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sabato 16 maggio 2015

 Pillole blu

-"Non chiedere che gli avvenimenti succedano come vuoi tu, ma accontentati di volerli come avvengono"
-"Epitteto non aveva l'aids".




Dopo tanto tempo torno a scrivere su questo blog. In questi mesi di assenza il suono dello schioppettio dei tasti sotto le mie dita è stato come un costante e affascinante ronzio. Un richiamo che riportava la mia attenzione su quel momento di libertà estrema, scrivere immerso nei propri pensieri, che troppo spesso nella mia vita attuale mi è negato dal susseguirsi incessante di impegni, lavorativi e non. Torno quindi a scrivere e lo faccio a proposito di un fumetto (strano).
Scegliere un'opera per dare di nuovo voce a questo blog non è stato facile. Dalla pubblicazione dell'ultimo post ne ho letti tantissimi ( di fumetti) e tanti di questi sarebbero meritevoli di commenti e riflessioni profonde ed accurate. Tuttavia, ahimè, da qualcosa bisogna pur ricominciare. Perciò, per facilitare la mia memoria e i miei polpastrelli fuori allenamento, ho deciso di parlare dell'ultima opera che ho letto, ovvero, Pillole Blu di Frederik Peeters.
Dire HIV, dire Aids, dire "sindrome da immunodeficienza acquisita", è come scoperchiare un'enorme vaso di pandora. Un fantasma terribile che aleggia sulla nostra società occidentale, uno spauracchio ormai inserito nell'immaginario collettivo ancor prima di comprenderne la natura, un angelo sterminatore che ogni anno miete milioni di vite, spesso ricordate solo per riempire con cifre catastrofiche qualche pagina di giornale.
L'Aids, per dare una brevissima definizione, è una sindrome nella quale le difese immunitarie del paziente vengono indebolite dal retrovirus dell' HIV, dando origine ad infezioni croniche, scarsamente sensibili alla risposta immunitaria e che, se non trattate, possono avere un esito fatale. Chi contrae il virus viene denominato sieropositivo e vessa in una sitauzione che può durare per anni senza la manifestazione di sintomi particolarmente evidenti.
Nell'universo mediatico intorno al problema dell'Aids, spesso, la sieropositività è rappresentata come una condizione fortemente discriminanate, in cui i malati sono simili ad appestati, emarginati per la loro pericolosità. C'è diffidenza, c'è paura, pur ormai sapendo che l'HIV è un virus a bassa contagiosità, che per trasmettersi ha bisogno di un'elevata concentrazione di particelle virali, condizione che si verifica praticamente soltanto nello scambio ematico diretto o di altre secrezioni (secrezioni genitali, in particolare).
E' proprio sul tema della paura del contagio e della convivenza con una persona sieropositiva, nel tentativo di costruire un rapporto amoroso, che Frederik Peeters delinea un racconto di grande potenza emotiva. Una storia autobiografica, intima e leggera, per un fumetto che scopre e analizza la patina di timore che avvolge l'Aids, non cercando di  ridimensionarla per forza, ma raccontandola con sincerità e semplicità, senza mai abbandonarsi a toni melodrammatici.


Pillole Blu comincia narrando, come se fosse un diario, l'incontro tra Fred e Cati, due normali post-adolescenti svizzeri ad una festa estiva in una bella villa con piscina. Un incontro che per Fred è tanto significativo quanto sfuggente. Cati colpisce l'immagianzione di Fred come un fulmine a ciel sereno e con la stessa velocità di un fulmine se ne va dalla sua vita. 
Passano gli anni e i due, per puro caso, si rincontrano. Fred sta attraversando un periodo difficile e Cati è madre di un bambino di tre anni da accudire, ex moglie di un uomo da dimenticare e con una malattia con cui convivere. Questa malattia è l'Aids e, oltre a far parte della vita di Cati, fa parte anche della vita di suo figlio. Il bimbo, infatti, è affetto dalla malattia fin dalla nascita e sarà costretto ad una serie di cure che lo accompagneranno per tutta la vita: le pillole blu, appunto.
Tra Cati e Fred, in maniera del tutto leggiadra e casuale, sboccerà l'amore e con la nascita di questo sentimento arriverà per Fred anche l'incontro con lo spettro dell'HIV. 
Da questo momento l'opera sarà un delicato affresco esistenziale che ci parla della ricerca di un equilibrio che possa permettere ai due di vivere il loro amore in armonia e serenità, nonostante il timore dell'Aids. 
Peeters mette su carta le sue paure, i brividi provati negli atti quotidiani, ci mostra i passi verso lo smantellamento delle ipocrisie e dei timori infondati che attanagliano la sua mente. 
Il tema della malattia pervade certamente tutta l'opera, ma l'autore si racconta in una pluralità di sfaccettature in cui l'Aids diventa, poco a poco, solo uno dei tanti elementi sulla quale riflettere. Raccontandosi, Peeters scopre se stesso, si interroga, ci fa partecipe delle sue elucubrazioni, dei suoi pensieri e delle sue emozioni. Entriamo a far parte della complessità di una rete di rapporti in continua ridefinizione. 
Fred è costantemente impegnato a trovare il proprio ruolo nel rapporto amoroso con Cati. Egli, infatti, deve essere "il maschio" su cui la donna può appoggiarsi, deve essere la presenza rassicurante per i suoi momenti bui. Deve inoltre cercare di comprendere il suo ruolo per il bambino di Cati, un figlio che non è il suo e che, nonostante questo, è in naturale ricerca di una figura paterna. Tutti questi elementi si staccano dal tema della malattia, assumendo, di volta in volta, un'autonomia e una pregnanza propria all'interno della narrazione.L'autore racconta tutto con massima semplicità e genuinità, abbandonandosi alle proprie sensazioni e rappresentadole in maniera libera e variegata. Passi poetici, didascalie e allegorie visive fanno di Pillole Blu un'opera ampiamente stratificata anche dal punto di vista dei modi della narrazione. Ecco, allora, che Fred e Cati, seduti sul divano, gallegiano leggeri sulle onde placide di un mare immaginario che li porta lontano o un enorme rinoceronte, bianco e spaesato, che appare all'improvviso alle spalle dei due, simbolo surreale della paura della malattia. A questi flash di grande potenza espressiva, Peeters alterna anche sequenze allegoriche più lunghe, come il lungo dialogo tra Fred e il Mammuth, una sorta di filosofo-psicologo interiore, che cerca di analizzare e fare chiarezza tra i tanti dubbi dell'autore e di mettere ordine negli svariati elementi in gioco nel rapporto tra lui e Cati. 


