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lunedì 3 febbraio 2014

I Beatles sulle “nuvole”







 Ripropongo qui un breve articolo apparso su Artspecialday il 3 febbraio 2014

«Erano più famosi di Gesù!». Queste sono le parole con cui il bigottissimo Ned Flanders, in una puntata dei Simpsons, spiega la sua passione per i Beatles e sembra davvero difficile dargli torto. Non c’è, infatti, bisogno di dire quanto il quartetto di Liverpool abbia influenzato la nostra epoca, sia musicalmente che culturalmente. Oltre ai loro pezzi, consacrati ormai dalla storia all’immortalità, i Fab Four sono una vera e propria icona universale, un’immagine collettiva paradigmatica.

Non a caso Rolling Stone li ha nominati “il più grande gruppo di tutti i tempi”, suscitando in me un piccolo brivido, in quanto davanti a Dylan (2°posto) non andrebbe mai messo nessuno ( chi mi conosce sa che non potevo trattenermi da questa uscita). Il loro mito è così radicato nel nostro tempo, che è diventato ormai parte del patrimonio storico-culturale, come dice Hunter Davies «Oggi in tutto il mondo esistono scuole, college e università dove i Beatles sono argomento di studio, di insegnamento, di analisi e di ricerca».

Sui Beatles, la loro musica e la loro vita, si sono scritti migliaia di libri e girati alcuni film (uno degli ultimi è Nowhere Boy del 2009, diretto da Samuel Taylor Wood). Non può sorprendere, dunque, che anche la nona arte, il fumetto, risenta della loro influenza. Un esempio particolarmente interessante risiede in una delle ultime serie uscite per i tipi della Image Comics, ovvero “Nowhere Man”, scritto da Eric Stephenson e illustrato da Nate Bellegarde e Jordie Bellaire. I protagonisti sono 4 scienziati fondatori di un’ azienda di ricerca e sviluppo, la World Corp, molto influente a livello planetario grazie ai suoi risultati nel campo della genetica e della biocibernetica. La trama si incentrerà sulle conseguenze del  loro lavoro, sui loro rapporti e sulla potenza mediatica della loro immagine, in un susseguirsi di flashback e nuovi avvenimenti. 



Eric Stephenson ha dichiarato che la prima ispirazione per i suoi quattro scienziati è arrivata proprio dai Beatles, in quanto pensare ad un quartetto di fama mondiale non poteva che rimandare a loro. Questo è evidente  dal nome del fumetto, che è il titolo di una loro canzone e dall’estetica dei personaggi, inoltre, in un dialogo, i quattro scienziati si paragonano ai Beatles chiudendo il discorso con uno slogan emblematico: “Science is the New Rock ‘n’ Roll”.

Se in Nowhere Man possiamo rilevare tutta la potenza di un’immagine immortale, quella dei Beatles, che riesce ad influenzare la creazione dei protagonisti per un plot fantascientifico, ne “Il quinto Beatle”, scritto da Vivek J. Tiwary e illustrato da  Andrew C. Robinson e Kyle Baker,  I Fab Four, diventano attori cooprotagonisti. L’opera, infatti, riguarda la vita di Brian Epstein, “il quinto Beatle”, il manager che li ha scoperti e li ha portati alla fama mondiale tra il ’61 e il ’67, anno della sua morte per un mix letale di alcol e droghe. La vita di Epstein, ebreo e gay in un Inghilterra dove l’omosessualità era un crimine contro la legge, è raccontata con grande emozione e perizia tecnica. Il mito dei Beatles viene messo in scena da una luce diversa, quella dell’uomo che per primo ha visto il loro potenziale e che ha lottato contro un ambiente ostile per la sua intuizione, come dice Tiwary «non c'era nulla di culturale a Liverpool. Quando questo ebreo gay girava per la città dicendo “Ho scoperto una band locale e diventeranno più famosi di Elvis!” pensavano fosse pazzo»




Come spesso sostengo, il fumetto è un medium molto versatile. Esso permette di accostarsi ad una varietà spaventosa di temi e riesce ad interpretarli, grazie alla sua particolare forma, in maniera ironica e originale. Il 2013, oltre alle 2 opere che ho citato, sempre nel “campo musicale”, ci ha offerto altri buoni esempi di graphic novel. Basta pensare al validissimo “Haddon Hall” di Nejib, diario surreale e psichedelico delle vicissitudini di David Bowie ,oppure a “Quando ero un alieno”, che ci racconta l’infanzia e l’ascesa di Kurt Cobain.

