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martedì 11 febbraio 2014

Wolf Children. Educare, crescere, scegliere



Il rapporto genitori/figli analizzato con leggerezza e profondità. Momuro Hosoda confeziona una splendida fiaba moderna che ci fa riflettere su quanto sia difficile educare e crescere.






Genitori e figli. Educare e crescere. Il numero delle opere letterarie e cinematografiche che si basano su queste semplici coordinate si sprecano. Eppure, nonostante questo, il complicato compito di prendersi cura al meglio della propria prole e l’altrettanto difficile diritto e dovere di farsi largo nelle strade della vita, sembrano non essere mai sviscerati abbastanza. D'altronde è un tema complesso, così ricco di possibili variabili, così imprevedibile nei suoi sviluppi, così arduo da mostrare e analizzare, soprattutto in una narrazione con un tempo e uno spazio limitato, come i minuti di un film o le pagine di un libro. Come si fa, allora,  a prendersi l’onere di raccontare la vita nel suo svolgersi? Come si può fare a farlo senza banalizzare o senza estremizzare i suoi avvenimenti? Come si può farlo in un film d’animazione di nemmeno due ore, dove, tra l’altro, tra i protagonisti troviamo dei licantropi?
Per tentare di dare una risposta a queste questioni (soprattutto all’ultima), un’ottima idea sarebbe quella di trovare un po’ di tempo e guardarsi Wolf Children, ultimo film di Mamuro Hosoda (1967), passato nei nostri cinema un solo giorno ( 13 novembre 2013) e ora disponibile in DVD e Blu-ray.
Il film narra la vicenda di Hana, giovane studentessa universitaria, che tra lezioni e lavoretti part-time si innamora di un ragazzo misterioso e taciturno. I due iniziano una relazione, fino a quando il ragazzo non svela ad Hana uno scioccante segreto: quello di essere un licantropo. Nonostante questo, l’amore tra i due non viene meno e Hana dà alla luce due bambini, Yuki e Ame, nati anche loro con la stessa capacità del padre. Quando questi sono ancora piccoli il padre muore tragicamente. Di conseguenza Hana è costretta a farsi carico da sola dei propri figli e decide, quindi, di trasferirsi dalla città alla campagna per proteggere la natura dei piccoli , fino al momento in cui essi sarebbero stati abbastanza grandi per decidere dove voler vivere, nel mondo degli umani o nella natura, come lupi, in tutto e per tutto.




Dopo aver letto la trama, potreste pensare che Wolf Children sia una favoletta fantasy per bambini e quindi decidere di snobbarlo come tale. In tal caso fareste un grosso sbaglio. Hosoda, infatti, ha realizzato un’opera ambiziosissima, che si propone di lasciar fluire la vita davanti ai nostri occhi, ponendo enfasi sulle tantissime sfaccettature dei rapporti famigliari e mostrando con delicatezza il peso dell’esistenza e delle scelte che essa ci obbliga ad affrontare. L’elemento fantastico della doppia natura umano/lupo ci conduce a diversi riferimenti metaforici. Esso, infatti, sottolinea il sentimento di inadeguatezza che una madre prova nel confrontarsi con il compito di crescere i suoi figli (una madre completamente umana per due bambini metà uomo e metà lupo), inoltre enfatizza la problematica di conoscere se stessi, proponendo una scissione di partenza che deve essere accettata e ricomposta e, infine, ci pone davanti al dovere, proprio di ognuno di noi, di scegliere il nostro posto nel mondo.
Il film è cosparso di momenti davvero memorabili, dove i sentimenti esplodono in immagini stupende e i personaggi rivelano tutta la loro complessità e fragilità. Così, dietro i perenni sorrisi di Hana, si nasconde la paura di non aver fatto abbastanza per i suoi figli, dietro l’apparente timidezza di Ame, c’è il carattere fiero di un lupo solitario che sente il richiamo della foresta e nell’esuberanza di Yuki si cela una profonda insicurezza. Wolf Children punta ad un realismo nella descrizione delle relazioni umane che è straordinario per un’opera d’animazione. Hosoda contrappone ai fantastici voli di Miyazaki, un’ eccezionale attenzione per il quotidiano, che non punta a sconvolgere e meravigliare, ma “solo” a farci comprendere e partecipare delle tortuose vite dei personaggi e delle loro decisioni, fino a quel “ Vivi la tua vita!” finale, gridato al cielo come un selvaggio ululato alla luna.