Passando ora all'aspetto grafico, il tratto di Peeters si caratterizza certamente per la sua semplicità e fluidità volta tutta alla carica espressiva, sopratutto per quanto riguarda le espressioni dei volti e dei gesti dei personaggi. Le figure sono disegnate con linee curvilinee, che a volte appaiono quasi imprecise e sull'orlo di cedere ad accentauzioni più nervose, ma senza mai approdarvi. L'opera, infatti, sembra pervasa visivamente da un'aura di leggerezza che tende all'armonia, pur trasmettendo l'idea di un'inquietudine sempre presente anche se controllata. L'autore evita costantemente l'utilizzo di tinte intermedie, giocando sul contrasto tra bianco e nero. Questa scelta conferisce all'opera un aspetto molto schietto e diretto sia nell'effetto comunicativo sia in quello espressivo.
Per concludere, Pillole Blu, è un gran bel fumetto, capace di affrontare un tema difficile come quello dell'Aids, con un taglio personale e intimo, senza mai cadere in un facile pietismo e in aspetti sensazionalistico-melodrammatici. La narrazione procede come un diario, semplice ed espressiva, senza tuttavia rinunciare ad una stratificazione tematica che, a fine lettura, impressiona per la genuinità con la quale è stata resa. L'aspetto grafico è certamente funzionale alla narrazione e i personaggi di Fred e Cati, con le loro espressioni facciali e i loro gesti, così come le altre figure reali o surreali che popolano l'opera, sono destinate a rimanere a lungo nella testa del lettore. 
Consigliato.




giovedì 4 settembre 2014

I favolosi Killjoys





Fino a qualche tempo fa, se pensavo a Gerard Way, l’unica cosa che mi veniva in mente era il suo ruolo di fondatore e cantante dei My Chemical Romance. Premetto di non essere mai stato un fan dei MCR e di non averli mai ascoltati con particolare interesse. Dal punto di vista musicale, dunque,  credo che non ci sarebbero stati troppi motivi per avvicinarmi alla figura di Way e credo che questo personaggio, nella sua veste di musicista, per me sarebbe continuato ad essere una presenza del tutto anonima. Ciò che invece mi porta a parlare di lui in questo articolo è la sua attività di fumettista.
Gerard Way, infatti, oltre ad essere un grande appassionato di fumetti, ha un passato come editor fumettistico e nel 2008, lavorando come sceneggiatore a fianco del disegnatore  brasiliano Grabriel Bà, si è aggiudicato un Eisner Award con la sua opera prima intitolata “The Umbrella Academy”. In attesa di recuperare proprio quel volume, sono stato attratto da una delle ultime proposte da libreria della Panini Comics, dove tra gli autori capeggia proprio lo stesso Way. Sto parlando de “I favolosi Killjoys- giorni pericolosi” scritto a quattro mani da Gerard Way e Shaun Simon e disegnato da Becky Cloonan.
La storia ruota tutta intorno ad un gruppo di ribelli, i Killjoys , che in un passato non troppo lontano dal presente in cui è ambientata la vicenda, combatterono contro la tirannia della mega corporazione  Better Living Industries, perdendo tutti la vita. Se i Killjoys veri e propri perirono tutti nel mezzo della sanguinosa lotta contro la B.L.I., chi si salvò fu una misteriosa ragazzina che, da qualche tempo, si era unita ai ribelli e godeva della speciale protezione di questi ultimi. Dopo il sacrificio dei Killjoys , i loro seguaci ed epigoni vivono nel deserto ai margini della metropoli di Battery city, dove le B.L.I. derubano sistematicamente i cittadini della loro individualità attraverso un regime di violenta ed estrema repressione.
Ora i venti di ribellione stanno per alzarsi di nuovo e lo scontro tra gli abitanti del deserto e le milizie di Battery City sembra essere sempre più imminente. Quale sarà il ruolo della nostra ragazzina ormai cresciuta? Perché i Killjoys tenevano così tanto alla sua protezione?


Way e Simon, calandosi a pieno nella ormai ricca (e consumata) tradizione delle distopie plausibili, ci presentano un futuro non troppo lontano in cui la paura e l’annullamento di ogni pulsione individuale hanno preso il posto della libertà. Come in molte opere letterarie o cinematografiche che costruiscono scenari simili, anche qui la speranza passa per i progetti di un gruppo di emarginati, che trovano proprio nell’accettazione di una precarietà randagia e clandestina, insieme con il rifiuto della sicurezza e della sottomissione al giogo totalitario, le condizioni adatte per una possibile ribellione.
Ne “I favolosi Killjoys” si ritrovano molti degli stilemi tipici della distopia sull’orlo di un cambiamento positivo. Troviamo, infatti, il leader carismatico dei nuovi ribelli, Val Velocity, spinto dalla voglia di vendicare i suoi predecessori, già eletti a santi martiri della causa della libertà, che radunato attorno a se un gruppetto di nuovi crociati, più o meno devoti alla missione, sprona gli emarginati a sollevarsi con la violenza contro il potere oppressore. Troviamo Cola, l’ex combattente  dallo sguardo troppo limpido e saggio per abbandonarsi all’entusiasmo ingenuo dei nuovi giovani paladini della libertà. Troviamo DR.S, una sorta di voce narrante, in bilico tra passato, presente e futuro, che attraverso la radio accompagna tutta la vicenda con frasi dal tono metafisico, che sembrano proprio predire quello che sarà una cambiamento epocale. Infine c’è la Ragazza, l’elemento misterioso  e profetico, quello che in Matrix è Neo, ovvero quella presenza necessaria perché il cambiamento si compi e che, nonostante tutti gli sforzi degli altri attori in gioco, sarà l’unica a poter decidere le sorti della popolazione.



Come ho iniziato ad accennare , ne “I Favolosi Killjoys”, a mio modesto parere,  non c’è nulla di particolarmente originale rispetto al genere e alla tematiche affrontate, tuttavia l’opera si configura da subito come un progetto ambizioso, ricco di spunti, contaminazioni, personaggi e filoni di lettura. Già dall’inizio il lettore viene quindi sballottato nei vari scenari della vicenda, gli vengono fatti seguire poco a poco diversi personaggi e tutto acquista l’aria di un puzzle che aspetta solo il momento di essere ricomposto con una grande rimpatriata finale. Si aspetta dunque l’evento culmine della rivolta, ciò che porterà ad una sconfitta delle forze del cambiamento o alla distruzione totale dell’ordine vigente. Il problema principale di quest’ultima opera di Way sta proprio nel modo in cui si sviluppa questa struttura narrativa. L’opera, infatti, risulta essere spesso confusa, abbozzata, piena zeppa di stimoli, ma spesso superficiali e poco approfonditi. Se nel mezzo della lettura siamo continuamente in attesa del colpo di coda che dia spessore e stratificazione alla sceneggiatura, alla fine tutto sembra risolversi troppo sbrigativamente nonostante la quantità di parole spese. 


Le numerosi frasi ad effetto, che risentono dell’ermeticità poetica del linguaggio del testo musicale, se sono spesso funzionali a creare un’atmosfera profetico-apocalittica alla Starnge Days della Bigelow ( per fare un paragone alto), dall’altra parte non riescono, così come i dialoghi stessi, a dare poliedricità psicologica ai personaggi, che finiscono per essere delle macchiette appiattite. Insomma Way e Simon, a mio parere, non riescono a gestire al meglio il grande potenziale iniziale e alla fine, nonostante si senta la volontà di creare un’opera originale e complessa, si ha un risultato che assomiglia più ad un occasione mancata e ad un ambizione non soddisfatta.
Se dal punto di vista della sceneggiatura Killjoys non mi ha propriamente convinto, posso dire che dal punto di vista visivo, invece, è un lavoro davvero interessante. I disegni di Becky Cloonan sono veramente di grande impatto, dotati di un tratto deciso e marcato, ma molto dinamico. Lo stile della Cloonan partecipa sicuramente in molti frangenti della lezione sempre viva della pop art e, per certi versi, soprattutto nella delineazione dei personaggi e dei loro look, strizza l’occhio anche alla tradizione fumettistica e d’animazione orientale. Le tavole della disegnatrice già stupende, ricche di dettagli e ottimamente costruite, sono impreziosite dai colori esplosivi e brillanti di Dan Jackson, che completano l’opera per un risultato percettivo impressionante.


