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sabato 10 dicembre 2016

Captain Fantastic



L’utopia che fa i conti con il mondo reale



Un cervo dall’aria quasi circospetta si fa largo tra una vegetazione rigogliosa e selvaggia, mentre occhi misteriosi lo scrutano  attenti e letali. Con la velocità di un attimo fatale sulla gola del cervo si apre un sorriso scarlatto. Quello che rimane è un gioco di sguardi tra chi sta ormai per morire, il cervo e il ragazzo e chi sta per nascere, l’uomo. Captain Fantastic, secondo lungometraggio di Matt Ross inizia così, con un rito di iniziazione che sembra segnare il passaggio definitivo dalla giovinezza all’età adulta, l’atto finale di un percorso educativo giunto al termine. Tuttavia sarà solo la prima tappa di un viaggio fatto di rinegoziazioni, ripensamenti ed affioramento di nuove prospettive.
Ben e sua moglie hanno deciso di crescere i loro sei figli lontano dalla città e dalla società dei consumi, nel bel mezzo di una foresta del Nord America. Sotto la guida tanto illuminata quanto autoritaria del padre, i ragazzi, tra i 5 e i 17 anni, passano le giornate allenando duramente il corpo e la mente: imparano a cacciare, a conoscere la natura, a lottare, ad argomentare e disquisire dei più svariati temi (dalla letteratura alla fisica quantistica), sviluppano il senso critico oltre a varie abilità pratiche e creative. Suonano e cantano insieme, festeggiano il compleanno di Noam Chomsky al posto del Natale, smontano i dettami dell’economia e delle politica occidentale, si dicono “determinati dalle azioni e non dalle parole” ed esclamano a gran voce “Abbasso il sistema!”. Quella alla quale assistiamo all’inizio del film è una sorta di utopia, una repubblica platonica post moderna su base anarchico-solidale (siamo in un luogo tra Thoreau, Stirner e Steiner) immersa nel verde e saldamente governata da un papà-filosofo-guerriero. Tuttavia, per lo spettatore, l’idillio dura poco: la madre dei ragazzi, malata psichiatrica e ricoverata da tempo in un ospedale del “mondo reale”, muore improvvisamente. Il triste avvenimento costringerà la famiglia ad intraprendere un rocambolesco viaggio nella “normalità” per rendere l’ultimo omaggio alla madre. Questo farà sorgere dissidi, contraddizioni e sofferenze all’interno del gruppo e porterà Ben a rivedere la sua idea educativa e i suoi figli a ridiscutere la stessa figura paterna.




Il regista, utilizzando i toni e i colori cari alla tradizione della commedia indie americana, ci propone una riflessione a più livelli sull’educazione. Gli ingredienti che a prima vista vengono proposti allo spettatore non sono di certo nuovi: una critica ironica e dissacrante nei confronti di alcuni stilemi tipici della società occidentale, la difficoltà di comunicazione e di relazione tra chi persegue un modello alternativo di vita e la gente “comune”, la famiglia imperfetta che ha bisogno di un viaggio di formazione per far luce sulle proprie dinamiche ed identità interne (qui non c’è il Wolkswagen giallo di Little Miss Sunshine, ma un vero bus di nome Steve). Ross, tuttavia, non si ferma a questo, ma cerca davvero di problematizzare il tema dell’educazione mostrando, non solo quanto il modo di fare occidentale rischi di crescere delle persone ignoranti e prive di senso critico, ma evidenziando anche i rischi di vie contro-culturalmente estreme e fortemente ideologizzate come quella di Ben. I ragazzi infatti, che hanno vissuto in un mondo chiuso e governato dalle idee imposte dal padre, non sono in grado né di comunicare con i loro coetanei estranei a quell’utopia né di comprendere alcune logiche e dinamiche della società in cui sono improvvisamente gettati.   Il padre, inoltre, assume ben presto le sembianze di un ambiguo dittatore-compagno, fautore di una rivoluzione radicale che solo lui ha deciso nei modi e nei presupposti e che sembra perdersi irrimediabilmente nella sua ottusità ideologica. 


