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lunedì 28 ottobre 2013

La strada e Melancholia. Due modi di vedere la catastrofe



Ce la caveremo papà?
Si. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perchè noi portiamo il fuoco.
Si. Perchè noi portiamo il fuoco.
La Strada, Cormac McCarthy



Nei film, nei romanzi, nei fumetti, nei videogiochi, quante volte abbiamo visto in scena il futuro, più o meno, catastrofico dell’umanità e del nostro pianeta? Questo può sicuramente essere il sintomo costante della consapevolezza dei rischi a cui la nostra società va incontro, della paura degli effetti devastanti dei nostri mezzi tecnologici, dall’ansia data dagli squilibri sociali, dal sovrapopolamento e delle proiezioni statistiche sull’esaurimento delle risorse materiali ed energetiche.
Alla luce di queste paure, molti teorici hanno cercato di interpretare la sfuggente situazione presente e ipotizzare una possibile chiave di volta per un cambiamento che ci permetta di affrontare il nostro tempo e quello che deve ancora venire, come nel caso del sociologo e scrittore tedesco Ulrich Beck e della sua teoria della “società del rischio”, emblema, a suo parere, della nostra quotidianità.
Questa premessa è un incipit volto a riflettere su due opere, una letteraria e una cinematografica, che ci parlano entrambe di catastrofe in maniera molto diversa : “La Strada” di Cormac McCarthy e “Melancholia” di Lars Von Trier.
Nella visione del nostro presente teorizzata da Beck, ovvero quella della società del rischio, gioca un ruolo davvero importante il formarsi di una comunità di pericolo, che spronata da un rischio di portata globale ha l’occasione, il dovere e la necessità di prendere coscienza e muoversi all’azione. Tutto questo fa pensare al delinearsi di una dimensione più collettiva e gregaria, oltre che a una speranza e una fiducia di uscire dallo stagnamento creato dalla natura invisibile e incerta del rischio. Il romanzo di Cormac McCarthy porta in scena un’immagine del futuro, del mondo, degli uomini e dei loro oggetti totalmente differente.



  

I due protagonisti del Romanzo sono completamente soli, vagano per un mondo completamente distrutto, freddo e oscuro, non c’è traccia di solidarietà sulla strada che “L’uomo” e “il bambino” percorrono incessantemente, anzi gli altri uomini sono visti come un pericolo, come entità malvage da cui stare alla larga. L’uomo e il bambino sono i “buoni” e si contrappongono agli altri che sono “cattivi”, si innesca quasi una lotta per la sopravvivenza in un mondo che ormai sembra non avere più risorse da offrire.
Il paesaggio è ricoperto di cenere, l’orizzonte è una distesa di rovine, la natura è completamente sfigurata e gli oggetti che i due personaggi trovano rimandano ad una civiltà che ormai sta scomparendo, responsabile implicito di un incubo che si è realizzato e che ora è realtà attiva, con le sue logiche e le sue caratteristiche da affrontare. Sembra di essere tornati ad uno stadio primitivo della civiltà, dove l’uomo per sopravvivere deve accontentarsi di ciò che trova in giro, di ripararsi in posti di fortuna, di andare avanti continuamente in una perenne battaglia per restare in vita, tuttavia, a differenza della nostra immagine di primitività dove l’uomo è raccoglitore e cacciatore ed è perfettamente inserito nell’ambiente naturale e nel suo ciclo vitale, nel romanzo di McCarthy la natura non ha più nulla da offrire, non ci sono piante, ne grotte dove ripararsi, non ci sono animali da cacciare, ci sono solo i resti di una vita lontana ormai in deperimento. I due protagonisti si riparano sotto un telo di plastica, si portano dietro un carrello di cianfrusaglie e di cibo in scatola, l’unico nutrimento che sembra essersi salvato dalla distruzione. Tutto il mondo delineato da McCarthy sembra essere una grande discarica, perfino il mare, raggiunto dai due protagonisti nell’ultima parte del romanzo, si presenta come una distesa scura e fredda dove sopravvive solo un relitto arrugginito e mal messo. 