Per concludere, “I favolosi Killjoys-giorni pericolosi”, è un’opera che non convince pienamente nella struttura narrativa e nello sviluppo delle tante idee messe in campo dalla coppia Way-Simon. L’ambiziosità di una trama che si sviluppa su plurimi piani narrativi non è gestita al meglio, così come la tendenza ad una certa trasgressività, attraverso l’introduzione di personaggi bizzarri e situazioni grottesche, finisce per cadere spesso negli stereotipi. Le differenze con opere che si affidano con efficacia a questi tipi di trovate, vedi l’ottimo Saga di Vaughan, mi sembrano evidenti proprio nella diversa capacità di approfondirle e motivarle all’interno dell’intero progetto. Tutto questo nei Killjoys sembra un po’ posticcio e appiccicato. Per quanto riguarda l’aspetto grafico, invece, siamo di fronte ad un’opera di tutto rispetto, basta una sfogliata in libreria per venire folgorati dal tratto della Cloonan e dai colori prorompenti di Jackson.

sabato 21 giugno 2014

Santuario



Il connubio fantascienza-horror ha più volte dimostrato di essere un'ottima base di partenza per la costruzione di intrecci narrativi molto interessanti. Se penso al cinema le prime due pellicole che mi vengono in mente da questo punto di vista sono Alien di Ridley Scott e La Cosa di John Carpenter, dove elementi tipicamente sci-fi si intrecciano ad atmosfere angoscianti, claustrofocbiche, ricche di suspence e risvolti terrificanti.
Spostando ora l'attenzione dal medium cinematografico a quello fumettistico, un'opera che risponde certamente a questa caratterizzazione ibrida, compresa tra l'horror e la fantascienza, è Santuario di Cristophe Bec e Xavier Dorison, edito da Mondadori come secondo numero della collana Fantastica.
Al pari della famosa opera di Carpenter, dove una spedizione di scienziati precipita lentamente nel panico a causa di una misteriosa infenzione che sembra trasformare ogni essere vivente in orripilanti mostri alieni, anche Santuario è giocato proprio su una escalation di tensione dovuta a qualcosa di spaventoso che sembra gradualmente insinuarsi tra i membri dell'equipaggio di un sottomarino in missione.
Santuario, come ogni opera che fa della suspence il suo elemento principale, parte piano. Dorison ci presenta dapprima tutti componenti dell'quipaggio dell'equipaggio dell'USS Nebraska, sottomarino americano impegnato in una missione dai fini non specificati nelle profondità del mediterraneo. I segreti e le omissioni sulle motivazioni della spedizione verrano svelati a poco a poco durante lo svolgersi della vicenda, ma già da subito si intuisce che qualcosa sta per succedere.




L'evento cruciale, che accende quello che sarà un appassionante climax ascendente di tensione, è la scoperta di un enorme santuario sepolto nelle profondità marine. Attirati dalla curiosità di sapere che cosa si cela in questo luogo, l'equipaggio del Nebraska organizza una spedizione di esplorazione.Grazie all'esperienza sul campo, congiunta con una ricerca teorica a bordo del sottomarino, si intuisce presto che il santuario è collegato ai riti, ai poemi e alla mitologia dell'antica civilta Ugaritica. Nel santuario sembra nascondersi un segreto occulto e spaventoso, qualcosa che non è di questo mondo e che possiede una potenza tanto devastantante da costringere un popolo pacifico al sacrificio di massa. Saranno solo semplici superstizioni, frutto di culti pagani ancestrali o ingenue credenze in immaginarie divinità sanguinarie o, invece, sarà proprio una di esse ciò che è nascosto nelle profondità del santuario? Perchè sia i Nazisti sia i Russi avevano organizzato spedizioni in questo luogo? E perchè tutti i tentativi si sono rivelati un terribile fallimento?



Dalle clasutrofobiche atmosfere metalliche del sottomarino agli opprimenti ambienti cavernosi del Santuario, Dorison costruisce un dramma psicologico complesso e intelligente. Mixando sapientemente elementi fantascientifici, storici, archeologici, horror e fantastici, l'autore riesce a creare una situazione che porterà i protagonisti a confrontarsi con situazioni pericolose e assurde, mettendo alla prova il loro addestramento militare e portandoli oltre i limiti della ragione. Così, la paranoia inzia a diventare protagonista delle relazioni interpersonali e delle elucubrazioni private, le paure più ancestrali assumono la forma nitida di sogni che sembrano reali per poi diventare vere e proprie allucinazioni ad occhi aperti. Non mancano anche le suggestioni tipiche di una spy story e della narrativa fantastorica, con la citazione di documenti top secret e di personaggi realmente esistiti, arrivando a sfiorare, ad esempio, l'occulto esoterismo più volte collegato ai circoli nazisti.
La narrazione procede con un ritmo lento e asfissiante, a volte quasi opprimente, che schiaccia inesorabilmente il lettore, ma che riesce comunque a tenere alta la tensione, invogliando a proseguire la lettura. I dialoghi sono maturi e contribuiscono ad una delineazione psicologica complessa dei personaggi. Dorison riesce a creare una efficacissima rete di rapporti e intrecci tra le vicende personali di ogni personaggio e la storia principale legata alla missione del sottomarino. In questo modo le paure della situazione presente si incrociano con le angoscie del passato e della vita "in superficie" creando un variegato affresco umano dell'equipaggio. Sempre riguardo alla narrazione va sottolineata l'estrema verbosità dell'opera, che fa della storia raccontata un'incessante e corposo crescere di tensione, non concedendo quasi mai un attimo di stacco e respiro al lettore. Questo, se da un lato potrebbe risultare un elemento negativo e forse controproducente, dall'altro non fa che aumentare quella sensazione di claustrofobia, follia e terrore che pagina dopo pagina sembra attenagliarci fino nel profondo delle viscere.



Passando all'aspetto prettamente grafico posso solo dire che il lavoro di Bec è qualcosa di davvero straordinario. Il disegnatore delinea le atmosfere metalliche del sottomarino, così come le profondità acquatiche, con toni cupi e avvolgenti, impreziositi da raffinati giochi d'ombra che vi aggiungono una carica espressiva davvero notevole. Tutto risulta minaccioso, terribile e clasutrofobico Il tratto preciso e dettagliato di Bec caratterizza i personaggi in modo impeccabile, dando molta attenzione ai particolari del volto e dei gesti, contribuendo, in questo modo, a rendere ancora più efficaci sia i dialoghi sia la tensione percepita grazie all'ambientazione. Se per tutta la narrazione prevalgono colori scuri e plumbei, non mancano, tuttavia, le aperture a scenari dai toni più brillanti o sfumati o, addirittura, abbaglianti come, ad esempio, nelle spettacolari scene dove vengono rappresentate le esplosioni.