venerdì 10 gennaio 2014

La leggenda delle nubi scarlatte 1-2

 Nubi di sangue, nubi di sangue, la predizione funesta si compie



L'atmosfera del Giappone feudale mi ha sempre affascinato molto. Parlo di "atmosfera del giappone feudale" nel senso di quell'immagine mitica che ho appreso, quasi per osmosi, da libri, anime, fumetti, film etc etc. Figure come quella del samurai, del monaco, del ronin, dei kami, gli spiriti della natura, piuttosto che degli shogun o degli oni, mi sono rimaste impresse nella mente come un mondo fantastico, che per me ormai non assume quasi più nessun connotato storico, essendo traslato completamente in un aura mitica, alla quale sono davvero affezionato.
Detto questo, quando ho scoperto l'esistenza di un fumetto come "La leggenda delle nubi scarlatte" di Saverio Tenuta ho pensato subito che sarebbe stato un acquisto a me molto gradito e vedendone qualche tavola su internet, è diventato presto un elemento fisso della mia "lista della spesa". Finalmente è entrato a far parte delle mia libreria sotto le feste di natale e la lettura si è rivelata un'esperienza meravigliosa.



L'opera è formata da due volumi e ci racconta una storia epica, poetica e spietata.
Il primo personaggio che ci viene pesentato è Meiki, una govanissima marionettista del teatro Bunraki, che a poche pagine dall'inizio della lettura, si trova innamorata e indissolubilmente legata ad un samurai, Raido, privo di memoria e apparentemente custode di un oscuro passato. I destini dei due si incroceranno con quelli di tanti altri personaggi e con quello di un piccolo mondo sull'orlo della catastrofe. Le vite degli uomini si intersecano con gli spiriti naturali, forze primordiali sembrano ribollire tra i sentieri delle esistenze individuali. Un reticolato di eventi, sentieri, riflessioni, versi  poetici,che, piano piano, ci schiudono la via di un viaggio che ci condurrà alla scoperta del passato dei protagonisti. Ricordi dolorosi, che, come traumi nascosti, aspettano di riaffiorare per essere espiati e poter guardare avanti. In La Leggenda delle nubi scarlatte abbiamo a che fare con la follia, intesa come la lotta della psiche umana  con forze superiori, qualcosa che si impossessa della mente, come una cantilena interiore che rimbomba con forza nella testa e non da scampo, fino a che non si trova la via giusta per uscire da quel labirinto perverso che attanaglia il pensiero. Raido è bombardato da frasi a cui non sembra possibile dare spiegazioni, sono come cicatrici di un passato lontano, che aspettano solo di riaprirsi per poi riuscire a guarire con la consapevolezza della memoria.



Il mondo dipinto da Tenuta è un Giappone spietato, a metà tra lo storico e il fantastico, dove l'esplosioni di sangue sui corpi delle persone, così come nel capolavoro Hana-Bi di Takeshi Kitano, sono petali cremisi che cadono in un paesaggio dominato dal bianco della neve. Le grandi foreste innevate e le candide pianure fanno da contraltare ai colori caldi degli interni e alle tinte forti degli scontri. La visceralità delle passioni umane contro l'equilibrio e la saggezza della natura, che si mostra in tutta la sua grandezza e nobile potenza, non solo negli atti di forza, ma anche nella sconfitta. ( stupendo, a questo proposito, è il combattimento di Raido con il grande Izuma Nero, il signore degli stupendi lupi tratteggiati da Tenuta come guardiani della foresta di ghiaccio).
L'autore ha una capacità incredibile di destreggiarsi tra i vari tipi di situazione. Il suo tratto è estremamente fluido e dinamico nelle scene d'azione, diventa, invece, preciso e poetico nei primi piani, dove la riflessione è protagonista, per poi esprimere tutta la sua bellezza nei grandi campi lunghi, dove è la natura a farla da padrone, lasciando il lettore a bocca aperta. Certe tavole esprimono un senso di infinito notevole, l'esperienza estetica che si prova è spesso quella del sublime, intesa come la contemplazione di una magnifica grandezza, che, nello stesso tempo, attrae e mette timore.