In un immaginario simile non trova posto la speranza, né l’immaginazione di un futuro migliore. Scorrendo le pagine del libro sembra proprio non avere nemmeno senso pensare ad una via di uscita, ad una svolta che possa far uscire i due protagonisti e l’umanità da quella arida distesa di cenere che è il mondo. L’immaginazione sul futuro e i suoi rischi, che nel pensiero di Beck deve essere l’input per la presa di coscienza del singolo e per la formazione di una comunità di pericolo globale, in McCarthy manca del tutto, non c’è futuro a guidare le azioni dei due protagonisti né immaginazione a figurare i rischi del domani, c’è solo l’autoconservazione presente, la ripetitività del passo lento su una lingua d’asfalto che conduce ad una meta senza nessun significato. Quel mare che dovrebbe simboleggiare la via per un posto migliore e lontano,  in realtà è soltanto una massa oscura, fredda e insormontabile.
L’immagine del mondo che emerge da “La Strada” è qualcosa di quasi surreale, rappresenta la nostra paura più estrema rispetto al nostro futuro. Leggendo il romanzo è difficile credere che la nostra vita possa davvero trasformarsi in un tenebroso vagabondaggio tra cenere, macerie e pioggia gelida, tuttavia la scena risulta così forte e opprimente nella sua ripetitività da smuovere, a mio parere, un sentimento di angoscia che ci fa riflettere sul valore della nostra vita e sull’importanza di preservare il nostro pianeta.




Se l’analisi di sociologi o filosofi come Beck o Benjamin cercano di analizzare la realtà e la storia razionalmente e di mettere in luce buoni argomenti per cui è necessario un cambio di rotta, l’arte con le sue tinte forti e le sue potenti immagini fa presa sul nostro lato emotivo, smuove i nostri sentimenti e fa emergere le nostre paure. Anche questo, a mio parere, può essere un input forte alla riflessione e all’azione. Non a caso Benjamin per esprimere il suo concetto di storia come un’immensa catastrofe parte proprio dal gioco immaginativo con un piccolo quadretto di Paul Klee dal quale egli non si è mai separato. Sono tanti gli spunti che l’arte offre sul tema del rapporto dell’uomo con la catastrofe, nel mio caso particolare la lettura del romanzo di McCarthy mi ha rimandato ad una interpretazione cinematografica che rappresenta la catastrofe in modo sicuramente molto differente da quella presentata dallo scrittore statunitense, ma che può, a mio parere, dare buoni spunti di confronto. Mi sto riferendo al film “ Melancholia” di Lars Von Trier.
Nell’opera di Von Trier il tema centrale è il rapporto tra due sorelle Justine e Claire, sullo sfondo di un imminente catastrofe planetaria dovuta all’impatto con la terra di un pianeta azzurro e bellissimo di nome Melancholia. Il film, oltre ad analizzare la complicata relazione tra le sorelle e a mettere in luce una profondissima analisi psicologica dei personaggi, ci mostra a fronte delle differenze caratteriali, di vita e di aspettative delle due sorelle, il diverso stato di attesa e reazione alla catastrofe imminente. Justine, sprofondata in una terribile depressione catatonica la sera del suo stesso matrimonio non chiede più nulla alla vita, è priva di ogni tipo di aspettativa o speranza, niente la soddisfa e dopo aver tradito e lasciato il suo novello sposo, arriva a dipendere totalmente dalla sorella Claire costretta ad accudirla ed aiutarla per ogni cosa. Claire invece vive una vita “normale”, ha un marito e un figlio di nome Leo. Nel frattempo, come già accennato, il cielo che sovrasta i nostri personaggi diventa il teatro di una possibile irreversibile catastrofe che segnerebbe la fine del mondo. Un pianeta, Melancholia, dopo aver offuscato la stella Antares si sta avvicinando alla terra minacciosamente, secondo il marito di Claire, esperto di astronomia, le probabilità che l’impatto si verifichi sono scarse, tuttavia strani fenomeni atmosferici e strani comportamenti negli animali (i cavalli si imbizzarriscono apparentemente senza motivo) fanno presagire che non sia così. Il pianeta infatti si avvicina sempre di più e ora è la sorella “forte”, Claire, a soffrire di crisi depressive ed è invece Justine ad affrontare la catastrofe imminente con più tranquillità e sicurezza. La situazione via via che il pianeta si avvicina sale in un climax di tensione, il marito di Claire, capito ormai il destino della terra, si suicida lasciando la moglie, Justine e il piccolo Leo soli ad affrontare l’impatto. Justine è ora la forte del gruppo, colei che era troppo “ debole” per la vita diventa ora, nella catastrofe, la più forte. L’impatto è imminente, Justine decide quindi di costruire un rifugio immaginario, una piccola capanna di legno, con il nipotino Leo. I tre personaggi entrano nella “ grotta magica” si tengono per mano aspettando l’impatto tutti e tre assieme in un’immagine ormai mistica (o messianica) di attesa. Melancholia colpisce la terra in un esplosione che riempie completamente lo schermo.





