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lunedì 6 ottobre 2014

Solanin




La difficoltà di diventare adulti (e di provare ad essere felici)



Ho iniziato ad appassionarmi ai fumetti alle scuole medie e ho iniziato con i manga. Mi piacevano Dragon Ball e i cartoni giapponesi e perciò iniziai la mia  avventura nel mondo delle nuvolette cartacee facendo scorpacciate di quei libretti in bianco e nero dalle figure squadrate, che i miei genitori si ostinavano a guardare con sospetto, soprattutto perché si leggevano al contrario. Ricordo che a quel tempo schifavo i fumetti occidentali perché non mi stavano particolarmente simpatici i supereroi, li trovavo noiosi e perciò la scelta era obbligata: il Giappone. Posso dire che tutto partì da lì, dal Giappone, da quel mondo lontano che trasudava da ogni immagine che passava sotto le mie dita e davanti ai miei occhi.
Con il passare del tempo il mio pensiero è cambiato. Ora mi piace il fumetto occidentale. Ho imparato che i supereroi sono solo una minima parte della sua produzione e che, anche all’interno dello stesso genere supereroistico, si trovano opere meravigliose. Tuttavia i manga rimangono il mio primo amore e non ho mai smesso di leggerli. Ci sono tantissimi manga che ho amato e un numero considerevole di autori che apprezzo, primi fra tutti, Osamu Tezuka, Jiro Taniguchi, Naoki Urasawa, Hideo Yamamoto e Tsutomu Nihei, ma ce ne è uno che forse sento più vicino di ogni altro. Mi riferisco ad Inio Asano, classe 1980.
Inio Asano è l’ esponente di punta della new wave del fumetto nipponico. Di lui ho letto varie opere, tra cui: "What a wonderfull world!", "Il campo dell'arcobaleno", alcuni numeri di "Buonanotte Pun Pun" e "La città della luce". Proprio quest’ultimo volume, uscito nel 2005 in Giappone e arrivato in Italia nel 2007 grazie alla collana Manga San della Kappa edizioni, è il primo manga di Asano che ho avuto il piacere di leggere. Il suo stile di disegno e di narrazione mi hanno immediatamente colpito e mi hanno spinto ad approfondire la sua produzione, portandomi ad acquistare gli altri volumi pieno di grandi aspettative che, fino ad ora, sono sempre state appagate.
In questo articolo andrò dunque a parlare dell’ultimo manga di Asano che ho letto, ovvero Solanin. L’opera in questione, arrivata in Italia nel 2005, insieme al già citato “What a wonderfull world!”, è stata da subito apprezzata sia dal pubblico che dalla critica, arrivando, in seguito,  a ricevere una nomination agli Eisner Awards nel 2009 e a diventare un film per il grande schermo nel 2010. Già da questi primi dati iniziali si potrebbe intuire la qualità di questa lettura e il proseguire del mio umile commento non farà altro che rafforzare il giudizio positivo nei suoi confronti.



Solanin è la storia di due ragazzi, Meiko e Naruo (Taneda), che, finita da due anni l’università, si trovano a dover fronteggiare la vita da adulti con tutti i suoi problemi, le sue incertezze e le sue paure. I due, impegnati in una relazione da ormai sei anni, convivono in un piccolo appartamento di Tokio cercando di sbarcare il lunario come possono, provando a non pensare troppo al futuro e facendosi forza con l’affetto del loro rapporto. Naruo è la figura che,  dapprima, ci sembra essere più sognatrice e immatura tra i due. Egli, infatti, ha un lavoro part-time come illustratore per una rivista e nel tempo libero suona in una rock band con i suoi vecchi amici di università. La sua mentalità non pare essere troppo cambiata da quando era uno studente e Naruo non può che sentire i nuovi pesi, esistenziali e pratici, che porta con se il passaggio all’età adulta: la necessità di imboccare un progetto di vita sempre più definito e di raggiungere una vera autosufficienza economica.
Meiko, invece, a differenza di Naruo, sembra già essere più responsabile. La ragazza lavora come impiegata a tempo pieno in un’azienda e, nonostante il lavoro non le piaccia, cerca di tenere duro al fine di mantenersi e poter così rimanere a vivere a Tokio con il suo ragazzo. Questo precario equilibrio crollerà quando Meiko, decidendo di seguire il suo cuore piuttosto che la sua testa, sceglierà di licenziarsi.
L’evento segnerà profondamente la relazione tra i due ragazzi che si troveranno, per la prima volta, a doversi davvero confrontare con l’età adulta e con le conseguenze delle proprie scelte, sia nell’ottica del presente che in quella futura. Meiko compie la sua decisione nel tentativo di ritrovare una libertà che ormai gli mancava da troppo tempo, ma questa sensazione liberatoria dura molto poco, lasciando ben presto spazio alla noia e alla paura per quello che verrà. Naruo, al contrario, data la nuova situazione creatasi, è portato ad una maggiore responsabilità che, piano piano, sembra traghettarlo da una visione esistenziale legata ancora al mondo della giovinezza ad una condizione di maggior maturità. Tuttavia, proprio quando i ruoli tra i due paiono essersi invertiti, Naruo, spinto dalla stessa Meiko, decide anch’egli di licenziarsi e di seguire a tempo pieno il sogno di fare musica. Un reset totale, un colpo di spugna per riflettere sulle proprie aspirazioni, sulla natura del proprio rapporto, su ciò che è importante e ciò che è tralasciabile. 