E’ di grande interesse che personaggi e artisti di fama mondiale, che ormai, più che personaggi, sono simboli di qualcosa di universale, riescano in questo medium a trovare nuova linfa, sia come protagonisti, cooprotagonisti o anche solo ispirazione estetica, grafica o d’immaginario che sia. Qui abbiamo parlato di musica, di Beatles in particolare, ma, in generale, credo che il fumetto sia un ottimo medium per evidenziare ulteriori angolazioni e sfumature sulle icone della contemporaneità, che permettono di ragionare, ancora una volta, sull’effettiva vitalità di un immagine e sulla sua influenza.


venerdì 6 dicembre 2013

Fumetto e Giornalismo. Un connubio storico



Una brevissima ( ma proprio brevissima) riflessione sul rapporto storico tra fumetto e carta stampata ( per Artspecialday)





16 febbraio 1896. Molti considerano questa data il giorno di nascita del fumetto contemporaneo.
Niente eroi in calzamaglia, almeno per ora. C’è invece un bimbo parecchio bruttino, con le orecchie a sventola e i denti in fuori. E’ Yellow Kid. E’ lui o meglio, il suo pappagallo, il pioniere che si esprime per la prima volta in un baloon, dando origine allo straordinario mezzo espressivo che tutti ora conosciamo.
Oltre che per l’interesse storico, Yellow Kid è interessante per altri motivi. Innanzitutto, apparve per la prima volta sull’inserto domenicale di un giornale, il New York World, diretto dal mister carta stampata per eccellenza, Joseph Pulitzer. In seconda battuta Yellow Kid, con il tono ironico che si addice bene al medium fumettistico, parlava della società americana, in particolar modo di quella degli immigrati. Il fumetto nasce come intrattenimento e satira socio-politica
Il potenziale comunicativo dell’unione fra immagini e parole non era sfuggito a Pulitzer e nemmeno al suo principale concorrente, William Randolph Hearts, del New York Journal. I due si fronteggiarono arditamente, proponendo due serie del “bambino giallo” sulle rispettive testate giornalistiche, fino al termine di entrambe nel 1898.
Fumetto, giornalismo e politica. Tre elementi che fin dalle origini del fumetto occidentale sembrano stare bene insieme. Sono passati più di 100 anni da Yellow Kid e il fumetto ha subito una gran quantità di metamorfosi, eppure questo connubio resta ancora vivo, anzi si è notevolmente rafforzato.




Da qualche anno, infatti ,abbiamo assistito alla diffusione prepotente di un’espressione, “graphic journalism”, che sta ad indicare opere considerate veri e propri reportage giornalistici ad immagini. Il capostipite di questa particolare corrente è probabilmente Maus, capolavoro di Art Spielgman, vincitore del premio Pulitzer nel ’92. In Maus  viene raccontata la storia di una famiglia  ebrea tra la Polonia degli anni 30, la deportazione ad Auschwitz e la New York degli anni 80. Un racconto straziante, fatto di documenti e ricordi, di un realismo commovente. Scorrendo gli anni troviamo innumerevoli esempi degni di nota. Si va, per dirne qualcuno, dalla questione Israelo-palestinese raccontataci da Joe Sacco in “ Palestina”, alla rivoluzione iraniana in “Persepolis” di Marjane Satrapi. Passiamo poi ai “Quaderni Ucraini” di Igort, continuiamo per “Cronache da Gerusalemme” e “Pyonyang” di Guy Delisle, fino ai reportage ad immagini di Patrick Chapatte sulle affiliazioni e le attività criminali delle gang  guatemalteche. Bisognerebbe citarne tanti altri, ma per motivi di spazio non lo faccio.









Il fumetto è forse il medium più libero e versatile in circolazione. La sua posizione di eterno outsider rispetto ai principali mezzi di comunicazione e la sua natura, spesso di intrattenimento e ironica, gli hanno permesso di indagare e percorrere trasversalmente le varie sfaccettature del reale.
Le immagini riescono a superare ogni barriera. Le enormi possibilità simboliche, la sua istantaneità grafica e la capacità di intrattenere, sono le armi base del fumetto, che riesce a parlarci con leggerezza di situazioni difficili e complesse. Il successo del graphic  journalism è solo un ulteriore segno che ci rimanda all’estrema efficacia di un medium, che per la sua composizione ibrida e la sua versatilità espressiva, è capace di adattarsi ad ogni registro e contenuto.
L’indagine e l’informazione sociopolitica possono sicuramente trarre vantaggio dall’immediatezza del fumetto e speriamo lo facciano, il più possibile, in modo genuino e costruttivo. Infatti, per lo stesso motivo,  il fumetto è troppo prezioso e pericoloso per essere strumentalizzato. Quando questo avviene è come un fendente, che ci colpisce tutti, perché va a colpire uno dei mezzi più cristallini e sfuggevoli di estrinsecazione della nostra libertà.