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lunedì 6 ottobre 2014

Solanin




La difficoltà di diventare adulti (e di provare ad essere felici)



Ho iniziato ad appassionarmi ai fumetti alle scuole medie e ho iniziato con i manga. Mi piacevano Dragon Ball e i cartoni giapponesi e perciò iniziai la mia  avventura nel mondo delle nuvolette cartacee facendo scorpacciate di quei libretti in bianco e nero dalle figure squadrate, che i miei genitori si ostinavano a guardare con sospetto, soprattutto perché si leggevano al contrario. Ricordo che a quel tempo schifavo i fumetti occidentali perché non mi stavano particolarmente simpatici i supereroi, li trovavo noiosi e perciò la scelta era obbligata: il Giappone. Posso dire che tutto partì da lì, dal Giappone, da quel mondo lontano che trasudava da ogni immagine che passava sotto le mie dita e davanti ai miei occhi.
Con il passare del tempo il mio pensiero è cambiato. Ora mi piace il fumetto occidentale. Ho imparato che i supereroi sono solo una minima parte della sua produzione e che, anche all’interno dello stesso genere supereroistico, si trovano opere meravigliose. Tuttavia i manga rimangono il mio primo amore e non ho mai smesso di leggerli. Ci sono tantissimi manga che ho amato e un numero considerevole di autori che apprezzo, primi fra tutti, Osamu Tezuka, Jiro Taniguchi, Naoki Urasawa, Hideo Yamamoto e Tsutomu Nihei, ma ce ne è uno che forse sento più vicino di ogni altro. Mi riferisco ad Inio Asano, classe 1980.
Inio Asano è l’ esponente di punta della new wave del fumetto nipponico. Di lui ho letto varie opere, tra cui: "What a wonderfull world!", "Il campo dell'arcobaleno", alcuni numeri di "Buonanotte Pun Pun" e "La città della luce". Proprio quest’ultimo volume, uscito nel 2005 in Giappone e arrivato in Italia nel 2007 grazie alla collana Manga San della Kappa edizioni, è il primo manga di Asano che ho avuto il piacere di leggere. Il suo stile di disegno e di narrazione mi hanno immediatamente colpito e mi hanno spinto ad approfondire la sua produzione, portandomi ad acquistare gli altri volumi pieno di grandi aspettative che, fino ad ora, sono sempre state appagate.
In questo articolo andrò dunque a parlare dell’ultimo manga di Asano che ho letto, ovvero Solanin. L’opera in questione, arrivata in Italia nel 2005, insieme al già citato “What a wonderfull world!”, è stata da subito apprezzata sia dal pubblico che dalla critica, arrivando, in seguito,  a ricevere una nomination agli Eisner Awards nel 2009 e a diventare un film per il grande schermo nel 2010. Già da questi primi dati iniziali si potrebbe intuire la qualità di questa lettura e il proseguire del mio umile commento non farà altro che rafforzare il giudizio positivo nei suoi confronti.