La sceneggiatura di Ross è fresca, leggera e intelligente adatta a più piani di lettura, nonostante in alcuni punti si faccia forse un po’artificiosa a fini comico-grotteschi. Sul finale il film assume un tono più  melò (che ha il suo apice nella scena della pira sotto le note di una bucolica e folkeggiante  Sweet Child O’ Mine) perdendo un po’ di leggerezza e stimolando un po’ sornione il lato più emozionale dello spettatore.
Le interpretazioni degli attori sono tutte molto buone, in primis quella di Viggo Mortesen, nei panni di Ben, davvero eccellente nel presentare un personaggio carismatico, contraddittorio e sopra le righe, ma fortemente credibile dall’inizio alla fine della pellicola.
In conclusione, Captain Fantastic è un buon film, leggero nei toni e non eccessivamente profondo e stratificato, ma capace comunque di aprire più piani di riflessione importanti sull’educazione e su alcune dinamiche della contemporaneità, al di là degli slogan e dei luoghi comuni che a prima vista sembra mettere in scena.




lunedì 7 aprile 2014

All by My Side. Hendrix al cinema






“La volta in cui ho bruciato la mia chitarra fu come un sacrificio. Si sacrificano le cose che si amano. Io amo la mia chitarra”
Per chiunque sia minimamente appassionato di musica rock, collegare questa frase al personaggio che l’ha detta è una cosa molto semplice, quasi banale.
Era il giugno del 1967 e nella cittadina di Monterey(California), aveva luogo il Monterey Internetional Pop Festival, l’evento che diede inizio alla cosiddetta “ lunga estate dell’amore”. Oltre ad essere il diretto precursore dello storico Woodstock del ’69, il festival di Monterey, fu il teatro di una delle esibizioni più devastanti e celebri della musica contemporanea: un chitarrista nero e mancino fece suonare la sua Fender Stratocaster come mai prima di allora. La suonò coi denti e dietro la schiena, la maltrattò, la strofinò contro l’asta del microfono, contro gli amplificatori e, infine, vi diede fuoco. Un misto di fiamme e fischi stridenti, mentre le mani che avevano suonato forsennatamente quello strumento per 40 minuti ora lo distruggevano contro il palco. Si chiudeva così la performance di Jimi Hendrix al festival di Monterey. Uno spettacolo selvaggio che ebbe risonanza in tutti gli Stati Uniti.  L a Fender di Hendrix, idolo sacrificale immolato sul palco, diventa la più straordinaria e potente icona del rock. E’ la consacrazione ufficiale di quello che sarà uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi.
Sono passati ormai molti anni dagli storici eventi di Monterey e molti ne sono passati anche dalla morte del loro protagonista, avvenuta  3 anni dopo, nel 1970, a soli 27 anni. Tuttavia, l’influenza musicale e mediatica di Jimi Hendrix è ancora  fortissima . Il suo personaggio rimane il simbolo di un’ epoca e, soprattutto, di un modo di approcciarsi all’arte. Un modo tutto viscerale, emozionale, quasi mistico, nella sua estasi e simbiosi con lo strumento. 


Hendrix è un mito senza tempo ed è proprio alla nascita di questo mito che è dedicato All by My Side, film di John Ridley, che ripercorre “l’anno della svolta”, quel 1966, dove Jimi, chitarrista semisconosciuto di Seattle, lascia il Greenwich Village di New York per partire alla volta di Londra e tornare negli States un anno dopo, pronto per la consacrazione di Monterey.
I 12 mesi Londinesi di Hendrix si concretizzano grazie ad un incontro fortuito, quello con Linda Keith, all’epoca compagna del grande Keith Richards, che, dopo aver sentito una sua esibizione al Cheetah Club di New York, gli presenta Chas Chandler, ex bassista degli Animals e suo futuro manager. Grazie a Chandler, Hendrix raggiunge Londra dove formò un trio insieme agli inglesi Noel Redding ( al basso) e Mitch Mitchell (alla batteria). Era nata la Jimi Hendrix Experience. I live londinesi furono un successo, l’attitudine selvaggia del gruppo lasciò di stucco musicisti già affermati come Clapton e Jeff Beck e, nello stesso anno, uscì il primo 45 giri contenente pezzi ormai passati alla storia come Hey Joe, Purple Haze e The Wind Cries Mary. Ciò che segue a questa storia, come abbiamo già accennato, è il ritorno in patria e l’inizio della brevissima e leggendaria carriera che porterà Jimi nell’olimpo della musica rock.
All by by my side è stato presentato in anteprima mondiale allo scorso Toronto Film Festival e approderà in Italia al prossimo Biografilm Festival di Bologna, in programma dal 6 al 16 giugno 2014, dove aprirà la manifestazione. Nel film  Jimi verrà interpretato da Andrè 3000, attore e cantante degli Outcast ,che, almeno fisicamente, possiede con lui una certa somiglianza.
Sono molto curioso di vedere questo film. Da amante sfegatato della musica rock,  Hendrix, è certamente tra gli artisti che ha maggiormente influenzato i miei gusti musicali. Con lui la distorsione diventa un’arte, il feedback non è più un suono fastidioso e lo stridore cacofonico, intrecciato con le melodie della chitarra elettrica, come in quel leggendario The Star-Spangled Banner suonato alla fine di Woodstock, assume la natura di un sublime connubio di potenza e delicatezza. Spero quindi che All by my side sia una buona occasione per partecipare, ancora una volta, dell’arte e della vita di un personaggio accecante nella sua creatività, eterno nella sua influenza e così effimero nella sua presenza terrena. D'altronde, come recita l’epitaffio sulla sua tomba: « la luce che brilla il doppio dura la metà».