Quello che Asano ci mostra immediatamente, come in molti altri  suoi lavori, è la forza prorompente e ineludibile dell’aspirazione ad essere felice che accompagna ogni animo umano, soprattutto nella giovinezza. E’ proprio su questa questione che si giocherà la partita tra Meiko e Naruo che, senza svelare di più sull’intreccio, sarà un delicatissimo e commovente affresco esistenziale, un ritratto generazionale ed epocale che non potrà lasciare indifferente ogni lettore che accetterà di farsi trascinare nei panni dei suoi protagonisti.
Inio Asano, con Solanin, si dimostra forse ai massimi livelli all’interno della sua produzione, ponendosi, ancora una volta, come uno straordinario narratore della società giapponese e della liquidità post-moderna del nostro presente. I suoi personaggi, continuamente “in ricerca”, sballottati tra quelli che uno scrittore come Douglas Coupland chiamerebbe “McJob”, vivendo perciò come “freeter”, senza un progetto di vita sicuro, sono l’emblema di una generazione spesso sovra-istruita, forzata ad essere perennemente giovane, cresciuta nel mito utopico della libertà e trovatasi di colpo a doverne sopportare il terribile peso. E’ all’interno di questa insicurezza che sembra pervadere ogni cosa, che affiorano con forza i sentimenti e l’importanza delle relazioni.  Gli slanci di emotività e gli affetti, infatti, finiscono per ergersi ad unica e timida bussola nel mare di nebbia della post-modernità, condizionando le scelte e tracciando i percorsi che ogni protagonista di Solanin, così come capita spesso alle persone nella vita comune, cerca di intraprendere nella speranza di trovare, finalmente, la chiave per essere felice.


Passando ora all’aspetto prettamente grafico, posso dire che Solanin mette in mostra tutta la bravura nel disegno e nella composizione delle tavole tipica di Inio Asano. Il tratto dell’autore è estremamente pulito e realistico, ogni personaggio è caratterizzato in maniera precisa e accurata e gli ambienti brulicano di particolari. Asano riesce ad adattare ottimamente il suo stile ad ogni tipo di situazione, passando dai momenti più concitati a quelli più riflessivi con estrema fluidità. Le inquadrature e le scelte compositive sono di taglio fortemente cinematografico e riescono ad essere sempre espressive ed efficaci, pur non perdendo mai funzionalità per la narrazione.
In conclusione, Solanin è un must per tutti gli amanti di Inio Asano, ma anche per tutti quelli che vogliono leggere un manga di qualità, complesso e stratificato nelle tematiche e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi, ma anche dotato di estrema fluidità nella narrazione e di gradi capacità di intrattenimento. Insomma, un’opera che saprà coinvolgervi, intrattenervi e, sicuramente, emozionarvi.