Quello che si può ricavare di utile per la nostra riflessione dal film di Von Trier sono soprattutto i temi dell’immaginazione e della solidarietà già presenti in qualche modo sia in Beck che in McCarthy.
Justine, come i due protagonisti di Mc Carthy, sembra non avere speranze, non c’è un futuro davanti a lei. La depressione la pervade a tal punto da vivere ormai in una monotonia quasi irrazionale, non progetta, non immagina perché non ne ha bisogno. Non c’è futuro e quindi non c’è nulla da immaginare. Proprio per questo nel momento della catastrofe è lei quella più forte, in quanto l’ha già accettata da tempo. Claire al contrario è immersa nella sua vita, per lei l’impatto di Melancholia è la distruzione di tutte le sue speranze, di tutti i suoi progetti, ella vorrebbe fare qualcosa ma si sente impotente, vorrebbe reagire in qualche modo, ma la distruzione è inevitabile perché ormai è in atto. Questo può rimandarci a Beck e alla natura intermedia tra sicurezza e distruzione del rischio. Proprio perché il rischio è ancora “virtuale” e non è ancora in atto può essere l’input per l’azione e deve esserlo. Si può agire nella previsione di una catastrofe che si potrebbe evitare mentre, come ci insegnano Melancholia e La Strada, non sembra esserci futuro nel disastro totale in atto.
L’altro tema, come accennato, è quello della solidarietà. I personaggi di Von Trier si riuniscono insieme sotto un riparo, che se pur fittizio, simboleggia quel bisogno di sicurezza comune e quella necessità di affrontare insieme la catastrofe. Questo, ovviamente, può rimandarci ancora a Beck e alla necessità di formare una comunità globale di pericolo che possa con un sincero sforzo sinergico affrontare e vivere il rischio con nuova coscienza.