martedì 4 marzo 2014

Snowpiercer. Un fumetto glaciale



“Percorrendo la bianca immensità di un inverno eterno e ghiacciato, da un capo all’altro del pianeta, corre un treno che mai si fermerà…è lo Snowpiercer dai mille e uno vagoni”






Snowpiercer è il film di fantascienza del momento. Della pellicola del coreano Bong  Joon –ho, uscita il 27 febbraio nelle sale italiane, si sta davvero parlando un gran bene. Sul web c’è chi l’ha paragonata, in quanto ad impatto tecnico e contenutistico, ai grandi film di fantascienza degli ultimi decenni, come Blade Runner, Brazil, Matrix e Strange Days.
Per un amante della fantascienza come me, tutte le recensioni e i commenti entusiastici su quest’opera sono stati come una boccata d’aria fresca. Si grida al capolavoro e la mia voglia di vederlo è davvero alle stelle, tuttavia, non l’ho ancora fatto. Quello che invece ho fatto è andare all’origine di questo film e recuperare l’opera da cui è partito tutto. Già, perché Snowpiercer, prima di diventare il film coreano più costoso di tutti i tempi, era “solo” una breve serie di fumetti francese, Le transperceneige, scritta da Jaques Lob e Benjamin Legrand e disegnata da Jean Marc Rochette. In occasione dell’imminente uscita del film, Editoriale Cosmo ha deciso di portarla per la prima volta in Italia, facendola uscire in tutte le edicole il 20 Febbraio in una edizione integrale di modesta fattura.
Una nuova era glaciale è calata su tutto il globo terrestre. “La morte bianca”, con le sue temperature inaffrontabili, ha decimato l’umanità e i pochi superstiti sono costretti a vivere in un treno, lo Snowpiercer appunto, che prosegue la sua corsa grazie ad un motore in grado di generare un moto perpetuo e produrre il calore necessario alla sopravvivenza di tutti i passeggeri. Lo Snowpiercer è l’ultima rocca forte della civiltà, è l’ultimo barlume di società rimasta e, come ogni società, ha le sue gerarchie e le sue disuguaglianze. I suoi vagoni, infatti, sono dei veri e propri “contenitori sociali”: in fondo al treno i poveri, in testa i ricchi. Il treno va avanti continuamente, trainato dalla sua locomotiva, “Santa Loco”, come la chiamano i superstiti, ma più il tempo passa più le condizioni di vita si fanno precarie, soprattutto quelle dei passeggeri delle ultime carrozze.