lunedì 17 marzo 2014

Satoshi Kon. L’uomo dei sogni





“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare.”
Secondo Schopenhauer la differenza tra vita e sogno è, principalmente, una questione di linearità d’esperienza. Due dimensioni che si trovano profondamente a contatto, che si incrociano l’una con l’altra e sembrano afferire ad uno stesso contenuto, letto e spiegato seguendo un ordine diverso. Due facce della stessa medaglia, della stessa storia.
Seguendo l’input del filosofo tedesco non è difficile pensare alla miriade di esempi artistici, letterari e cinematografici che si sono interrogati proprio sull’ ambiguità del confine tra sogno e realtà. La sottigliezza di questo limite è qualcosa che porta quasi naturalmente alla produzione di esperimenti mentali, al ribaltamento dei punti di vista, ponendoci domande sull’effettiva possibilità di una stessa percezione “oggettiva” e “vera” del mondo. La famosa immagine di Hilary Putnam per la quale potremmo tutti essere “solo cervelli in una vasca” che sognano di vivere, l’enorme illusione di Matrix, fino ai “sogni nel sogno” del più recente Inception di Christopher Nolan, sono tutti esempi che si muovono sullo stesso incerto crinale. Ci sono dunque tantissimi autori che potrei citare su questo tema, ma ce ne è uno, in particolare, che mi ha sempre colpito per l’originalità e la profondità con la quale vi si è approcciato nei suoi lavori. Sto pensando a Satoshi Kon ( 1967-2010), straordinario fumettista e regista d’animazione giapponese, prematuramente scomparso a soli 47 anni. Nella sua tanto breve quanto folgorante carriera, Kon, ha dedicato gran parte delle sue opere, sia cartacee che cinematografiche, a vicende che hanno come tematica principale l’abbattimento della barriera tra finzione e vita reale.
Già dai manga che precedono la sua  acclamata carriera di regista, Satoshi Kon, ama giocare con le confuse delimitazioni tra mondi immaginari, illusione, sogni e realtà. Un esempio fondamentale, da questo punto di vista, risiede in Opus, miniserie pubblicata in Giappone tra il ’95 e il ’96 sulla rivista Comic Guys e approdata in Italia solo nel 2013 grazie a Planet Manga. Opus parla di Chikara Nagai, un fumettista che “cade” in una tavola del suo fumetto e finisce per vivere un’avventura ricca di tensione insieme ai personaggi da lui creati, fino ad un finale che lascia a bocca aperta. Il mondo tridimensionale si mescola con quello bidimensionale, il creatore si rivela alle sue creature, le certezze di due mondi crollano, così come i loro confini, mentre l’ esistenza di ogni personaggio  assume un valore e uno scopo differente. Come sarebbe scoprire, un giorno, di essere una creatura frutto della fantasia di un’artista? E per l’autore, come sarebbe scoprire che i personaggi da lui creati vivono, amano, odiano, soffrono e muoiono davvero? Come farebbe lui stesso ad essere sicuro di non essere solo un personaggio scaturito dalla penna di un altro disegnatore? Un rimando all’infinito. Un’eterna ghirlanda di compenetrazioni e corrispondenze. 


Questo campo aperto, che al solo pensiero sembra premere forte sulle nostre meningi facendoci vacillare, è ancora più spettacolarmente protagonista nella produzione cinematografica. Si parte dal mediometraggio Magnetic Rose(1996), diretto da Koji Morimoto e sceneggiato da Kon, in cui due astronauti, seguendo un segnale di emergenza captato dalla loro astronave, si ritrovano in un micro mondo creato dai ricordi di una misteriosa donna. Proseguendo, invece, con i film girati e sceneggiati interamente dallo stesso Satoshi Kon troviamo Perfect Blue(1997), dove la vita di un’attrice, sconvolta da alcuni avvenimenti, arriva al punto di diventare un’inquietante e instabile mix di allucinazioni e confusa realtà. Millennium Actress(2001), in cui una vecchia attrice ripercorre la propria esistenza, confondendo le sue esperienze personali alle trame di tutti i film che ha interpretato. Infine, cito il mio  film preferito del regista giapponese che, a mio parere, rappresenta anche il suo più grande lascito sul tema del sogno, il celebre Paprika- Sognando un sogno(2007). La pellicola ci racconta di un futuro dove gli psicanalisti hanno la possibilità di introdursi direttamente nei sogni dei pazienti in modo da aiutarli ad affrontare i traumi celati nel loro subconscio. Questa procedura può avvenire grazie a dispositivi chiamati Dc Mini, che vengono custoditi dagli psicanalisti con la massima attenzione. Tuttavia, un giorno, alcuni di questi dispositivi vengono rubati. Il misterioso ladro inizia a far vivere sogni ad occhi aperti alle persone. La situazione si aggrava sempre di più, fino alla creazione di “un sogno collettivo” che rischia di sostituire completamente la realtà. Paprika è un vero capolavoro, sia narrativo sia percettivo. Le atmosfere oniriche create da Kon rientrano sicuramente tra gli esempi di animazione più sconvolgente che mi sia mai capitato di vedere.


Satoshi Kon era un’artista grandioso, di cui il destino, ahimè, ci ha privato troppo presto. Ci rimangono le sue opere, che di sogni si sono alimentate e di sogni ci hanno parlato. Il meraviglioso lascito di un uomo che ha cercato, attraverso la sua arte, di comprendere la complessità e l’infinita bellezza della vita, fino all’ultimo giorno della sua esistenza e a quella semplice frase da addio sul suo sito web: «Pieno di gratitudine per tutto ciò che di buono c'è nel mondo, poso la mia penna. Con permesso. Satoshi Kon»