Solanin è la storia di due ragazzi, Meiko e Naruo (Taneda), che, finita da due anni l’università, si trovano a dover fronteggiare la vita da adulti con tutti i suoi problemi, le sue incertezze e le sue paure. I due, impegnati in una relazione da ormai sei anni, convivono in un piccolo appartamento di Tokio cercando di sbarcare il lunario come possono, provando a non pensare troppo al futuro e facendosi forza con l’affetto del loro rapporto. Naruo è la figura che,  dapprima, ci sembra essere più sognatrice e immatura tra i due. Egli, infatti, ha un lavoro part-time come illustratore per una rivista e nel tempo libero suona in una rock band con i suoi vecchi amici di università. La sua mentalità non pare essere troppo cambiata da quando era uno studente e Naruo non può che sentire i nuovi pesi, esistenziali e pratici, che porta con se il passaggio all’età adulta: la necessità di imboccare un progetto di vita sempre più definito e di raggiungere una vera autosufficienza economica.
Meiko, invece, a differenza di Naruo, sembra già essere più responsabile. La ragazza lavora come impiegata a tempo pieno in un’azienda e, nonostante il lavoro non le piaccia, cerca di tenere duro al fine di mantenersi e poter così rimanere a vivere a Tokio con il suo ragazzo. Questo precario equilibrio crollerà quando Meiko, decidendo di seguire il suo cuore piuttosto che la sua testa, sceglierà di licenziarsi.
L’evento segnerà profondamente la relazione tra i due ragazzi che si troveranno, per la prima volta, a doversi davvero confrontare con l’età adulta e con le conseguenze delle proprie scelte, sia nell’ottica del presente che in quella futura. Meiko compie la sua decisione nel tentativo di ritrovare una libertà che ormai gli mancava da troppo tempo, ma questa sensazione liberatoria dura molto poco, lasciando ben presto spazio alla noia e alla paura per quello che verrà. Naruo, al contrario, data la nuova situazione creatasi, è portato ad una maggiore responsabilità che, piano piano, sembra traghettarlo da una visione esistenziale legata ancora al mondo della giovinezza ad una condizione di maggior maturità. Tuttavia, proprio quando i ruoli tra i due paiono essersi invertiti, Naruo, spinto dalla stessa Meiko, decide anch’egli di licenziarsi e di seguire a tempo pieno il sogno di fare musica. Un reset totale, un colpo di spugna per riflettere sulle proprie aspirazioni, sulla natura del proprio rapporto, su ciò che è importante e ciò che è tralasciabile. 



Quello che Asano ci mostra immediatamente, come in molti altri  suoi lavori, è la forza prorompente e ineludibile dell’aspirazione ad essere felice che accompagna ogni animo umano, soprattutto nella giovinezza. E’ proprio su questa questione che si giocherà la partita tra Meiko e Naruo che, senza svelare di più sull’intreccio, sarà un delicatissimo e commovente affresco esistenziale, un ritratto generazionale ed epocale che non potrà lasciare indifferente ogni lettore che accetterà di farsi trascinare nei panni dei suoi protagonisti.
Inio Asano, con Solanin, si dimostra forse ai massimi livelli all’interno della sua produzione, ponendosi, ancora una volta, come uno straordinario narratore della società giapponese e della liquidità post-moderna del nostro presente. I suoi personaggi, continuamente “in ricerca”, sballottati tra quelli che uno scrittore come Douglas Coupland chiamerebbe “McJob”, vivendo perciò come “freeter”, senza un progetto di vita sicuro, sono l’emblema di una generazione spesso sovra-istruita, forzata ad essere perennemente giovane, cresciuta nel mito utopico della libertà e trovatasi di colpo a doverne sopportare il terribile peso. E’ all’interno di questa insicurezza che sembra pervadere ogni cosa, che affiorano con forza i sentimenti e l’importanza delle relazioni.  Gli slanci di emotività e gli affetti, infatti, finiscono per ergersi ad unica e timida bussola nel mare di nebbia della post-modernità, condizionando le scelte e tracciando i percorsi che ogni protagonista di Solanin, così come capita spesso alle persone nella vita comune, cerca di intraprendere nella speranza di trovare, finalmente, la chiave per essere felice.


Passando ora all’aspetto prettamente grafico, posso dire che Solanin mette in mostra tutta la bravura nel disegno e nella composizione delle tavole tipica di Inio Asano. Il tratto dell’autore è estremamente pulito e realistico, ogni personaggio è caratterizzato in maniera precisa e accurata e gli ambienti brulicano di particolari. Asano riesce ad adattare ottimamente il suo stile ad ogni tipo di situazione, passando dai momenti più concitati a quelli più riflessivi con estrema fluidità. Le inquadrature e le scelte compositive sono di taglio fortemente cinematografico e riescono ad essere sempre espressive ed efficaci, pur non perdendo mai funzionalità per la narrazione.
In conclusione, Solanin è un must per tutti gli amanti di Inio Asano, ma anche per tutti quelli che vogliono leggere un manga di qualità, complesso e stratificato nelle tematiche e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi, ma anche dotato di estrema fluidità nella narrazione e di gradi capacità di intrattenimento. Insomma, un’opera che saprà coinvolgervi, intrattenervi e, sicuramente, emozionarvi.


