeno quello. Usare i ricordi più intimi, se così è, per ricamare una trama
quasi reale, da fan che ero mi sono sentita un po’ presa in giro.
OGNI ANGELO E’ TREMENDO. Indubbiamente ti lascia un po' di amaro
in bocca e forse sono finalmente riuscita a capire come mai in tutti i suoi
libri c'è sempre quest'aura di tristezza . E’ uno sguardo
introspettivo di se stessa, della propria vita, una bambina che trascina con sé
fino ad età adulta la sua corazza difensiva per poter affrontare il mondo; ma
se ci pensiamo questa corazza ognuno di noi la crea per difendersi dalle
torture che l’esistenza impone.
Riconosco il suo talento, i successi dei suoi scritti parlano da soli,
capisco che la letteratura è soggettiva, non è detto che un bel libro debba per
forza piacere a tutti.
Ogni angelo è
tremendo è la vita di Susanna, una bambina strana
secondo l’autrice, abbastanza normale per me lettrice. E’ sicuramente vittima di una separazione dolorosa dei
genitori, è una sognatrice, è curiosa, è attenta, ma quanti noi si riconoscerebbero
in questi tratti?
A voi il giudizio e i commenti. Ma attenti, maneggiatelo con cura, Ogni
angelo è tremendo, potrebbe essere pericoloso e distruggere un mito.
O.P.
lunedì 28 ottobre 2013
La strada e Melancholia. Due modi di vedere la catastrofe
Ce la caveremo papà?
Si. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perchè noi portiamo il fuoco.
Si. Perchè noi portiamo il fuoco.
La Strada, Cormac McCarthy
Nei film, nei romanzi, nei fumetti, nei videogiochi, quante volte abbiamo visto in scena il futuro, più o meno, catastrofico dell’umanità e del nostro pianeta? Questo può sicuramente essere il sintomo costante della consapevolezza dei rischi a cui la nostra società va incontro, della paura degli effetti devastanti dei nostri mezzi tecnologici, dall’ansia data dagli squilibri sociali, dal sovrapopolamento e delle proiezioni statistiche sull’esaurimento delle risorse materiali ed energetiche.
Si. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perchè noi portiamo il fuoco.
Si. Perchè noi portiamo il fuoco.
La Strada, Cormac McCarthy
Nei film, nei romanzi, nei fumetti, nei videogiochi, quante volte abbiamo visto in scena il futuro, più o meno, catastrofico dell’umanità e del nostro pianeta? Questo può sicuramente essere il sintomo costante della consapevolezza dei rischi a cui la nostra società va incontro, della paura degli effetti devastanti dei nostri mezzi tecnologici, dall’ansia data dagli squilibri sociali, dal sovrapopolamento e delle proiezioni statistiche sull’esaurimento delle risorse materiali ed energetiche.
Alla luce di queste paure, molti
teorici hanno cercato di interpretare la sfuggente situazione presente e
ipotizzare una possibile chiave di volta per un cambiamento che ci permetta di
affrontare il nostro tempo e quello che deve ancora venire, come nel caso del
sociologo e scrittore tedesco Ulrich Beck e della sua teoria della “società del
rischio”, emblema, a suo parere, della nostra quotidianità.
Questa premessa è un incipit
volto a riflettere su due opere, una letteraria e una cinematografica, che ci
parlano entrambe di catastrofe in maniera molto diversa : “La Strada” di
Cormac McCarthy e “Melancholia” di Lars Von Trier.
Nella visione del nostro presente
teorizzata da Beck, ovvero quella della società del rischio, gioca un ruolo
davvero importante il formarsi di una comunità di pericolo, che spronata da un
rischio di portata globale ha l’occasione, il dovere e la necessità di prendere
coscienza e muoversi all’azione. Tutto questo fa pensare al delinearsi di una
dimensione più collettiva e gregaria, oltre che a una speranza e una fiducia di
uscire dallo stagnamento creato dalla natura invisibile e incerta del rischio.
Il romanzo di Cormac McCarthy porta in scena un’immagine del futuro, del mondo,
degli uomini e dei loro oggetti totalmente differente.
I due protagonisti del Romanzo sono completamente soli, vagano per un mondo completamente distrutto, freddo e oscuro, non c’è traccia di solidarietà sulla strada che “L’uomo” e “il bambino” percorrono incessantemente, anzi gli altri uomini sono visti come un pericolo, come entità malvage da cui stare alla larga. L’uomo e il bambino sono i “buoni” e si contrappongono agli altri che sono “cattivi”, si innesca quasi una lotta per la sopravvivenza in un mondo che ormai sembra non avere più risorse da offrire.