Per concludere, Santuario è un ottimo fumetto, dotato di un intreccio narrativo curatissimo e molto appassionante, capace di mixare generi differenti e mantenere una solidità impeccabile per tutta la durata della vicenda. A questo si deve aggiungere un impatto visivo veramente impressionante che rende ogni tavola un piccolo capolavoro dal punto di vista percettivo ed espressivo.

mercoledì 15 gennaio 2014

UnaStoria

"Se il diciottene si svegliasse di colpo una notte. Si alzasse ed allo specchio si vedesse, con la faccia, con la pelle dei suoi futuri cinquant'anni, morirebbe, vomiterebbe. Ma invece, scivolando secondo dopo secondo, per anni e poi decenni, sempre distratto da altro, un giorno, non più diciottenne, ello si alzerà, andrà allo specchio del bagno e si vedrà mica male per quel momento. Mica male, penserà, per avere gli anni che ho.....
Malevola tanto è la natura, quanto amorevolmente protettiva la nostra cecità"




Unastoria è il primo libro di Gipi che leggo e questo autore mi ha già colpito come un tremendo e altrettanto sublime pugno nello stomaco. E' inutile cercare di riassumere la trama, qui si tratta di uno stralcio di vita che non ha un inizio e una fine, un campo aperto sul conflitto esistenziale, che si esprime in tutta la sua potenza poietica in immagini e pensieri che affiorano in superficie, con tutta la loro dolcezza, incertezza e bellezza.
Follia, amore, dolore, attaccamento alla vita, lo scorrere del tempo e l'avvolgerci dello spazio, Unastoria, è, prima di tutto, un caleidoscopio degli elementi essenziali che segnano l'essere gettati nel mondo. Esterno ed interno si alternano, si confondono e si dissolvono l'uno nell'altro, così come i due piani temporali in cui la narrazione si sviluppa. In questo modo abbiamo una visione d'insieme che ci attrae e stimola, ma nello stesso tempo, provoca in noi uno strano senso di straniamento e alienazione.




Il lettore, sfogliando le pagine, percepisce costantemente qualcosa di ossimorico, un rapporto stretto tra due cose che dovrebbero stare lontane, dovrebbero escludersi a vicenda, ovvero la disperazione e la bellezza. Unastoria è un elogio della bellezza della natura, della sua fiera resistenza al passaggio del tempo e, al contempo, è la costatazione di quanto questa bellezza sia crudele e faccia ancora più male quando si hanno dentro le tenebre. La consapevolezza di qualcosa d'altro, di qualcosa di diverso dal dolore, è ciò che ci impedisce di accettare la nostra condizione misera. La possibilità logica che ci fa dire "le cose sarebbero potute andare diversamente" è la causa dei nostri rimorsi, della ricerca di qualcosa che plachi la caduta nel baratro, come, ad esempio, una vecchia storia in cui rifugiarsi per trovare un pò di speranza, anche se agli altri, di questa, non frega proprio nulla.




La condizione umana viene espressa in tutta la sua orribile e bellissima condizione. Il peso dell'esistenza viene presentato in modo dolce e terribile, come lacrime che lente e sinuose scavano solchi nel viso. La natura è il grande palcosecnico dove l'uomo lotta e soffre, ma essa è indifferente. Come un grande albero secolare si erge al centro del mondo, mentre gli uomini vivono, amano, si fanno del male e muoiono. La rappresentazione del tema dell'indifferenza della natura in quest'opera, raggiunge una potenza devastante.



Passando al piano stilistico, Unastoria, si presenta come un vero e proprio flusso di coscienza di registri linguistici e grafici. Si va dalla narrazione in terza persona, al dialogo, al monologo interiore, al linguaggio poetico e l'aspetto calligrafico dell'opera rispecchia costantemente questa varietà. Dal punto di vista delle tavole continua l'impressione di un fluire di intuizioni continuo. Ecco che  allora la follia si fa scarabocchio confuso, i lineamneti dei personaggi raggiungono livelli di precisione differente a seconda del momento e la natura si staglia sublime in grandi tavole di impatto visivo notevolissimo. A tutto questo contribuisce un uso davvero originale del colore, che va dal bianco che riempie le figure abbozzate dal tratto sottile della penna, ai colori freddi e sporchi della guerra, dal rosa soave di un collo femminile che sembra un ancora di salvezza fino alle splendide tavole acquarellate dei paesaggi.





Per concludere, Unastoria, è un'opera che emoziona come poche. In poco più di un centinaio di pagine raggiunge una potenza espressiva e comunicativa straordinaria, una forza che non può non colpire il lettore nel profondo, facendolo, allo stesso tempo, ripiegare su se stesso e volgere lo sguardo a ciò che lo circonda.
Consigliato a chiunque.



venerdì 10 gennaio 2014

La leggenda delle nubi scarlatte 1-2

 Nubi di sangue, nubi di sangue, la predizione funesta si compie



L'atmosfera del Giappone feudale mi ha sempre affascinato molto. Parlo di "atmosfera del giappone feudale" nel senso di quell'immagine mitica che ho appreso, quasi per osmosi, da libri, anime, fumetti, film etc etc. Figure come quella del samurai, del monaco, del ronin, dei kami, gli spiriti della natura, piuttosto che degli shogun o degli oni, mi sono rimaste impresse nella mente come un mondo fantastico, che per me ormai non assume quasi più nessun connotato storico, essendo traslato completamente in un aura mitica, alla quale sono davvero affezionato.
Detto questo, quando ho scoperto l'esistenza di un fumetto come "La leggenda delle nubi scarlatte" di Saverio Tenuta ho pensato subito che sarebbe stato un acquisto a me molto gradito e vedendone qualche tavola su internet, è diventato presto un elemento fisso della mia "lista della spesa". Finalmente è entrato a far parte delle mia libreria sotto le feste di natale e la lettura si è rivelata un'esperienza meravigliosa.



L'opera è formata da due volumi e ci racconta una storia epica, poetica e spietata.
Il primo personaggio che ci viene pesentato è Meiki, una govanissima marionettista del teatro Bunraki, che a poche pagine dall'inizio della lettura, si trova innamorata e indissolubilmente legata ad un samurai, Raido, privo di memoria e apparentemente custode di un oscuro passato. I destini dei due si incroceranno con quelli di tanti altri personaggi e con quello di un piccolo mondo sull'orlo della catastrofe. Le vite degli uomini si intersecano con gli spiriti naturali, forze primordiali sembrano ribollire tra i sentieri delle esistenze individuali. Un reticolato di eventi, sentieri, riflessioni, versi  poetici,che, piano piano, ci schiudono la via di un viaggio che ci condurrà alla scoperta del passato dei protagonisti. Ricordi dolorosi, che, come traumi nascosti, aspettano di riaffiorare per essere espiati e poter guardare avanti. In La Leggenda delle nubi scarlatte abbiamo a che fare con la follia, intesa come la lotta della psiche umana  con forze superiori, qualcosa che si impossessa della mente, come una cantilena interiore che rimbomba con forza nella testa e non da scampo, fino a che non si trova la via giusta per uscire da quel labirinto perverso che attanaglia il pensiero. Raido è bombardato da frasi a cui non sembra possibile dare spiegazioni, sono come cicatrici di un passato lontano, che aspettano solo di riaprirsi per poi riuscire a guarire con la consapevolezza della memoria.