venerdì 4 luglio 2014

Uchu e Kyodai-Fratelli nello spazio



Il legame tra fratelli è un tema che accompagna la storia della cultura umana fin dagli albori dei tempi. Il rapporto di fratellanza è sicuramente uno dei legami di sangue più forte e sentito, come dimostrato anche dalla sua trasposizione metaforica a proposito degli amici più vicini. Diciamo che sono come fratelli, per dire che il nostro legame con loro è così forte come se fosse di sangue. Essere fratelli sembra implicare una sorta di vicinanza, lealtà e capacità di comprensione così radicate che, quando tutto ciò viene meno, è come se ci trovassimo sempre dentro ad una piccola tragedia sociale, qualcosa che va contro la natura delle cose. Non c'è niente di peggio di un litigio, di un tradimento o di un allontamento tra fratelli.
La nostra cultura è disseminata di esempi tragici da questo punto di vista, spesso dovuti alla quasi naturale sete di confronto che porta con sè il rapporto di fratellanza, con la conseguente nascita di invidia o voglia di prevalicare di uno dei due fratelli. La storia biblica di Caino e Abele, su questo fronte, segna sicuramente un modello tanto estremo, quanto emblematico.
L'agonismo primordiale che sembra abitare la relazione tra due fratelli, buono o cattivo che sia, ha sfamato un gran numero di storie, essendo affrontato e interpretato praticamente in tutti i medium artistici, ponendosi sempre come un terreno fertile e complesso di riflessione.
Ho fatto questo breve preambolo per introdurre le mie considerazioni sui primi due volumi di un'opera, un manga per la precisione, che ho da poco avuto il piacere di inziare a leggere e che ci parla proprio del rapporto tra due fratelli ( e non solo). Mi sto riferendo ad "Uchu e Kyodai- Fratelli nello Spazio" di Chuya Koyama.
L'idea di partenza dell'opera di Koyama è tanto semplice quanto efficace. Siamo nel 2025 e Mutta Nanba è un trentenne menefreghista e poco motivato, che ha appena perso il lavoro. Questo evento sembra far riaffiorare in lui un sogno che coltiva fin da quando era piccolo: diventare un astronauta e andare sulla Luna. Il sogno di Mutta non si configura tuttavia come un'aspirazione personale, ma come un'implicita promessa al fratello minore Hibito, suo inseparabile compagno di vita nell'infanzia con il quale a condiviso a lungo la passione per lo spazio. Mutta, remissivo e pessimista, nel corso degli anni ha finito per accantonare il sogno di diventare astronauta, condizionato anche dallo scarso sostegno avuto dai propri genitori. Ironia della sorte se lui, fratello maggiore, ha finito per abbandonare il suo sogno di bambino, Hibito, invece, è diventato il primo giapponese ad essere inserito in una missione lunare.Uno smacco troppo grande per Mutta che, mosso dalla competizione nei confronti del fratello minore, deciderà di riprendere in mano la propria vita e il proprio sogno, partecipando alle selezioni per diventare astronauta.