sabato 22 giugno 2013

Blankets

Blankets: una storia di ossessione e liberazione



Era un martedì, un pò prima delle otto di mattina, quando finii di leggere Blankets. Iniziai a leggere questo volumone da quasi 600 pagine la sera prima e, al risveglio, il mio primo pensiero fu quello di arrivare sul treno in direzione Milano, mettermi comodo e finirne la lettura.
Ero seduto vicino al finestrino, nella seconda classe di un regionale veloce, nelle mie orecchie suonava "The heart is not a cold death place" e fuori il sole inondava i campi della già afosa pianura padana, mentre il calore riflesso dal vetro mi solleticava le braccia. Esistevo solo io, la musica e quel tripudio di immagine meravigliose che le mie mani quasi tremanti facevano correre sotto i polpastrelli.
La prima cosa che pensai quando chiusi il libro e appoggiai attonito la fronte al finestrino fu: "questa è senz'altro una delle cose più belle che ho mai letto". La seconda invece fu: "se mai decidessi di far scrivere a qualcuno, che non sia io, una biografia illustrata delle mia non troppo eccitante vita chiamerei Craig Thompson".
Blankets è un'opera che ti scalda il cuore, fino quasi a farti male.
Nel raccontare la sua storia l'autore tesse una tela di ricordi e immagini che non ti da scampo, ti costringe ad immedesimarti e a partecipare con tutta la tua carica emotiva, come se quel racconto che si dispiega inesorabile davanti ai nostri occhi uscisse immediatamente dalla dimensione personale per assumere una portata esistenziale universale.
Di Blankets si potrebbero dire un mucchio di cose, infatti è ormai riconosciuto da critica e pubblico come una delle pietre miliari della graphic novel e del romanzo di formazione e la qualità del prodotto non è di certo in discussione. Non posso quindi dire che l'effetto che mi ha suscitato è stato del tutto sorprendente  Mi aspettavo di avere a che fare con un capolavoro e le attese non sono state contraddette  Quello che invece non mi aspettavo è il fatto che mi entrasse dentro così tanto e così violentemente.
La mia vita è stata spesso caratterizzata da ossessioni di diverso tipo. In generale, ho sempre avuto una certa maniacale tendenza alla ricerca di una verità non data, alla presa di coscienza ( se mai sia possibile) di ciò che effettivamente sono (ammesso che si possa parlare almeno di un numero finito XD) e al tentativo di trovare e alimentare qualcosa che possa dare un senso all'esistenza dove riporre tutto quel "valore" che dovrebbe esserci, ma sembra perdersi o, addirittura, non esserci in tanti sinceri tentativi di azione e produzione della nostra esistenza. In Blankets ho trovato dispiegate queste stesse tensioni, questa spinta ad una liberazione e redenzione che sembra sempre così lontana, come una luce alla fine di una buia e contorta caverna.
Fin dalle prime pagine, Craig, vera trasposizione grafica dell'autore, sembra essere afflitto da un senso di costrizione e ossessione. Il protagonista pare obbligato ad andare costantemente oltre la realtà per trovare un senso di pace e libertà. E' continuamente in fuga da se stesso e dal mondo.
Questa prigionia dell'anima è ben esemplificata dagli episodi di vita quotidiana che l'autore ci riporta, fin dai primi ricordi d'infanzia.
La scomodità del letto diviso con il fratellino Phil e lo sgabuzzino dove entrambi, a turno, venivano rinchiusi in punizione dal padre, non sono solo due spiacevoli ricordi della fanciullezza, ma sono alcuni tra i primi simboli di un senso di oppressione che, pur cambiando nelle sue forme e incarnazioni, accompagnerà Craig per tutta la narrazione.
Già da bambino l'autore/protagonista è continuamente in ricerca di modi per sfuggire dalla realtà, primo fra tutti il sonno. Il rifugio nel sogno, dimensione onirica e fluttuante, contrapposta alla durezza e intransigenza della reale (fin dalle prime battute del romanzo si può percepire il fondamentalismo etico-religioso della famiglia di Craig), è una delle prime strade intraprese da Craig per estrinsecarsi dal suo corpo e farsi più leggero. L'altro mezzo usato è sicuramente la fantasia. Il bambino fantastica spesso sui modi per scappare da casa e trovarsi in luoghi lontani."Da piccolo ero certo che quello fosse il posto peggiore in cui vivere e che DOVEVA esserci qualcosa di meglio", questa frase e il suo "doveva", esprimono ottimamente la portata necessaria della ricerca di qualcosa di diverso da parte del protagonista. Il sogno viene rappresentato come una via di fuga "più facile" rispetto al gioco di fantasia che costringe a fare uno sforzo attivo per estraniarsi dal mondo, invece di subire passivamente il carosello di immagini come nella dimensione notturna.
Un altro elemento che fa subito capolino nella vicenda e si inserisce a pieno titolo nello stesso filone tematico della liberazione dalla costrizione del reale, così come il sogno e la fantasia, è la passione per il disegno.