"Tutto è tracciato, tutto è già scritto, ma nessuno legge nei segni". Questa frase potrebbe riassumere l'intera narrazione. Abbiamo costantemente la sensazione di essere in un disegno più ampio, tuttavia non possiamo che affannarci e addolorarsi insieme ai personaggi, partecipare dei loro incubi e delle loro paure, fino ai punti di massima tensione. Si arriva poi alla liberazione finale, dove il passato viene accettato, le fratture ricomposte e i ghiacci, che congelavano la speranza, lasciano spazio ad un verde che ha il sapore della rinascita.
Per concludere, l'opera di Tenuta è un fumetto dotato di una delicatezza e una profondità davvero straordinaria. Le pagine trasudano di un lirismo poetico tutto orientale, dove il bianco della neve e il rosso del sangue sono paralleli all'amore per la vita e alla violenza che porta alla morte, in un continuo fronteggiarsi di opposti che, in  un dinamico ciclo dialettico, corre verso la sua sintesi.

Un capolavoro che mi sento di consigliare a chiunque.


mercoledì 20 novembre 2013

Il Nao di Brown

Nao Brown.Una ragazza anglo-giapponese tra disturbi ossessivi compulsivi, meditazione buddista, giocattoli e la ricerca dell'amore perfetto. Incantevole per gli occhi, il cuore e la mente. Il capolavoro di Glyn Dillon.



Ci sono volumi che ancora prima di leggerli sai già che ti piaceranno e che con un pò di fortuna, letti al momento giusto, finiranno non solo per piacerti, ma per entrarti dentro irrimediabilmente. Non so spiegarmi, è una sensazione, non sempre ci azzecca, ma la maggior parte delle volte si. Questo è quello che mi è accaduto con il Nao di Brown di Glyn Dillon.
Ho preso questo volumone a Lucca, l'ho tenuto sulla mensola per un pò, guardandolo ogni volta che entravo in camera, fino a quando una sera mi sono deciso a mettermi lì e leggerlo. Una volta iniziato l'ho dovuto finire. L'ho divorato.
Nao Brown è una ragazza anglo-giapponese che soffre di uno strano disturbo ossessivo compulsivo. Dimenticatevi la gente che si lava le mani 700 volte all'ora, dimenticatevi quelli che continuano ad accendere e spegnere la luce. Nao, infatti, soffre di frequenti attacchi di fantasie violente, che solo costanti esercizi di meditazione possono placare. Un bel problema.
La vita di Nao si divide tra un lavoro part-time in un megozio di toys, gestito da Steve, un amico del college, e una scuola buddista dove cerca di apprendere tecniche di meditazione che possano aiutarla con il suo disturbo.
La vita interiore di Nao è in continuo squilibrio. Nonostante cerchi di vivere con la maggior leggerezza possibile, la ragazza, non può fare a meno di continuare ad accusarsi e ad odiarsi per i pensieri violenti di cui è protagonista. Si sente cattiva e ha paura che anche la gente che le sta intorno la pensi così.
Nao è alla ricerca di qualcosa che calmi questo sobbuglio interiore, Nao è spezzata, scissa, sente il bisogno di qualcosa/qualcuno che la completi e le faccia vedere il mondo da una prospettiva diversa. Il disturbo psichico la porta ad un costante manicheismo riflessivo: buono/ cattivo, bianco/ nero. La malattia psichica viene allora riletta alla luce della filosofia orientale. Il disequilibrio, che è causa della malattia, deve in qualche modo riassestarsi. C'è bisogno di una neutralità, che riporti armonia tra mente e corpo.
L'autore si accosta a questi argomenti con un artificio meraviglioso, la storia di Pictor, un vero proprio fumetto dentro il fumetto, insieme alla progressiva descrizione dello svilupparsi dell'esperienza sua buddista di Nao.
La chiave di volta, che avvierà la situazione alla sua quadratura e all'equilibrio tanto cercato, risiede in un singolare personaggio, Gregory, un gigante buono, che quando beve diventa estremamente logorroico e si mette a sproloquiare sui filosofi e i letterati più disparati. Sarà lui l'uomo dei sogni di Nao, colui che le dimostrerà che "le cose non sono sempre bianche o nere. Ma il più delle volte sono marroni".