A discapito della apparente semplicità della sinossi inziale, Uchu e Kyodai si presenta da subito come un'opera estremamente originale, complessa e coinvolgente. La narrazione alterna momenti dialogici a parti riflessive in prima persona, catapultando a pieno il lettore nella vicenda e, soprattutto, facendolo immediatamente partecipare dei dubbi, delle incertezze e delle aspirazioni di Mutta. Intorno al nostro protagonista, infatti, si muove un mondo vastissimo fatto di persone, ricordi, immagini e avvenimenti che ben presto inziamo a ricostruire, plasmando nella mente il ritratto stratificato di un uomo comune, che ragiona sulla propria esistenza, sulle proprie paure e sul proprio futuro, sempre in bilico tra la voglia di rivalsa e la tentazione a mollare tutto. Lo zoom narrativo su Mutta è comunque solo una parte degli elementi presenti in Uchu e Kyodai, che si configura come un vero e proprio racconto famigliare e sociale contemporaneo. Nel corso della vicenda, infatti, si incroceranno le storie di una miriade di personaggi che, proprio come le dozzine di incontri nella nostra vita reale, così in quella fatta di china e carta dei fratelli Nanba, andranno ad arrichire e modificare il quadro esistenziale.
Una delle cose che da subito mi ha colpito di quest'opera è la capacità dell'autore di non cadere nella trappola facile della tipizzazione dei personaggi. Soprattutto quando si ha che fare con due personaggi a confronto, come due fratelli, si tende spesso a  mettere in piedi il gioco dei contrari, rischiando in questo modo di appiattirli in due figure antitetiche. In Uchu e Kyodai, invece, i due poli di confronto sembrano essere costantemente in costruzione e il lettore, così, viene trascinato in un viaggio cotinuo alla scoperta dei personaggi, provando un immenso piacere a navigare nella loro complessità psicologica, accorgendosi di trovare continuamente punti in comune e punti contrastanti. Ci si immedesima o ci si distanzia, ma non si può fare a meno di partecipare emotivamente con le vicende di ogni personaggio, anche di quelli secondari, che non sono mai mero contorno, ma risultano sempre funzionali alla caratterizzazione dei due fratelli Nanba o contribuiscono a rendere più stratificato e realisticamente complesso il coinvolgente mondo delineato da Koyama.


Un'altra cosa davvero impressionante di Uchu e Kyodai è la qualità che possiede di trasmettere l'idea di una indagine psicologica profonda e accurata, pur mantenendo una fluidità e un coinvolgimento narrativo notevolissimo. I volumi li ho letteralmente divorati e l'autore riesce ad inserire  sapienti tocchi di ironia che smorzano le parti più serie e riflessive, ma senza mai risultare fuori luogo, in un sapientissimo mix di introspezione, narrazione, tenera comicità, memoria e atmosfere sognanti.



Passando alla parte puramente grafica, il tratto di Koyama risulta sempre molto funzionale e adeguato alla narrazione, adattandosi perfettamente alla gran varietà di situazioni che il lettore si trova di fronte nel corso dell'opera. I personaggi sono caratterizzati benissimo, con grande attenzione soprattutto alle espressioni facciali che esprimono sempre al meglio il loro stato emotivo, sfociando, talvolta, anche in espressioni quasi caricaturali tipiche della tradizione orientale, ma che non risultano mai patetiche o ridicole.
Per concludere, da quello che ho potuto leggere in questi primi due volumi di Uchu e Kyodai, siamo di fronte ad un manga ampiamente sopra la media delle produzioni nipponiche che possiamo trovare sugli scaffali dei nostri negozi. Un vero e proprio capolavoro di tecnica narrativa, coinvolgimento, riflessione e intrattenimento che mi ha fatto tornare, dopo tanto tempo, alla entusiastica lettura di un manga dopo tante opere europee e americane. Consigliatissimo.



sabato 24 maggio 2014

La cronaca degli insetti umani



Al Lucca comix dello scorso anno ero stata attirata senza ben saperne il motivo, verso uno strano, enorme volume dai disegni terribilmente famigliari. La Cronaca degli Insetti Umani di Osamu Tezuka. Purtroppo me lo ero lasciata scappare, si sa non si può comprare tutto! Ma dallo scorso Novembre era diventata una sorta di fissazione, lo cercavo e speravo di imbattermi di nuovo in quella contrastante copertina nera e gialla. Finalmente in occasione del Cartoomix, a Milano, grazie alla presentazione di una nuova copertina (immagine sopra) lo ho ritrovato.