Da quello che ho potuto leggere del film e dalla breve intervista  a Rochette in fondo al volume, la pellicola coreana parte proprio da questo incipit per presentare la  vicenda di Curtis, un uomo che, alla testa delle classi meno agiate, da il via ad un moto rivoluzionario che dovrebbe portare alla presa della testa del treno. Nel fumetto, invece, non c’è nulla di tutto questo. Il protagonista , Proloff, è uomo solo che decide di risalire il treno. Nessuna rivoluzione. Nessun idealismo. E’ un protagonista totalmente disilluso che desidera solamente vedere cosa c’è nella locomotiva. Il suo è un viaggio nichilista tra quel che rimane dell’umanità. Le tavole, con il loro tratto realistico e minimale, esprimono costantemente un senso di claustrofobia e, nonostante ci siano alcune scene action, l’atmosfera è sempre fortemente statica. Non si ha la sensazione che possa davvero succedere qualcosa. E’ un viaggio verso l’ignoto, ma verso un ignoto che è limitato. In Snowpiercer non c’è l’avventura dell’epica né lo slancio romantico della rivolta degli oppressi. Proloff non è Ulisse e nemmeno Spartaco. E’ solo un uomo comune che non ha nessuno scopo oltre la sua autoconservazione, come la stessa umanità, costretta ormai a vagare perpetuamente in tonto, chiusa in una gigantesca scatola di metallo.
E alla fine del treno cosa c’è? Niente. Nulla. Solo un semplice pannello di comando che ha bisogno qualcuno che lo sorvegli proprio come in qualunque altro treno. Le colonne d’ercole della nuova umanità, la porta del vagone di testa, non si affacciano più su un oceano infinito. Solo un altro scarno spazio che necessita solamente di essere “abitato” e preservato.


Credo che la potenza visiva del cinema e la sua dinamicità diano a questa storia un sapore diverso rispetto a quella raccontata nel fumetto, probabilmente un po’ meno dimessa, piatta e disillusa. Probabilmente tutta un’altra storia.  L’opera di questi tre francesi, invece, sembra davvero scolpita nel ghiaccio ed è fredda in tutti i suoi aspetti: dalla narrazione, ai personaggi, agli ambienti. Il movimento perenne del treno, più che una speranza, prende i connotati di un traghettamento circolare verso la morte. La morte  degli uomini, ma anche quella delle macchine, incompatibili con l’eternità per costruzione. Come ci ricordano, infatti, le ultime parole di Proloff, accasciato su una delle pareti della locomotiva di uno Snowpiercer ormai vuoto: “Siamo tutti condannati! Io come gli altri! Presto o tardi è solo questione di tempo! La macchina  avrà anche un motore a movimento perpetuo ma non è eterna! Arriverà il giorno in cui si fermerà….eh stupida ti fermerai?”.

http://www.artspecialday.com/snowpiercer-un-fumetto-glaciale/#.UxXs94U6YxQ 

lunedì 28 ottobre 2013

La strada e Melancholia. Due modi di vedere la catastrofe



Ce la caveremo papà?
Si. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perchè noi portiamo il fuoco.
Si. Perchè noi portiamo il fuoco.
La Strada, Cormac McCarthy



Nei film, nei romanzi, nei fumetti, nei videogiochi, quante volte abbiamo visto in scena il futuro, più o meno, catastrofico dell’umanità e del nostro pianeta? Questo può sicuramente essere il sintomo costante della consapevolezza dei rischi a cui la nostra società va incontro, della paura degli effetti devastanti dei nostri mezzi tecnologici, dall’ansia data dagli squilibri sociali, dal sovrapopolamento e delle proiezioni statistiche sull’esaurimento delle risorse materiali ed energetiche.
Alla luce di queste paure, molti teorici hanno cercato di interpretare la sfuggente situazione presente e ipotizzare una possibile chiave di volta per un cambiamento che ci permetta di affrontare il nostro tempo e quello che deve ancora venire, come nel caso del sociologo e scrittore tedesco Ulrich Beck e della sua teoria della “società del rischio”, emblema, a suo parere, della nostra quotidianità.
Questa premessa è un incipit volto a riflettere su due opere, una letteraria e una cinematografica, che ci parlano entrambe di catastrofe in maniera molto diversa : “La Strada” di Cormac McCarthy e “Melancholia” di Lars Von Trier.
Nella visione del nostro presente teorizzata da Beck, ovvero quella della società del rischio, gioca un ruolo davvero importante il formarsi di una comunità di pericolo, che spronata da un rischio di portata globale ha l’occasione, il dovere e la necessità di prendere coscienza e muoversi all’azione. Tutto questo fa pensare al delinearsi di una dimensione più collettiva e gregaria, oltre che a una speranza e una fiducia di uscire dallo stagnamento creato dalla natura invisibile e incerta del rischio. Il romanzo di Cormac McCarthy porta in scena un’immagine del futuro, del mondo, degli uomini e dei loro oggetti totalmente differente.