Il mondo dipinto da Tenuta è un Giappone spietato, a metà tra lo storico e il fantastico, dove l'esplosioni di sangue sui corpi delle persone, così come nel capolavoro Hana-Bi di Takeshi Kitano, sono petali cremisi che cadono in un paesaggio dominato dal bianco della neve. Le grandi foreste innevate e le candide pianure fanno da contraltare ai colori caldi degli interni e alle tinte forti degli scontri. La visceralità delle passioni umane contro l'equilibrio e la saggezza della natura, che si mostra in tutta la sua grandezza e nobile potenza, non solo negli atti di forza, ma anche nella sconfitta. ( stupendo, a questo proposito, è il combattimento di Raido con il grande Izuma Nero, il signore degli stupendi lupi tratteggiati da Tenuta come guardiani della foresta di ghiaccio).
L'autore ha una capacità incredibile di destreggiarsi tra i vari tipi di situazione. Il suo tratto è estremamente fluido e dinamico nelle scene d'azione, diventa, invece, preciso e poetico nei primi piani, dove la riflessione è protagonista, per poi esprimere tutta la sua bellezza nei grandi campi lunghi, dove è la natura a farla da padrone, lasciando il lettore a bocca aperta. Certe tavole esprimono un senso di infinito notevole, l'esperienza estetica che si prova è spesso quella del sublime, intesa come la contemplazione di una magnifica grandezza, che, nello stesso tempo, attrae e mette timore.






"Tutto è tracciato, tutto è già scritto, ma nessuno legge nei segni". Questa frase potrebbe riassumere l'intera narrazione. Abbiamo costantemente la sensazione di essere in un disegno più ampio, tuttavia non possiamo che affannarci e addolorarsi insieme ai personaggi, partecipare dei loro incubi e delle loro paure, fino ai punti di massima tensione. Si arriva poi alla liberazione finale, dove il passato viene accettato, le fratture ricomposte e i ghiacci, che congelavano la speranza, lasciano spazio ad un verde che ha il sapore della rinascita.
Per concludere, l'opera di Tenuta è un fumetto dotato di una delicatezza e una profondità davvero straordinaria. Le pagine trasudano di un lirismo poetico tutto orientale, dove il bianco della neve e il rosso del sangue sono paralleli all'amore per la vita e alla violenza che porta alla morte, in un continuo fronteggiarsi di opposti che, in  un dinamico ciclo dialettico, corre verso la sua sintesi.

Un capolavoro che mi sento di consigliare a chiunque.


giovedì 2 gennaio 2014

Ogni piccolo pezzo

"Hanno trascorso l'infanzia a sognare il futuro. Poi alcuni dei loro sogni si sono avverati. Non tutti erano pronti a quella possibilità". Dopo "Semplice", Stefano Simeone, torna a parlarci della vita quotidiana di un piccolo paesino italiano di provincia, mettendo in scena un meraviglioso mosaico esistenziale, che ci fa riflettere su quanto la vita sia un precipitato di momenti che si susseguono e di quanto sia facile, essendo rapiti dal suo scorrere, perderne alcuni per poi fermarsi un giorno e recuperarli, forse, solo nella memoria.




Spesso crediamo che le nostre normali vite quotidiane, quelle che sembrano scorrere senza nessuna impennata degna di nota e puntano costantemente ad un futuro, in apparenza, arido di grandi novità, non siano poi così interessanti. Di farle diventare protagoniste di un romanzo o di un fumetto non ci sembrerebbe davvero il caso. Sai che noia, mi viene da pensare. Eppure, c'è un autore che sembra così vicino alla nostra piccola dimensione, a questa quotidianità che sembra non accadere, ma passare, da riuscire a descriverla in maniera così cristallina, leggera e ironica, ma nello stesso profonda, da farci emozionare a tal punto da capire, che in fondo, non c'è nulla di scontato anche nelle nostre "piatte" vite. Se qualcuno se lo sta chiedendo, non parlerò di nuovo di Raymond Carver, ma di Stefano Simeone, del quale avevo già avuto il piacere di leggere (e commentare su questo blog) "Semplice", acquistato al Lucca Comics di quest'anno.
Oggi, infatti, parlerò della sua ultima graphic novel intitolata "Ogni piccolo pezzo", che si è rivelata ( e non avevo dubbi in proposito) un regalo di natale azzeccatissimo. Ringrazio dunque, in primis, chi me la ha regalata.
Ogni piccolo pezzo, come fa presagire sia il titolo, sia la copertina a mosaico, caratterizzata da una miriade di tasselli di differente forma e sfumatura che si intrecciano fino creare un cuore, è una storia che ci parla del precipitato di momenti di cui è composta la nostra vita. Il fluire continuo che sembra scorerre davanti ai nostri occhi, in realtà, è formato da tanti segmenti spazio-temporali. La nostra vita va avanti, viviamo tante esperienze e non facciamo nemmeno in tempo a rendercene conto. Capita, poi, che un giorno ci fermiamo e siamo cresciuti. Ci guardiamo indietro e ci concentriamo su alcuni ricordi, immagini volatili, forse ombre scolorite di qualcosa che abbiamo perso. Ci interroghiamo quindi su ogni piccolo pezzo della nostra esistenza, chiedendoci cosa è rimasto e cosa abbiamo lasciato indietro.


Simeone si interroga sulla frammentarietà e l'accumulo della vita, lo fa portando sulla scena cinque personaggi diversi e raccontandoci alcuni episodi delle loro vite, dall'infanzia all'eta adulta.
C'è Mauro, un ragazzo che nasconde un grave trauma famigliare dietro la maschera sicura di un divo hollywoodiano. C'è Diego, ragazzo coraggioso e buono, ma spaventato dalle relazioni e dalle emozioni forti. C'è Sienna, ex romantica sognatrice, che dopo un'infanzia e una giovinezza a confrontarsi con le aspirazioni di bellezza materne, diventa una donna in carriera, cinica e disillusa. Un altro protagonista è Alessandro, ragazzone semplice e un pò anonimo, senza particolari aspirazioni. Infine, troviamo il misterioso Xavier di cui si sa poco fino alla fine del volume.I ragazzi crescono in un paesino italiano qualunque, dove tutto è tranquillo e l'esistenza scorre tra sogni, aspirazioni, zuffe e tempeste ormonali. All'improvviso, chi più chi meno, si trova sbalzato in una grande città, all'università e poi al lavoro. Tutti provano a trovare il loro posto nel mondo.La vita è, si sa, un crocevia infinito di strade e percorsi diversi e anche qui, in Ogni piccolo pezzo, i 5 amici finiscono per allontanarsi lasciando aperti rimorsi e conti in sospeso, salvo ritrovarsi in poche sporadiche occasioni. Tuttavia, un avvenimento improvviso, un matrimonio nel proprio paese di origine , potrebbe essere l'occasione per ritrovarsi finalmente tutti insieme.