Devo essere sincera, mi ha colto del tutto impreparata. Certo avevo letto i commenti e le entusiaste recesioni su differenti affidabili blog, ma non potevo immaginare realmente cosa mi aspettasse. Questo manga è davvero un'opera unica, capace di incollarti alle pagine e contemporaneamente indurti a non voler sapere la fine, una continua speranza verso il cambiamento, la redenzione forse, che non avviene mai. Questa verità assoluta e, allo stesso tempo, drammatica lascia con un tale amaro in bocca, proprio per la sua realtà profonda. Un realismo che non stà nel disegno o nella storia in sè, ma nell'analisi dell'uomo, delle dinamiche sociali e delle relazioni. Distante ormai temporalmente da noi, ma così vicina, da non farci notare le differenze di usi e costumi che necessariamente intercorrono. 

La protagonista della narrazione è Toshiko Tomura, bella e affascinante artista, ballerina, designer, scrittrice... Ogni cosa che la donna prova a fare diventa un successo, è perfetta in tutto, la prima in ogni cosa. Il mondo le punta i riflettori addosso, come può una sola donna essere dotata di così tanti talenti? Toshiko Tomura è un'abile crisalide in continua mutazione, capace di avvicinarsi, ammaliare e affascinare i suoi simili fino a trasformarsi in essi, anzi in una versione migliorata. Una capacità mimetica unica, accostata ad una totale mancanza di scrupoli, etica e empatia. La sua vita è una continua mutazione che lascia dietro di sè numerose vittime e le carcasse svuotate di coloro che hanno avuto la sfortuna di incontrarla. 



Freddezza, complotti, cinismo e opportunismo si celano dietro quella che appare come una giovane ed innocente ragazza. Una donna disposta a tutto pur di ottenere fama e potere, niente potrebbe incarnare meglio il nostro mondo. Alla fine mi sono trovata a provare un odio sincero e profondo per la protagonista. Si tratta di un desiderio di giustizia, la speranza che alla fine una persona così, come tante di quelle che ci circondano, possa fallire, possa trovarsi di fronte alla situazione che ogni essere umano prova costantemente. La magistrale descrizione personale a tutto tondo di Toshiko Tomura che Tezuka ci offre, ci permette di non trovare scuse, di legittimare in un certo senso il nostro disprezzo, perchè dietro Toshiko Tomura non c'è nulla. Ogni attimo della sua vita passata non è altro che un bozzolo vuoto, una pelle in decoponimento da eliminare, bruciare se troppo scomoda.



lunedì 17 marzo 2014

Satoshi Kon. L’uomo dei sogni





“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare.”
Secondo Schopenhauer la differenza tra vita e sogno è, principalmente, una questione di linearità d’esperienza. Due dimensioni che si trovano profondamente a contatto, che si incrociano l’una con l’altra e sembrano afferire ad uno stesso contenuto, letto e spiegato seguendo un ordine diverso. Due facce della stessa medaglia, della stessa storia.
Seguendo l’input del filosofo tedesco non è difficile pensare alla miriade di esempi artistici, letterari e cinematografici che si sono interrogati proprio sull’ ambiguità del confine tra sogno e realtà. La sottigliezza di questo limite è qualcosa che porta quasi naturalmente alla produzione di esperimenti mentali, al ribaltamento dei punti di vista, ponendoci domande sull’effettiva possibilità di una stessa percezione “oggettiva” e “vera” del mondo. La famosa immagine di Hilary Putnam per la quale potremmo tutti essere “solo cervelli in una vasca” che sognano di vivere, l’enorme illusione di Matrix, fino ai “sogni nel sogno” del più recente Inception di Christopher Nolan, sono tutti esempi che si muovono sullo stesso incerto crinale. Ci sono dunque tantissimi autori che potrei citare su questo tema, ma ce ne è uno, in particolare, che mi ha sempre colpito per l’originalità e la profondità con la quale vi si è approcciato nei suoi lavori. Sto pensando a Satoshi Kon ( 1967-2010), straordinario fumettista e regista d’animazione giapponese, prematuramente scomparso a soli 47 anni. Nella sua tanto breve quanto folgorante carriera, Kon, ha dedicato gran parte delle sue opere, sia cartacee che cinematografiche, a vicende che hanno come tematica principale l’abbattimento della barriera tra finzione e vita reale.
Già dai manga che precedono la sua  acclamata carriera di regista, Satoshi Kon, ama giocare con le confuse delimitazioni tra mondi immaginari, illusione, sogni e realtà. Un esempio fondamentale, da questo punto di vista, risiede in Opus, miniserie pubblicata in Giappone tra il ’95 e il ’96 sulla rivista Comic Guys e approdata in Italia solo nel 2013 grazie a Planet Manga. Opus parla di Chikara Nagai, un fumettista che “cade” in una tavola del suo fumetto e finisce per vivere un’avventura ricca di tensione insieme ai personaggi da lui creati, fino ad un finale che lascia a bocca aperta. Il mondo tridimensionale si mescola con quello bidimensionale, il creatore si rivela alle sue creature, le certezze di due mondi crollano, così come i loro confini, mentre l’ esistenza di ogni personaggio  assume un valore e uno scopo differente. Come sarebbe scoprire, un giorno, di essere una creatura frutto della fantasia di un’artista? E per l’autore, come sarebbe scoprire che i personaggi da lui creati vivono, amano, odiano, soffrono e muoiono davvero? Come farebbe lui stesso ad essere sicuro di non essere solo un personaggio scaturito dalla penna di un altro disegnatore? Un rimando all’infinito. Un’eterna ghirlanda di compenetrazioni e corrispondenze. 