  

I due protagonisti del Romanzo sono completamente soli, vagano per un mondo completamente distrutto, freddo e oscuro, non c’è traccia di solidarietà sulla strada che “L’uomo” e “il bambino” percorrono incessantemente, anzi gli altri uomini sono visti come un pericolo, come entità malvage da cui stare alla larga. L’uomo e il bambino sono i “buoni” e si contrappongono agli altri che sono “cattivi”, si innesca quasi una lotta per la sopravvivenza in un mondo che ormai sembra non avere più risorse da offrire.
Il paesaggio è ricoperto di cenere, l’orizzonte è una distesa di rovine, la natura è completamente sfigurata e gli oggetti che i due personaggi trovano rimandano ad una civiltà che ormai sta scomparendo, responsabile implicito di un incubo che si è realizzato e che ora è realtà attiva, con le sue logiche e le sue caratteristiche da affrontare. Sembra di essere tornati ad uno stadio primitivo della civiltà, dove l’uomo per sopravvivere deve accontentarsi di ciò che trova in giro, di ripararsi in posti di fortuna, di andare avanti continuamente in una perenne battaglia per restare in vita, tuttavia, a differenza della nostra immagine di primitività dove l’uomo è raccoglitore e cacciatore ed è perfettamente inserito nell’ambiente naturale e nel suo ciclo vitale, nel romanzo di McCarthy la natura non ha più nulla da offrire, non ci sono piante, ne grotte dove ripararsi, non ci sono animali da cacciare, ci sono solo i resti di una vita lontana ormai in deperimento. I due protagonisti si riparano sotto un telo di plastica, si portano dietro un carrello di cianfrusaglie e di cibo in scatola, l’unico nutrimento che sembra essersi salvato dalla distruzione. Tutto il mondo delineato da McCarthy sembra essere una grande discarica, perfino il mare, raggiunto dai due protagonisti nell’ultima parte del romanzo, si presenta come una distesa scura e fredda dove sopravvive solo un relitto arrugginito e mal messo. 






In un immaginario simile non trova posto la speranza, né l’immaginazione di un futuro migliore. Scorrendo le pagine del libro sembra proprio non avere nemmeno senso pensare ad una via di uscita, ad una svolta che possa far uscire i due protagonisti e l’umanità da quella arida distesa di cenere che è il mondo. L’immaginazione sul futuro e i suoi rischi, che nel pensiero di Beck deve essere l’input per la presa di coscienza del singolo e per la formazione di una comunità di pericolo globale, in McCarthy manca del tutto, non c’è futuro a guidare le azioni dei due protagonisti né immaginazione a figurare i rischi del domani, c’è solo l’autoconservazione presente, la ripetitività del passo lento su una lingua d’asfalto che conduce ad una meta senza nessun significato. Quel mare che dovrebbe simboleggiare la via per un posto migliore e lontano,  in realtà è soltanto una massa oscura, fredda e insormontabile.
L’immagine del mondo che emerge da “La Strada” è qualcosa di quasi surreale, rappresenta la nostra paura più estrema rispetto al nostro futuro. Leggendo il romanzo è difficile credere che la nostra vita possa davvero trasformarsi in un tenebroso vagabondaggio tra cenere, macerie e pioggia gelida, tuttavia la scena risulta così forte e opprimente nella sua ripetitività da smuovere, a mio parere, un sentimento di angoscia che ci fa riflettere sul valore della nostra vita e sull’importanza di preservare il nostro pianeta.