Simeone dimostra di essere uno storyteller straordinario. Riesce a mantenere perfettamente il controllo delle vicende dei 5 personaggi, riuscendo non solo a passare dall'uno all'altro con fluidità, ma anche ad incrociare piani temporali e spaziali differenti con trovate grafiche e narrative eleganti, originali e funzionali.L'opera finale risulta essere, perciò, il risultato di una moltitudine di pezzi disseminati qua e là, che si accavallano e si intrecciano, sempre ottimamente manovrati dall'autore che riesce ad imbastire un'opera davvero solida e variegata, nonostante i tantissimi fronti nella quale è impegnata la narrazione. Simeone, infatti, riesce a raccontare la quotidianità in maniera originale e appasionante senza mai perdersi nel labirinto di personaggi, luoghi e piani temporali. Questa capacità rende l'opera una lettura allo stesso tempo piacevolissima e complessa nella sua profonda stratificazione.





Il racconto è disseminato di citazioni pop come i riferimenti al "uolkmen", alle
"boibènd" o al pacchetto di marlboro nella manica arrotolata della camicia. Un soffio di anni 90 che ci fa sorridere, quasi malinconicamente, ricordandoci alcuni stilemi della nostra adolescenza. Inoltre, con questi riferimenti mirati, l'autore ci fa percepire in maniera ironica il tempo che passa, con le mode che cambiano, nonostante la convinzione, spesso comune, "che dureranno".
Una menzione particolare lo merita sicuramente l'aspetto grafico dell'opera, caratterizzato da un tratto fantasioso, a volte irregolare e cartoonesco, di forte impatto espressivo. I colori utilizzati sono sgargianti e pastellati. L'autore preferisce le tonalità calde per raccontare gli episodi dell'infanzia e dell'adolescenza, mentre il presente assume spesso toni più freddi come l'azzuro, il verde "acido" o un tenue arancione rosato, forse a simboleggiare l'arrivo dell'età adulta in contrapposizione con l'energia dell'infanzia e il fervore della giovinezza.





Per concludere, Ogni piccolo pezzo, è un opera che parla di argomenti profondi con leggerezza e ironia. Il lettore non farà fatica ad immedesimarsi nei personaggi tratteggiati in modo mirabile da Simeone, a partecipare delle loro emozioni e delle loro esistenze, che sembrano avere il sapore agrodolce delle nostre.Questa storia, che sembra abbracciare 20 anni, riesce a farci andare avanti e indietro con la mente, a farci passare davanti agli occhi tanti ricordi della nostra vita strappandoci un sorriso, a volte un pò malinconico. Consigliatissimo.




venerdì 27 dicembre 2013

Orfani 2-3

Continua la saga di fantascienza Bonelli targata Roberto Recchioni. Il campo si restringe e vengono approfondite la psicologia e la storia dei singoli personaggi. La narrazione prosegue fresca, spigliata e coinvolgente, in un'ottima iterazione tra passato e presente basata sull'ormai solida struttura bitemporale, spina dorsale della serie.




Alla fine ci ho preso gusto. Come avevo scritto nel mio primo commento riguardante il primo numero di Orfani, mi sono approcciato a  questo lavoro più per l'altissimo hype che lo circondava, piuttosto che per un interesse reale. Ok, la fantascienza, l'azione e  i bei disegni in generale sono tre cose che mi attirano, ma comunque non posso certo dire che Orfani rientrasse nelle mie priorità in quanto ad aspettative fumettistiche. Dopo la lettura non strabiliante, ma comunque gradevole del primo numero, ho deciso di portare avanti la serie e mi sono preso anche gli altri due volumi pubblicati dalla Bonelli.
Dopo aver presentato situazione generale e personaggi, Roberto Recchioni, nel secondo volume si dimostra pronto a sfruttare la struttura bitemporale per passare da un racconto che predilige la coralità ad un indagine più specifica e approfondita sui singoli personaggi. La protagonista di quest'albo è sicuramente Juno e i due spazi temporali corrispondono ad una corrispettiva dicotomia sentimentale. Nella prima parte, ambientata nel passato, durante l'addestramento degli Orfani nel campo di Dorsoduro, ci viene presento l'odio della ragazzina per gli adulti suoi superiori, in particolare per il Colonnello Nakamura, con il quale istaura un rapporto rancoroso a cui si mischia presto l'intento di vendicare il fratello, morto ancora prima di raggiungere il campo d'addestramento. Nella seconda parte, quella ambientata nel futuro, scopriamo che Juno intrattiene una relazione con uno dei suoi compagni. Insieme saranno impegnati in una missione ad alta pericolosità sul pianeta alieno, che li porterà a rafforzare ancor di più il loro legame e condurrà Juno a trovare una sorta di calma interiore che fa da contraltare all'ansia e alla rabbia espressa nella prima parte del volume.




Passando ora alla trama del terzo volume, possiamo rilevare che come succede già nel secondo, l'occhio narrativo di Recchioni si concentra più in particolare su uno dei personaggi. Questa volta approfondiremo il nostro rapporto con Ringo. Giovanissimo torero prima dell'esplosione apocalittica che da il via alla saga, Ringo è un ragazzo coraggioso ed istintintivo che mal sopporta le regole e le gerarchie. Nella prima parte del volume, quella ambientata nel passato, viene condannato a morte dal Colonnello Nakamura a causa della sua insubordinazione. Il ragazzo ha un carattare poco gestibile e il colonnello vede in lui un possibile problema anche per gli altri futuri soldati. L'unico modo per risparmiargli la vita, sarebbe riuscire a farlo rientrare nei ranghi e piegare il suo carattere impulsivo e insubordinato. Per farlo la dottoressa Juric ricatta Ringo minacciando Sam, la ragazza più piccola tra gli Orfani, alla quale il ragazzo è molto legato.
Nella seconda parte di questo terzo albo, invece, Recchioni ci scaraventa su un pianeta sconosciuto. Ringo, precipitato a modi Star Wars su questo suolo misterioso, dovrà cercare di cavarsela in una situazione alquanto critica e nel frattempo l'incontro con una mostruosa entità aliena a forma di toro, lo porterà a rispecchiarsi con il suo passato, esattamente come successe a Juno nel secondo volume.




La struttura di Orfani è ormai ben delineata. I due canali temporali permettono a Recchioni di approfondire in modo fresco e coinvolgente sia la trama principale che il carattere e la psicologia di ogni personaggio, in una rete di rimandi tra passato e presente che si fa sempre più intricata e corposa. La narrazione è sempre molto scorrevole e accattivante, il ritmo è sempre alto e perciò l'intrattenimento è assicurato. I personaggi, nonostante possano risultare un pò stereotipati, sono dotati di grande carisma e potenza concettuale.
Lo stile di disegno messo in campo da Alessandro Bignamini nel secondo volume e da Gigi Cavenago nel terzo, non si discostano da quell'efficace mix tra cartoonesco e realistico mostrato dal lavoro di Mammuccari nel primo albo. I tratti sono precisi e raffinati, le scene action sono rese con ottimo dinamismo e i tagli delle inquadrature si adattano perfettamente allo stile cinematografico da blockbuster di fantascienza leggera di ottima fattura, tipico della serie.