I due protagonisti del Romanzo sono completamente soli, vagano per un mondo completamente distrutto, freddo e oscuro, non c’è traccia di solidarietà sulla strada che “L’uomo” e “il bambino” percorrono incessantemente, anzi gli altri uomini sono visti come un pericolo, come entità malvage da cui stare alla larga. L’uomo e il bambino sono i “buoni” e si contrappongono agli altri che sono “cattivi”, si innesca quasi una lotta per la sopravvivenza in un mondo che ormai sembra non avere più risorse da offrire.
Il paesaggio è ricoperto di
cenere, l’orizzonte è una distesa di rovine, la natura è completamente
sfigurata e gli oggetti che i due personaggi trovano rimandano ad una civiltà
che ormai sta scomparendo, responsabile implicito di un incubo che si è
realizzato e che ora è realtà attiva, con le sue logiche e le sue
caratteristiche da affrontare. Sembra di essere tornati ad uno stadio primitivo
della civiltà, dove l’uomo per sopravvivere deve accontentarsi di ciò che trova
in giro, di ripararsi in posti di fortuna, di andare avanti continuamente in
una perenne battaglia per restare in vita, tuttavia, a differenza della nostra
immagine di primitività dove l’uomo è raccoglitore e cacciatore ed è
perfettamente inserito nell’ambiente naturale e nel suo ciclo vitale, nel
romanzo di McCarthy la natura non ha più nulla da offrire, non ci sono piante,
ne grotte dove ripararsi, non ci sono animali da cacciare, ci sono solo i resti
di una vita lontana ormai in deperimento. I due protagonisti si riparano sotto
un telo di plastica, si portano dietro un carrello di cianfrusaglie e di cibo
in scatola, l’unico nutrimento che sembra essersi salvato dalla distruzione.
Tutto il mondo delineato da McCarthy sembra essere una grande discarica,
perfino il mare, raggiunto dai due protagonisti nell’ultima parte del romanzo,
si presenta come una distesa scura e fredda dove sopravvive solo un relitto
arrugginito e mal messo.
In un immaginario simile non trova posto la speranza, né l’immaginazione di un futuro migliore. Scorrendo le pagine del libro sembra proprio non avere nemmeno senso pensare ad una via di uscita, ad una svolta che possa far uscire i due protagonisti e l’umanità da quella arida distesa di cenere che è il mondo. L’immaginazione sul futuro e i suoi rischi, che nel pensiero di Beck deve essere l’input per la presa di coscienza del singolo e per la formazione di una comunità di pericolo globale, in McCarthy manca del tutto, non c’è futuro a guidare le azioni dei due protagonisti né immaginazione a figurare i rischi del domani, c’è solo l’autoconservazione presente, la ripetitività del passo lento su una lingua d’asfalto che conduce ad una meta senza nessun significato. Quel mare che dovrebbe simboleggiare la via per un posto migliore e lontano, in realtà è soltanto una massa oscura, fredda e insormontabile.
In un immaginario simile non trova posto la speranza, né l’immaginazione di un futuro migliore. Scorrendo le pagine del libro sembra proprio non avere nemmeno senso pensare ad una via di uscita, ad una svolta che possa far uscire i due protagonisti e l’umanità da quella arida distesa di cenere che è il mondo. L’immaginazione sul futuro e i suoi rischi, che nel pensiero di Beck deve essere l’input per la presa di coscienza del singolo e per la formazione di una comunità di pericolo globale, in McCarthy manca del tutto, non c’è futuro a guidare le azioni dei due protagonisti né immaginazione a figurare i rischi del domani, c’è solo l’autoconservazione presente, la ripetitività del passo lento su una lingua d’asfalto che conduce ad una meta senza nessun significato. Quel mare che dovrebbe simboleggiare la via per un posto migliore e lontano, in realtà è soltanto una massa oscura, fredda e insormontabile.
L’immagine del mondo che emerge
da “La Strada” è qualcosa di quasi surreale, rappresenta la nostra paura più
estrema rispetto al nostro futuro. Leggendo il romanzo è difficile credere che
la nostra vita possa davvero trasformarsi in un tenebroso vagabondaggio tra
cenere, macerie e pioggia gelida, tuttavia la scena risulta così forte e
opprimente nella sua ripetitività da smuovere, a mio parere, un sentimento di
angoscia che ci fa riflettere sul valore della nostra vita e sull’importanza di
preservare il nostro pianeta.