Per Craig è un modo per creare mondi nuovi dove rifugiarsi e sentirsi protetto.
Phil tramite l'atto artistico diventa un compagno fedele della costante propulsione evasiva di Craig e in questo primo spaccato di infanzia, il loro rapporto viene a tratti rappresentato come fantasiosamente empatico. E' come se la relazione con il fratello prenda corpo più in un mondo parallelo a quello reale che nella normale vita quotidiana. "Quando disegnavamo allo stesso foglio mi sentivo davvero vicino a Phil", questa frase è emblematica. Il foglio bianco è un nuovo spazio, vergine e tutto in potenza nei suoi possibili significati. Esso ospita regole differenti, proporzioni differenti e, soprattutto, libertà di espressione differenti. Phil e Craig disegnando insieme si incontrano in questo universo fantastico che isola il loro legame da tutto il resto.
L'asse interpretativo dell'opera, che sto evidenziando in questa analisi, caratterizzato dal tema del costante rapporto tra forze costrittive e spinte di sublimazione e liberazione non può che essere rafforzato dall'incontro e l'atteggiamento di Craig con la fede cristiana. Il protagonista cresce, dalla sua tarda fanciullezza, passando poi alla  pre-adolescenza e alla adolescenza, con l'idea del paradiso cristiano come reale opportunità di ottenere la salvezza e sbarcare finalmente in un altro mondo, un "mondo eterno" che avrebbe lavato via "la sua infelicità terrena". La ricerca di quel QUALCOSA di meglio che DOVEVA esserci, passa il testimone dal sogno, la fantasia e l'arte alla fede religiosa.
Sembra che Craig in ogni fase della sua vita sia continuamente portato ad instaurare legami fortissimi con qualcosa per poi vivere questa relazione ossessiva come base per aprire una realtà alternativa che gli faccia dimenticare quella in cui vive.
Sognare e disegnare erano le chiavi al mondo ultraterreno della sua infanzia. L'incontro con la fede porta il protagonista a volersi sbarazzare di tutto il mondo della fanciullezza che ora viene visto come fonte di perdizione e tentazione rispetto all'unica strada possibile per raggiungere la verità e la salvezza, ovvero la parola di dio. Craig brucerà tutti i suoi disegni fatti da bambino.
La ricerca di una liberazione dalle catene della condizione terrena è una vera ossessione. Il fanatismo religioso del ragazzo si dispiega su strade intimiste e personali. Bisogna a tal proposito ricordare che i genitori di Craig sono " Cristiani Rinati", ovvero fondamentalisti protestanti che hanno scoperto la fede in età adulta tramite un esperienza personale trascendente. Questo approccio alla spiritualità è sicuramente importante per capire l'idea di fede propria di Craig, si percepisce infatti una grande attenzione per il contatto diretto con le scritture e l'importanza delle opere per guadagnarsi la salvezza eterna. Ancora una volta, come lo era stato con il sogno, la fantasia e il disegno insieme al fratello, Craig cerca un rapporto personale che trovi il suo significato fuori dalle leggi del mondo e dell'uomo.
In vari punti dell'opera si vedrà come Craig si senta a disagio e spesso rifiuti di partecipare ai riti religiosi di massa e, più in generale, a quelli "sociali" come feste o ritrovi comuni e familiari. Nel protagonista è sempre presente una volontà di dare valore alla propria vita rendendola speciale, abbracciandola nella dimensione quasi mistica di un legame interiore con un oggetto perfetto a cui tendere.
Proprio questo ultimo tema è esemplificato a pieno da quello che probabilmente è il fulcro narrativo più toccante e commovente dell'opera, ovvero la storia d'amore tra Craig e Raina. Craig conosce Raina ad un campo "ricreativo-religioso" invernale. Raina è una ragazza carina, semplice e un pò anticonformista e tra loro c'è subito feeling. Il contesto religioso del campo invernale è significativo: si avverte subito una sorta di contrasto tra la fede incondizionata di Craig e l'attrazione sentimentale e pulsionale che lo avvicina sempre più a Raina. Per Craig è come avere due motori immobili ideali, che sembrano governare le sue azioni teleologicamente.
Nel rapporto con Raina, Carig riscopre se stesso, il suo corpo e la dimensione terrena che si era sforzato di dimenticare fin dall'infanzia. La ragazza è qualcosa di perfetto hai suoi occhi, è un dono divino che si fa carne. Raina diventerà la nuova musa di Craig. Il disegno, che non lo ha mai abbandonato, tenderà ora ad una nuova dimensione aspirazionale, tutta terrena e trascendente allo stesso tempo. L'amore tra Craig e Raina può essere guardato come una sorta di modello di cosa vuol dire innamorarsi per la prima volta, è un insieme di continui sguardi, di parole sussurrate  di gesti incerti e traballanti. Thompson ci fa rivivere qualcosa che ci sembra di aver provato, anche se magari non sappiamo spiegarlo, anche se non sapremmo descriverlo, anche se forse ci sembrava di averlo dimenticato.