Per concludere, dopo la lettura di questi primi tre volumi, posso confermare le mie prime impressioni su Orfani, ovvero un fumetto che riesce a garantire un alto livello di intrattenimento, caratterizzato da una sceneggiatura solida e da uno stile grafico spettacolare e accattivante.Non è di certo un capolavoro, ne l'opera più originale del mondo, ma se si cerca una bella lettura, leggera, adrenalinica e coinvolgente è sicuramente una scelta da prendere in considerazione.

mercoledì 18 dicembre 2013

Magneto testamento

Il mio nome è Max Eisenhardt.
Sono stato un Superkommando ad Auschwitz per quasi due anni.
Ho visto migliaia di uomi, donne e bambini camminare incontro alla morte.
Ho portato fuori i loro corpi dalle camere a gas. Ho estratto loro i denti, cosicchè i tedeschi potessero prendere l’oro.
Li ho portati ai forni, dove ho imparato a disporre insieme i corpi di un bambino e di un vecchio perchè bruciassero meglio.
Ho visto i miei compagni sepolti vivi da una montagna di cadaveri putrefatti.
Ho visto migliaia di persone assassinate bruciare in giganteschi pozzi esterni.
Ho visto morire con i miei occhi almeno un quarto di milione di esseri umani.



Premettendo che non sono una lettrice Marvel, ne una appassionata degli X-Men, mi è capitato quasi per caso o forse per sfida di leggere la graphic novel Magneto Testamento. Direi che non esiste sicuramente modo migliore di avvicinarsi alla Marvel da profana quale sono. 
Siamo nel 1935, in Germania, Hitler è ormai al potere, proclamato cancelliere nel 1933, emana in questo anno le tristemente celebri Leggi di Norimberga. Il protagonista della vicenda è un giovane adolescente, Max, un ragazzo dotato, intelligente ed ebreo. La cornice in cui si sviluppa la storia è decisamente nota, l'ascesa del regime nazista, la caccia agli ebrei, la shoa. Un argomento delicato, che viene trattato nei testi di Greg Pak e nelle illustrazioni di Carmine Di Giandomenico, in modo esemplare, delicato, toccante ed emozionante. L'impaginazione alterna pagine libere ad intere sequenze imbrigliate e costrette, che rendono perfettamente l'idea della terrificante prigionia dei campi di concentramento e contribuiscono alla narrazione stessa. Il disegno, a metà tra realismo e stile cartoon, riesce a creare una comunicazione di fondo, che sembra non necessitare di parole. I capitoli inoltre vengono intervellati da stupendi dipinti digitali di Marko Djurdjevic (copertine dei volumi singoli della prima edizione). Gli sguardi rappresentati da Di Giandomenico, diventano protagonisti e fautori della narrazione e
in essi leggiamo l'evoluzione dei personaggi. Ritroviamo il padre di Max, nei quali occhi non cessa mai di luccicare la speranza, un veterano di guerra, funzionario statale che non smette di credere che il Paese per cui ha dato tanto non gli volterà le spalle. Gli occhi grandi di Magda, ragazzina rom, amore adolescenziale di Max e sua ragione di vita. In tutta la narrazione sono poche le parole riservate a questo personaggio, che tuttavia rimane impresso nel lettore proprio grazie a questi occhi, i suoi sguardi sono i più rumorosi, quelli di chi è stato sempre al margine, di chi non ha diritto di parola, di chi ha paura. 




Poi c'è Max, totalmente all'oscuro dei suoi poteri, con quegli occhi che come dice il padre "ci hanno sempre visto bene", giovane, irrequieto e costretto a prendere decisioni a cui nessuno dovrebbe nemmeno pensare, ad assistere agli orrori della storia senza proferir parola, senza muovere il minimo muscolo. Emerge da Magneto Testamento, questa spinta per la sopravvivenza comune, questo senso di gruppo. Per il bene comune, per evitare le stragi e le ripercussioni non bisogna reagire, ma solo subire ed alla fine si muore comunque, lo sterminio avviene lo stesso. Risuonano, quindi, quelle parole dette dal padre di Max "A volte nella vita arriva un momento in cui tutto diventa chiaro. In cui tutto è possibile. In cui improvvisamente tu puoi far succedere qualcosa. Che Dio ci aiuti se cogliamo quel momento. E Dio ci perdoni se lo lasciamo sfuggire", ed è a quel punto che c'è una reazione, una ribellione contro l'oppressore, contro quei fantasmi dallo sguardo di ghiaccio vuoto ed assente. Un impeto alla vita, una presa di posizione di quegli individui consapevoli che stando alle regole non si sopravvive comunque, individui stanchi di essere inermi di fronte alla strage, stanchi di bruciare cadaveri della propria gente. Questa storia quindi dal 1935 arriva fino al 1944, alla rivolta dei Crematori II e IV ad Auschwitz, fomentata da Max stesso e dove egli coglie l'occasione per fuggire con Magda. 



Al termine quello che vediamo è un Max diverso, gli occhi, lo sguardo non sono più gli stessi stessi, sono quelli di Erik Magnus Lehnsherr, del sarà Magneto, il cattivo più famoso e riuscito della Marvel. "Il mio nome è Max Eisenhardt chiunque trovi questo, sappia che mi dispiace. Perchè io sono morto e ora è tutto nelle vostre mani. Ditelo a tutti. A chi ascolterà e a chi no. Vi prego. Fate che non succeda mai più." Questo testamento del giovane Magneto, ritrovato da egli stesso, è un augurio, ma al tempo stesso la testimonianza che il giovane Max è morto in quel campo, dove ha lasciato se stesso. 
Sicuramente questa storia permette di vedere in modo diverso uno dei villans più celebri Marvel. Sembra infatti che quel giovane ragazzo, coraggioso, vittima di tali atrocità si sia trasformato da vittima a carnefice. Da un lato ci permette di capire la dualità che fa oscillare nei racconti Marvel il personaggio di Magneto dal lato buono a quello cattivo, dall'altro ci pone di fronte ad più grande interrogativo: come può Max, dopo aver subito la discriminazione raziale, fare di questa la sua ragione di vita. Il signore del magnetismo infatti pone la sua "razza superiore", quella dei mutanti, sopra quella umana che vuole ditruggere. A mio parere Max muore in quel campo, insieme agli orrori e alle sue azioni. Erik si ritrova all'interno di una minoranza, speciale, "quel chiodo più alto", per citare il suo professore di scuola. Questa volta però egli ha già visto cosa la gente fa ai chiodi più alti, li schiaccia e ditrugge ed è questa paura, che viene dal suo passato, a trasformarlo ed a portarlo dall'altra parte, quella dei carnefici.






domenica 8 dicembre 2013

Cages

Un intreccio di vite, parole e immagini. Ipnotico, surreale, mitico e metafisico, Cages di Dave Mckean, esplora il mistero e le questioni insite nell'atto creativo. Un mix di tecniche narrative ed espressive che non può mancare nella biblioteca di qualunque amante del fumetto e dell'arte in generale.