Dillon è davvero un maestro nell'affrontare un tema ostico come il disturbo ossessivo-compulsivo con grande leggerezza e profondità. La lettura è scorrevolissima, stratificata, la psiche di Nao ci si apre piano piano, noi ci entriamo e ci immedesimiamo, riusciamo a partecipare dei suoi pensieri, a sentire il suo disagio e la sua frattura.
Si oscilla tra euforia e disperazione, dalle volate in bicicletta con la musica nelle orecchie, alla tensione degli attacchi nervosi di pianto e ossessione.
Ogni atmosfera è un mix di sensazioni e culture. Tutto è pervaso da un alone orientale: buddismo, cultura zen e quella pop giapponese. Nello stesso tempo abbiamo anche l'inghilterra in sottofondo, con le sue strade, i suoi palazzi e i suoi pub.


Leggere il Nao di Brown è fare esperienza di un sacco di cose. Sentire rimbombi assordanti e godere di tiepidi silenzi. Fin dall'inizio ci sentiamo dissociati, rotti, ma piano piano cominciamo a ricomporci, a capire come le cose si amalgamo e prendono senso. Quest'opera è un viaggio interiore che si esprime in ogni particolare su carta, in ogni espressione dei protagonisti, in ogni scorcio privato e cittadino.
Una nota particolare la meritano sicuramente i disegni. Gli acquerelli di Dillon sono tra le tavole più impressionanti che io abbia mai visto. Tratti dai contorno scuri, marcati e precisi, campiti con tinte accese, ma delicate. Uno spettacolo visivo, un piacere per gli occhi e per il cuore.
Dillon ha dichiarato di essere influenzato da Moebius e Miyazaki. Questa cifra stilistica si può notare soprattutto nel "fumetto dentro il fumetto"di Pictor, dove Moebius e il maestro giapponese vengono in qualche modo fusi insieme, dando vita ad un piccolo gioiello dentro un'opera già di per se straordinaria.
Per concludere, non posso che consigliare il Nao di Brown a tutti, amanti dei fumetti e non, perchè siamo di fronte ad un'opera di egregia fattura, capace di far vivere un' esperienza emotiva intenssima, senza mai essere pesante pur mantenendo costantemente grande profondità e originalità. Un capolavoro da non perdere.

martedì 3 settembre 2013

La città della luce


Un intreccio di storie, surreali e quotidiane allo stesso tempo, per uno spaccato di vita limpido e commovente, orchestrato magistralemente da Inio Asano che, come sempre, si interroga sull' esistenza umana e le sue domande, le sue direzioni, i suoi sogni.







Inio Asano, classe 1980, è un esponente di punta della new wave del fumetto nipponico. Di lui ho letto varie opere, tra cui: "What a Wonderfull World", "Il campo dell'arcobaleno", alcuni numeri di "Buonaotte Pun Pun" e "La città della luce". In questo post volevo parlare proprio di quest'ultima opera.
La città della luce, uscito nel 2005 in giappone e arrivato in Italia nel 2007 grazie alla collana Manga San della Kappa edizioni, è la prima opera di Asano che ho avuto il piacere di leggere. Il suo stile di disegno e di narrazione mi hanno colpito fin da subito e mi hanno spinto ad approfondire la produzione dell'autore procurandomi gli altri volumi pieno di grandi aspettative che, fino ad ora, sono sempre state appagate.