Non è sbagliato, a mio parere, vedere questo amore così ingenuo, intenso, semplice e adolescenziale come una sorta di rapporto mistico-religioso. Craig cerca una continua estasi, vuole che il suo rapporto con Raina sia la cosa più speciale dell'universo, vuole che quell'amore sia sacro. Anche all'interno di questa nuova dimensione ralazionale il protagonista dimostra la sua tendenza ad evitare la massa, a crearsi una nicchia vitale quasi surreale, che trova nel sentimento per Raina il soffio che la muove e l'alimenta.
La relazione con Raina non è, tuttavia, solo l'ennesima tappa di una tendenza all'estraneazione che diventa ossessione sublimata, deve essere invece visto, come ho già accennato, come il punto di partenza per una nuova presa di coscienza sul reale e sulla dimensione terrena da parte del protagonista.
Craig dopo aver conosciuto Raina al campo invernale, passerà da lei due settimane, dove il loro rapporto si approfondirà, esplorerà la quotidianità e avvicinerà le loro vite fino a  fondersi l'una nell'altra. Questo li farà riflettere su quel fenomeno "tutto di pancia" che è il primo amore, ma li porterà anche a scorgere i fantasmi del futuro, della crescita inesorabile e dell'età adulta. Ci saranno attimi di dolce incertezza, ricchi di fragili silenzi riempiti, come dice Sofri nella sua prefazione, "dai pensieri dei protagonisti e da quelli dei lettori".
La neve che cade incessante come una benedizione sui due innamorati, coprirà tutto il paesaggio, un Michigan freddo, candito e ovattato.
Intorno ai due personaggi e alla loro bolla esistenziale fatta di parole, disegni, baci leggeri, abbracci e camminate nella neve, si muove tutto un mondo di persone e situazioni che sembrano soltanto toccarli limitatamente.
Sullo sfondo della relazione tra i 2 si intravede infatti la crisi matrimoniale dei genitori di Raina, la difficile situazione dei suoi fratelli adottivi e poi tutto l'universo culturale giovanile americano dei primi anni 90' (non a caso nella camera di Raina si intravedono i poster di Kurt Cobain, Pj Arvey, Jane's Addiction e sia i vestiti che alcune battute dei personaggi richiamano l'atmosfera Grunge tipica di quegli anni).
Questa vacanza può essere intesa come lo sviluppo massimo dell'estasi e del dolore di un'ossessione, quella religiosa e quella amorosa, che in entrambi i suoi aspetti ci fa intravedere la strada della sua evaporazione. Le pulsioni carnali sembrano allontanare Craig dall'ideale incorporeo della fede religiosa, ma nello stesso tempo la quotidianità del rapporto con Raina rende già visibili alcuni momenti di distanza tra i due, piccole avvisaglie di una vicinanza che tenderà  con il tempo a diminuire per poi scomparire definitivamente.
Dopo la vacanza infatti il rapporto con Raina si fa difficile, il sentimento che sembrava così intenso sembra affievolirsi giorno per giorno. Il telefono diventa il canale in cui il nostro protagonista si rifugia nel tentativo di ritrovare quella intimità, sicurezza e libertà che è stata sempre l'oggetto fondamentale della sua continua ricerca esistenziale.
In Craig si fa piano piano strada la consapevolezza di una illusione, come un insieme di ombre che è stato costretto a contemplare sostituendole da sempre alla realtà.