Quando inizi a leggere un'opera come Cages, già dalle prime righe ti chiedi se sarai all'altezza di comprenderla. Non perchè le parole siano particolarmente difficili o perchè si parli di argomenti specialistici inaccessibili, ma semplicemente perchè si impatta subito con un'opera d'arte di una profondità dolce e terribile. Un immenso oceano, scuro e misterioso, celato da un'impalcatura ben congeniata che a stento riesce a contenerlo.
Dave Mckean è un'artista a tutto tondo. Ha illustrato fumetti, celebri le collaborazioni con Neil Gaiman e Grant Morrison, ha realizzato copertine per album musicali, illustrazioni per romanzi, cartoni animati, cortometraggi e film. Mckean è un creativo a 360 gradi, uno di quelli che fa fluire il suo spirito artistico estrinsecandolo trasversalmente in una miriade di manifestazioni diverse. Cages, che da molti è considerato il suo capolavoro, dimostra in pieno l'ecletticità e la passione artistica del suo autore.
L'opera ha avuto un'esistenza editoriale parecchio travagliata. Fu pubblicata inizialmente dalla Tundra, poi passò alla Kitchen Sink per poi giungere alla Dark Horse. La Magic Press ha portato in Italia l'opera, traducendola proprio dall'ultima versione Dark Horse corredandola inoltre da nuovo materiale aggiuntivo. Il risultato è un volumone sontuoso, da quasi 500 pagine, che, a mio parere, non può mancare sulla mensola di ogni amante del fumetto o, in generale, dell'arte in tutte le sue forme.
L'opera, come già accennato, è molto complessa, tocca toni metafisici e intimistici, ed è una lettura sicuramente impegnativa. Nonostante questo, come dice Terry Gilliam, sembra avere uno strano potere "ipnotico", che tiene il lettore incollato alle pagine.





Passando alla vicenda, se effettivamente di "vicenda" si può parlare, dopo alcune pagine contenenti brevi poemi dal tono biblico che ricordano alcuni passi della genesi, incontriamo Leo, pittore in crisi, che si trasferisce in un nuovo condominio per ritrovare l'ispirazione. Si scopre presto che il palazzo è popolato da strani individui: La padrona di casa, una vecchia che ripete sempre "cosa?", una ragazza che si interessa di botanica, una donna che aspetta da anni il marito che se ne è andato, un musicista di colore che ha un singolare rapporto con gli oggetti e gli strumenti musicali e infine, Jonathan Rush, uno scrittore ormai fuori dalle scene, che vive rinchiuso in casa con la moglie.
Presto si capisce che costui è senz'altro il personaggio attorno a cui ruota tutto. Jonathan è tormentato da loschi individui che spesso si introducono in casa sua e lo privano degli oggetti che ama.Si intuisce che questo fenomeno a che fare con un libro, "Cages" appunto, che ha suscitato violente controversie. Il motivo sembra essere che l'autore, con quel libro abbia rivelato verità inconcepibili, forse oltre la blasfemia. Al di là di cercare di delimitare un plot narrativo lineare, probabilmente impossibile, l'intreccio di Cages è ampio e articolato. Esso coinvolge una folta schiera di personaggi "comparse" che partecipano con battute e dialoghi fulminei ed enigmatici. Tra le figure più interessanti c'è un timido gatto nero, che sembra una sorta di creatura aliena che sfila tra le vite dei vari personaggi.




Cages è un collage di dialoghi e racconti. Storie, immagini e frasi che si incrociano e si accavallano, dando vita ad una miriade di spunti e parallelismi. Sembra di stare in un sogno. L'aspetto formale dell'opera è sicuramente importantissimo per apprezzare a pieno il suo contenuto. Mc Kean, infatti, utilizza un mix di generi e tecniche narrative differenti: si va dal flusso di coscienza Joyciano ad un  postmodernismo di stampo più americano, certe pagine, infatti, ricordano la Trilogia di New York di Paul Auster. Sono presenti inoltre influssi biblici, sopratutto per linguaggio ed ermetismo, ma anche connessioni con la fiaba, il noir, il fantasy, l'allegoria e il mito. Questo pastiche formale è uno strumento perfetto per affrontare tematiche importanti: onnipresente è la riflessione sull'atto creativo. Pittura, musica e scrittura sembrano essere connesse alla genesi divina. L'artista è una specie di dio creatore, che però non partecipando della perfezione divina, si blocca, ha dei ripensamenti, è preda costante dell'insoddisfazione. Inoltre egli, che sembra avere un potere assoluto sulla sua crezione, è immerso in un flusso caotico di eventi e la fruizione della sua opera è qualcosa di incontrollabile. Le reazioni controverse al libro di Jonathan e le persone che lo privano delle cose amate, sembrano esempi proprio della sfuggevole natura della creazione artistica, che come un figlio che viene strappato immediatamente alla madre, cresce e si sviluppa a prescindere dagli intenti e dal senso originario immaginato dall'artista. Forse egli non fa nemmeno in tempo a concepirlo, questo senso.





Le elucubrazioni di McKean si dispiegano attraverso dialoghi, testi di canzoni, stralci di libri, poesie. Un collage frammentario che il lettore deve cercare di riassemblare, creando egli stesso, la sua opera, il suo Cages.
Se quest'opera risulta essere estremamente stratificata nella sceneggiatura, risulta altrettanto valida e complessa dal punto di vista grafico-visivo. McKean, in questo volume , fa poco uso della pittura che lo ha reso famoso e preferisce l'uso assiduo del pennino. Le pagine sono quasi tutte divise con una rigida griglia di 9 vignette, ma cmq certe tavole si aprono ad improvvise variazioni, sia strutturali che stilistiche. Il disegno dell'autore è capace di meraviglie visive davvero notevoli e le sue figure ricordano, in molti esempi, il tratto e i soggetti di Egon Schiele. Pevalgono il bianco e nero e le tonalità grigio-azzurrognole, ma quando meno ce lo si aspetta irrompe il colore, soprattutto nelle sezioni più oniriche e di intuizione "metafisica". Ci sono anche sequenze fotografiche ed elaborazioni digitali. Cages quindi, dal punto di vista visivo, è totalmente ricco e imprevedibile e questo è un elemento che aumenta notevolmente il fascino di un'opera che è una continua interrogazione e ristrutturazione di se stessa e della coscienza del lettore.






Per concludere, credo che sia difficilissimo descrivere questo lavoro di Mckean, la sua importanza è un'esperienza da provare e da vivere. Quello che esce dalle pagine è uno stato mentale, un vortice creativo che ci accoglie con le sue forme in continuo mutamento al di là del significato trasmesso e dell'intreccio. Cages è sempre "in potenza", è come immergersi nelle acque tumultuose di un fiume immaginativo che cambia continuamente il suo corso e il punto dove andrà a sfociare. Consiglio a tutti di dare una possibilità a Cages e di farsi trasportare dai suoi enigmi e dalle sue domande, antiche come
l'oblio della morte e la nascita primordiale della vita.