Per iniziare, che cos'è la città della luce? La città della luce è un quartiere residenziale di lusso in cima ad una collina. E' chiamato in questo modo perchè è perennemente inondato dal sole, tuttavia le storie dei suoi abitanti nascondono molti lati oscuri.
La vicenda prende il via con Noasa, mangaka di poco successo, sempre in ritardo con le consegne, che perde tempo a far baldoria con gli amici "freeter" che passano da un lavoretto all'altro senza scopo apparente. Noasa, vero e proprio alterego dell'autore, si reca alla città della luce insieme alla sua fidanzata per vedere un appartamento e nel frattempo documentarsi sul quartiere, che sarà l'ambientazione del suo nuovo manga. Questo incipit iniziale è l'input funzionale che ci introduce nella città della luce e ci apre le porte alle storie dei suoi abitanti.  
C'è Tasuku un ragazzino delle elementari che ha lasciato la scuola e ha trovato lavoro da "corriere" per un gruppo che organizza suicidi tramite telefono. Tasuku trascorre le giornate insieme ad Haruku, una ragazza che aspetta ogni giorno alla fermata dell'autobus il ritorno di un misterioso aggressore soprannominato "terzo occhio". Poco lontano dalla città della luce vive Satoshi, ex studente di medicina, senza un lavoro fisso che abita con Momoko, una dolce bambina figlia di una prostituta che l'ha abbandonata e Hoichi, che pensa solo ai soldi, e sogna un giorno di comprare la città della luce, la zona dove era nato, per farla tornare il villaggio di campagna della sua infanzia. Infine nella città della luce c'è Taiki, uno strano bambino di 5 anni, che alterna silenzi e sonni improvvisi a canzoni e singolari discorsi filosofici che sembrano aprire visioni su altri mondi.





Asano in quest'opera ci parla della fragilità dei sogni e della difficoltà di cambiare e dare un senso alla propria vita.Tenendo saldamente le redini di una moltitudine di storie e personaggi differenti, l'autore, le fa incrociare e sfiorare, immergendosi nella dimensione casuale ed effimera dell'esistenza. I suoi personaggi sono incerti, sempre in bilico, traballanti, deboli maglie di una rete di relazioni quasi inconsapevoli che prendono continuamente vie imprevedibili.
L'universo giovanile è immortalato al confine tra una età adultà, che si affaccia continuamente e sembra non arrivare mai, e la fanciullezza con i suoi ricordi e i suoi sogni che, nonostante il passare del tempo, rimangono lì a martellare in testa e a plasmare le prospettive di ogni individuo. E' una generazione X del sol levante quella che si intravede nell'opera di Asano, individui che ogni giorno si perdono e cercano di ritrovarsi, attraverso uno sguardo, una parola, un gesto, un abbraccio.
Nella città della luce c'è malinconia, amore, disperazione, speranza, ma soprattutto c'è l'idea che, al di là di come vadano le cose, dei progetti e degli effettivi risultati raggiunti, quello che alla fine importa è credere che ci sia ancora qualcosa da raggiungere che in qualche modo possa renderci felici. 
E' un inno alla vita, alle sue speranze e ai suoi imprevedibile e stupefacenti sviluppi.





 

Un'ultima osservazione la voglio fare in merito al disegno di Inio Asano di cui io sono follemente innamorato, ma che è sicuramete molto particolare. Le tavole sono asciutte e minimali, tendenti al realismo, ma spesso dotate di una dinamica imperfezione che, per certi aspetti, le circonda di un aura quasi surreale. L'autore dialoga vistosamente con il mondo del cinema e della televisione, sia nella struttura grafica dei disegni e dell'impaginazione, sia nella composizione narrativa e dialogica, dando all'opera un'estetica fortemente attuale e stratificata dal punto di vista percettivo e dei riferimenti con altri medium artistici e comunicativi.
Per concludere, quest'opera di Asano, così come le altre (in particolare consiglio fortemente What a Wonderfull World) è sicuramente una lettura interessante per tutti gli amanti del fumetto nipponico e non, capace di toccare temi importanti e attuali con uno stile efficace e personalissimo, aprendoci ad uno scorcio di realtà esaminata con estrema lucidità e grande ispirazione.