Questo campo aperto, che al solo pensiero sembra premere forte sulle nostre meningi facendoci vacillare, è ancora più spettacolarmente protagonista nella produzione cinematografica. Si parte dal mediometraggio Magnetic Rose(1996), diretto da Koji Morimoto e sceneggiato da Kon, in cui due astronauti, seguendo un segnale di emergenza captato dalla loro astronave, si ritrovano in un micro mondo creato dai ricordi di una misteriosa donna. Proseguendo, invece, con i film girati e sceneggiati interamente dallo stesso Satoshi Kon troviamo Perfect Blue(1997), dove la vita di un’attrice, sconvolta da alcuni avvenimenti, arriva al punto di diventare un’inquietante e instabile mix di allucinazioni e confusa realtà. Millennium Actress(2001), in cui una vecchia attrice ripercorre la propria esistenza, confondendo le sue esperienze personali alle trame di tutti i film che ha interpretato. Infine, cito il mio  film preferito del regista giapponese che, a mio parere, rappresenta anche il suo più grande lascito sul tema del sogno, il celebre Paprika- Sognando un sogno(2007). La pellicola ci racconta di un futuro dove gli psicanalisti hanno la possibilità di introdursi direttamente nei sogni dei pazienti in modo da aiutarli ad affrontare i traumi celati nel loro subconscio. Questa procedura può avvenire grazie a dispositivi chiamati Dc Mini, che vengono custoditi dagli psicanalisti con la massima attenzione. Tuttavia, un giorno, alcuni di questi dispositivi vengono rubati. Il misterioso ladro inizia a far vivere sogni ad occhi aperti alle persone. La situazione si aggrava sempre di più, fino alla creazione di “un sogno collettivo” che rischia di sostituire completamente la realtà. Paprika è un vero capolavoro, sia narrativo sia percettivo. Le atmosfere oniriche create da Kon rientrano sicuramente tra gli esempi di animazione più sconvolgente che mi sia mai capitato di vedere.


Satoshi Kon era un’artista grandioso, di cui il destino, ahimè, ci ha privato troppo presto. Ci rimangono le sue opere, che di sogni si sono alimentate e di sogni ci hanno parlato. Il meraviglioso lascito di un uomo che ha cercato, attraverso la sua arte, di comprendere la complessità e l’infinita bellezza della vita, fino all’ultimo giorno della sua esistenza e a quella semplice frase da addio sul suo sito web: «Pieno di gratitudine per tutto ciò che di buono c'è nel mondo, poso la mia penna. Con permesso. Satoshi Kon»

mercoledì 27 novembre 2013

Full Swing

Se nelle cose non ci metti la giusta energia, come in un full swing, non cambierà mai niente!