Se l’analisi di sociologi o filosofi come Beck o Benjamin cercano di analizzare la realtà e la storia razionalmente e di mettere in luce buoni argomenti per cui è necessario un cambio di rotta, l’arte con le sue tinte forti e le sue potenti immagini fa presa sul nostro lato emotivo, smuove i nostri sentimenti e fa emergere le nostre paure. Anche questo, a mio parere, può essere un input forte alla riflessione e all’azione. Non a caso Benjamin per esprimere il suo concetto di storia come un’immensa catastrofe parte proprio dal gioco immaginativo con un piccolo quadretto di Paul Klee dal quale egli non si è mai separato. Sono tanti gli spunti che l’arte offre sul tema del rapporto dell’uomo con la catastrofe, nel mio caso particolare la lettura del romanzo di McCarthy mi ha rimandato ad una interpretazione cinematografica che rappresenta la catastrofe in modo sicuramente molto differente da quella presentata dallo scrittore statunitense, ma che può, a mio parere, dare buoni spunti di confronto. Mi sto riferendo al film “ Melancholia” di Lars Von Trier.
Se l’analisi di sociologi o filosofi come Beck o Benjamin cercano di analizzare la realtà e la storia razionalmente e di mettere in luce buoni argomenti per cui è necessario un cambio di rotta, l’arte con le sue tinte forti e le sue potenti immagini fa presa sul nostro lato emotivo, smuove i nostri sentimenti e fa emergere le nostre paure. Anche questo, a mio parere, può essere un input forte alla riflessione e all’azione. Non a caso Benjamin per esprimere il suo concetto di storia come un’immensa catastrofe parte proprio dal gioco immaginativo con un piccolo quadretto di Paul Klee dal quale egli non si è mai separato. Sono tanti gli spunti che l’arte offre sul tema del rapporto dell’uomo con la catastrofe, nel mio caso particolare la lettura del romanzo di McCarthy mi ha rimandato ad una interpretazione cinematografica che rappresenta la catastrofe in modo sicuramente molto differente da quella presentata dallo scrittore statunitense, ma che può, a mio parere, dare buoni spunti di confronto. Mi sto riferendo al film “ Melancholia” di Lars Von Trier.
Nell’opera di Von Trier il tema
centrale è il rapporto tra due sorelle Justine e Claire, sullo sfondo di un
imminente catastrofe planetaria dovuta all’impatto con la terra di un pianeta
azzurro e bellissimo di nome Melancholia. Il film, oltre ad analizzare la
complicata relazione tra le sorelle e a mettere in luce una profondissima
analisi psicologica dei personaggi, ci mostra a fronte delle differenze
caratteriali, di vita e di aspettative delle due sorelle, il diverso stato di
attesa e reazione alla catastrofe imminente. Justine, sprofondata in una
terribile depressione catatonica la sera del suo stesso matrimonio non chiede
più nulla alla vita, è priva di ogni tipo di aspettativa o speranza, niente la
soddisfa e dopo aver tradito e lasciato il suo novello sposo, arriva a
dipendere totalmente dalla sorella Claire costretta ad accudirla ed aiutarla
per ogni cosa. Claire invece vive una vita “normale”, ha un marito e un figlio
di nome Leo. Nel frattempo, come già accennato, il cielo che sovrasta i nostri
personaggi diventa il teatro di una possibile irreversibile catastrofe che
segnerebbe la fine del mondo. Un pianeta, Melancholia, dopo aver offuscato la
stella Antares si sta avvicinando alla terra minacciosamente, secondo il marito
di Claire, esperto di astronomia, le probabilità che l’impatto si verifichi
sono scarse, tuttavia strani fenomeni atmosferici e strani comportamenti negli
animali (i cavalli si imbizzarriscono apparentemente senza motivo) fanno
presagire che non sia così. Il pianeta infatti si avvicina sempre di più e ora
è la sorella “forte”, Claire, a soffrire di crisi depressive ed è invece
Justine ad affrontare la catastrofe imminente con più tranquillità e sicurezza.
La situazione via via che il pianeta si avvicina sale in un climax di tensione,
il marito di Claire, capito ormai il destino della terra, si suicida lasciando
la moglie, Justine e il piccolo Leo soli ad affrontare l’impatto. Justine è ora
la forte del gruppo, colei che era troppo “ debole” per la vita diventa ora,
nella catastrofe, la più forte. L’impatto è imminente, Justine decide quindi di
costruire un rifugio immaginario, una piccola capanna di legno, con il nipotino
Leo. I tre personaggi entrano nella “ grotta magica” si tengono per mano
aspettando l’impatto tutti e tre assieme in un’immagine ormai mistica (o
messianica) di attesa. Melancholia colpisce la terra in un esplosione che
riempie completamente lo schermo.
Quello che si può ricavare di
utile per la nostra riflessione dal film di Von Trier sono soprattutto i temi
dell’immaginazione e della solidarietà già presenti in qualche modo sia in Beck
che in McCarthy.