Qui Thompson da, a mio parere, il meglio di se intervallando le immagini relative alle conversazioni telefoniche sempre più rade tra Craig e Raina, ad una splendida trasposizione grafica del mito della caverna di Platone. In questo modo l'autore ci pone di fronte, in modo suggestivo ed emozionante, al faticoso percorso che bisogna affrontare per smantellare i feticci che oscurano la nostra percezione del reale, fino a raggiungere il "sole", simbolo della verità e di una nuova coscienza quotidiana. Questa sequenza è in un certo modo riassuntiva di tutta la vicenda. La caverna è la prigione di ossessioni dove Craig è stato rinchiuso fin dalla nascita, le ombre, invece, possono essere considerate le sue costruzioni fantasiose e illusorie, ma nello stesso tempo anche le sue idealizzazioni della salvezza cristiana e del suo rapporto con Raina, che ha costantemente cercato di sostituire ad una realtà che non era in grado di affrontare.
L'uscita dalla caverna indica la rottura definitiva con il passato, è l'emblema della liberazione e redenzione di un ragazzo che è cresciuto e che ora si affaccia all'età adulta con occhi nuovi. Così come aveva fatto precedentemente con i disegni di infanzia, simbolo di perdizione e allontanamento dai "veri valori" umani e divini, ora Craig brucia in un fuoco purificatore tutti i regali di Raina. E' un addio definitivo.
Nel solco della stessa presa di consapevolezza e uscita dalle illusioni giovanili è da vedersi la crescita del dubbio riguardante le sacre scritture e la successiva messa in discussione e perdita della propria fede.
L'incapacità di accettare l'incertezza e la possibilità di interpretazione e modificazione del tutto umane nella trasposizione della parola di dio, mette Craig di fronte al dilemma della religione come costruzione e proiezione di un bisogno di salvezza ultraterrena che è una necessità del tutto umana e ben poco divina.
La verità divina rivelata viene intaccata dall'azione dell'uomo, la sua eternità e certezza postulata si confronta con la relatività e caducità del linguaggio e dell'esegesi. Questo è inaccettabile per il protagonista, che si rende conto di non poter più affidarsi ciecamente ne alla religione ne all'immagine ultraterrena, come dispensatrici di verità e felicità terrena.
L'approdo all'età adulta è per Craig l'accettazione della necessaria incertezza della vita, "Mi piacciono gli "oppure" sono rassicuranti", penserà riprendendo in mano la bibbia in una delle ultime battute del racconto.
Craig può ora venire a patti con se stesso, con i propri ricordi e la realtà che lo circonda provando gusto ad osservarla, plasmarla e modificarla, un pò come imprimere una serie di impronte sulla neve che per poco segnano i nostri movimenti e la nostra direzione, prima di scomparire sotto le dinamiche e le forze dell'esistenza, lasciando una traccia appena abbozzata del nostro passaggio, ma priva di costrizioni e pronta per scomparire del tutto o essere di nuovo cambiata. Così finisce questo fantastico romanzo, con Craig che affonda i suoi passi nella neve, in un bianco infinito e a noi sembra di essere lì, ad avanzare insieme a lui.