Se l’analisi di sociologi o filosofi come Beck o Benjamin cercano di analizzare la realtà e la storia razionalmente e di mettere in luce buoni argomenti per cui è necessario un cambio di rotta, l’arte con le sue tinte forti e le sue potenti immagini fa presa sul nostro lato emotivo, smuove i nostri sentimenti e fa emergere le nostre paure. Anche questo, a mio parere, può essere un input forte alla riflessione e all’azione. Non a caso Benjamin per esprimere il suo concetto di storia come un’immensa catastrofe parte proprio dal gioco immaginativo con un piccolo quadretto di Paul Klee dal quale egli non si è mai separato. Sono tanti gli spunti che l’arte offre sul tema del rapporto dell’uomo con la catastrofe, nel mio caso particolare la lettura del romanzo di McCarthy mi ha rimandato ad una interpretazione cinematografica che rappresenta la catastrofe in modo sicuramente molto differente da quella presentata dallo scrittore statunitense, ma che può, a mio parere, dare buoni spunti di confronto. Mi sto riferendo al film “ Melancholia” di Lars Von Trier.
Nell’opera di Von Trier il tema centrale è il rapporto tra due sorelle Justine e Claire, sullo sfondo di un imminente catastrofe planetaria dovuta all’impatto con la terra di un pianeta azzurro e bellissimo di nome Melancholia. Il film, oltre ad analizzare la complicata relazione tra le sorelle e a mettere in luce una profondissima analisi psicologica dei personaggi, ci mostra a fronte delle differenze caratteriali, di vita e di aspettative delle due sorelle, il diverso stato di attesa e reazione alla catastrofe imminente. Justine, sprofondata in una terribile depressione catatonica la sera del suo stesso matrimonio non chiede più nulla alla vita, è priva di ogni tipo di aspettativa o speranza, niente la soddisfa e dopo aver tradito e lasciato il suo novello sposo, arriva a dipendere totalmente dalla sorella Claire costretta ad accudirla ed aiutarla per ogni cosa. Claire invece vive una vita “normale”, ha un marito e un figlio di nome Leo. Nel frattempo, come già accennato, il cielo che sovrasta i nostri personaggi diventa il teatro di una possibile irreversibile catastrofe che segnerebbe la fine del mondo. Un pianeta, Melancholia, dopo aver offuscato la stella Antares si sta avvicinando alla terra minacciosamente, secondo il marito di Claire, esperto di astronomia, le probabilità che l’impatto si verifichi sono scarse, tuttavia strani fenomeni atmosferici e strani comportamenti negli animali (i cavalli si imbizzarriscono apparentemente senza motivo) fanno presagire che non sia così. Il pianeta infatti si avvicina sempre di più e ora è la sorella “forte”, Claire, a soffrire di crisi depressive ed è invece Justine ad affrontare la catastrofe imminente con più tranquillità e sicurezza. La situazione via via che il pianeta si avvicina sale in un climax di tensione, il marito di Claire, capito ormai il destino della terra, si suicida lasciando la moglie, Justine e il piccolo Leo soli ad affrontare l’impatto. Justine è ora la forte del gruppo, colei che era troppo “ debole” per la vita diventa ora, nella catastrofe, la più forte. L’impatto è imminente, Justine decide quindi di costruire un rifugio immaginario, una piccola capanna di legno, con il nipotino Leo. I tre personaggi entrano nella “ grotta magica” si tengono per mano aspettando l’impatto tutti e tre assieme in un’immagine ormai mistica (o messianica) di attesa. Melancholia colpisce la terra in un esplosione che riempie completamente lo schermo.





Quello che si può ricavare di utile per la nostra riflessione dal film di Von Trier sono soprattutto i temi dell’immaginazione e della solidarietà già presenti in qualche modo sia in Beck che in McCarthy.
Justine, come i due protagonisti di Mc Carthy, sembra non avere speranze, non c’è un futuro davanti a lei. La depressione la pervade a tal punto da vivere ormai in una monotonia quasi irrazionale, non progetta, non immagina perché non ne ha bisogno. Non c’è futuro e quindi non c’è nulla da immaginare. Proprio per questo nel momento della catastrofe è lei quella più forte, in quanto l’ha già accettata da tempo. Claire al contrario è immersa nella sua vita, per lei l’impatto di Melancholia è la distruzione di tutte le sue speranze, di tutti i suoi progetti, ella vorrebbe fare qualcosa ma si sente impotente, vorrebbe reagire in qualche modo, ma la distruzione è inevitabile perché ormai è in atto. Questo può rimandarci a Beck e alla natura intermedia tra sicurezza e distruzione del rischio. Proprio perché il rischio è ancora “virtuale” e non è ancora in atto può essere l’input per l’azione e deve esserlo. Si può agire nella previsione di una catastrofe che si potrebbe evitare mentre, come ci insegnano Melancholia e La Strada, non sembra esserci futuro nel disastro totale in atto.
L’altro tema, come accennato, è quello della solidarietà. I personaggi di Von Trier si riuniscono insieme sotto un riparo, che se pur fittizio, simboleggia quel bisogno di sicurezza comune e quella necessità di affrontare insieme la catastrofe. Questo, ovviamente, può rimandarci ancora a Beck e alla necessità di formare una comunità globale di pericolo che possa con un sincero sforzo sinergico affrontare e vivere il rischio con nuova coscienza.