Justine, come i due protagonisti
di Mc Carthy, sembra non avere speranze, non c’è un futuro davanti a lei. La
depressione la pervade a tal punto da vivere ormai in una monotonia quasi
irrazionale, non progetta, non immagina perché non ne ha bisogno. Non c’è
futuro e quindi non c’è nulla da immaginare. Proprio per questo nel momento
della catastrofe è lei quella più forte, in quanto l’ha già accettata da tempo.
Claire al contrario è immersa nella sua vita, per lei l’impatto di Melancholia
è la distruzione di tutte le sue speranze, di tutti i suoi progetti, ella vorrebbe
fare qualcosa ma si sente impotente, vorrebbe reagire in qualche modo, ma la
distruzione è inevitabile perché ormai è in atto. Questo può rimandarci a Beck
e alla natura intermedia tra sicurezza e distruzione del rischio. Proprio
perché il rischio è ancora “virtuale” e non è ancora in atto può essere l’input
per l’azione e deve esserlo. Si può agire nella previsione di una catastrofe
che si potrebbe evitare mentre, come ci insegnano Melancholia e La Strada, non
sembra esserci futuro nel disastro totale in atto.
L’altro tema, come accennato, è
quello della solidarietà. I personaggi di Von Trier si riuniscono insieme sotto
un riparo, che se pur fittizio, simboleggia quel bisogno di sicurezza comune e
quella necessità di affrontare insieme la catastrofe. Questo, ovviamente, può
rimandarci ancora a Beck e alla necessità di formare una comunità globale di
pericolo che possa con un sincero sforzo sinergico affrontare e vivere il
rischio con nuova coscienza.
sabato 26 ottobre 2013
La lampada di Aladino e altri racconti per vincere l'oblio
Una raccolta di fantastici racconti che celano la vita di un uomo che non ha ancora smesso di scommettere sull'esistenza di un'umanità fuori dal coro, capace di avere forti ideali e credere nei sentimenti.
Luis Sepùlveda, scrittore, giornalista, scenografo, regista ed attivista cileno, rappresenta una personalità eclettica e attiva del nostro tempo. Nasce in Cile nel 1949, ma si trova costretto a lasciare la terra natia dopo un'intensa stagione di scontri politici, conclusasi con la sua incarcerazione da parte del regime di Pinochet. Questa suo forte attivismo e l'attrazione per le tematiche sociali ed ambientali, lo ha portato a viaggiare molto anche al seguito di associazioni come GreenPeace o enti come l'UNESCO.
Agli appassionati lettori di Sepùlveda sicuramente non sfuggono le opere primarie, come ad esempio Il vecchio che leggeva romanzi d'amore, ma nemmeno le minori e la forte relazione che queste hanno con la vita dell'autore. Tuttavia, io personalmente non posso mettermi in questa schiera di sostenitori documentati, non perchè non apprezzi i suoi lavori, ma perchè mi sono spesso orientata su altre letture. Certamente non posso dire di non essere entrata in contatto con i suoi famossissimi La storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare e La storia del gatto e del topo che diventò suo amico, presenti in molti libri di testo scolastici e da annoverarsi nelle storie per la buona notte e da raccontare ai bambini, ma non posso sicuramente dirmi un'esperta.
Recentemente mi è capitato di leggere il libro La lampada di Aladino e gli altri racconti per vincere l'oblio, un racconto semplice, di facile lettura, che si fa leggere molto volentieri anche in differenti momenti poichè le storie sono molteplici ed autoconclusive. Una delle caratteristiche delle opere di Sepùlveda è sicuramente quella di celare sotto uno stile quasi fiabesco e le trame fantasiose piccoli pezzi di sè, delle sue convinzioni e dei valori per i quali si batte da tutta la vita. In questa raccolta si possono sicuramente trovare anche note decisamente autobiografiche, riferimenti a personaggi reali e accenni delle sue avventure. Attraverso queste piccole storie ripercorriamo la vita dell'autore, saltellando tra i suoi temi più cari e ricorrenti: l'avventura, l'impegno politico, il viaggio verso il nuovo, la ricerca, l'utopia e l'amore. Ciò che inoltre non manca mai nei suoi racconti è sicuramente l'ironia e la strabiliante capacità di saper raccontare storie, coinvolgere ed appassionare il lettore. La sua vita trasmuta in avventure fantastiche ed arriva ai nostri occhi ed al fanciullo che è in noi risvegliandone la curiosità. Ma non è solo il nostro fanciullo interiore ad essere nutrito dalle storie di Sepùlveda, anche il nostro io adulto e razionale vi trova le incitazioni per affrontare la vita giorno per giorno, andare sempre avanti seguendo le proprie convinzioni e lottando per i propri ideali. Vi si trova la spinta a dare fiducia a questa umanità alla deriva, che non si è completamente conformata ed omologata agli standard di sopravvivenza, ma cerca ed ha ancora dei valori da perseguire e proteggere.
O.P
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