Tutto comicia con Shun, un teppista violento, giovane e sbandato. Dopo una rissa all'ospedale, scopre di avere un cancro in fase terminale. Una vita allo sbando che si prospetta di spegnersi in giovane età, senza apparentemente aver costruito nulla, senza essere arrivata in nessun dove. Ed ora sembra troppo tardi per cambiare, per dare un senso a quella esistenza alla deriva. Eppure no, non è così, questo è solo il punto di partenza. No, Full Swing non è una storia di redenzione, assolutamente no. Rappresenta una raccolta di vite, colte in quella fase più delicata, quando cercano la ragione di essere, il loro senso. La morte di Shun è solo l'inizio, il primo di una serie di personaggi, in cerca di qualcosa, di qualcuno che dia senso al loro vagare, al loro fluire nel mondo. Il fumetto si compone di 5 volumi, composti da una serie di storie autoconclusive, che vedono come protagonisti diversi giovani studenti giapponesi. Queste piccole narrazioni, pur essendo autoconclusive, si intrecciano e connettono creando un filone continuo che copre un arco temporale di un paio di anni. Durante la lettura man mano scopriamo le storie di ciascuno, ci immergiamo nella sua vita, nei suoi pensieri più reconditi e nelle sue paure. La ricerca dell'affermazione personale, in una società satura ed a volte terribilmente ingiusta, è il tema centrale che fa da sfondo a Full Swing. Tuttavia viene affrontato con grande speranza e con grande forza. Di fronte alle debolezze dei protagonisti compare una grande forza d'animo, di reazione, che rappresenta essenzialmente un inno alla vita, al vivere in modo pieno, energico per a non abbattersi di fronte alle difficoltà o ai fallimenti. 
Lo sport diventa un vero e proprio simbolo di questa lotta, non a caso il titolo Full Swing è riconducibile al baseball, perciò nella maggior parte delle storie lo troviamo protagonista. Sbirciamo nella vita di Kogure che vuole diventare pugile professionista, in quella di Onishi, stella del calcio che ha dimenticato cosa significa vivere, amare, provare emozioni ed ancora Kitahori che sogna di diventare una judoka olimpica. Ma anche nelle storie dove non domina il sogno sportivo, esso rappresenta un forte insegnamento, poichè racchiude in sè quella forza ad andare avanti oltre le sconfitte. Ci si confronta con un mondo del lavoro difficile in cui si viene letteralmente gettati dopo gli studi universitari, ma anche con la difficoltà di scegliere il proprio percorso. I test d'ingresso rappresentano una forte barriera anche dal punto di vista psicologico oltre che una difficoltà reale. Asumi ha risultati fantastici ai test preparatori, ma non riesce a superare l'esame di ammissione, il suo è un blocco psicologico, un'incertezza di fondo che la fa scappare di fronte all'inizio di una nuova avventura. Hiro ha passato il test d'ingresso, ma non riesce a sostenere il carico di studio e questo lo ha portato ad una tale depressione da arrivare a distruggere la propria stessa esistenza ed i rapporti che aveva instaurato fino a quel momento.
Alcune storie toccano invece temi scottanti della società contemporanea come la necessità di mantenersi in qualsiasi modo, fino ad arrivare a prostituirsi. Il trauma dello stupro e la paura di non sentirsi mai al sicuro. Superare la morte di chi ci è caro per andare avanti. Le difficoltà famigliari consecutive ad un divorzio e la paura a rimettersi in gioco.
Il fumetto di Buronson è tutto questo e molto altro, non voglio certo svelarne tutti i particolari, è un universo di personaggi che delineano un panorama contemporaneo, una generazione che si immette in un mondo difficile, a volte non disposto ad accoglierla, ma che lotta con energia per ottenere il proprio Full Swing.

giovedì 7 novembre 2013

Lucca Comix and Games 2013


Durante lo scorso weekend anche noi del team di PhilArtDesign ci siamo recati a Lucca per l'annuale incontro con il mondo dei Comics and Games. Eravamo già stati a Lucca qualche anno fà e ne eravamo rimasti estasiati, ma sicuramente l'evento di quest'anno è andato oltre ogni nostra aspettativa. Purtroppo, essendo andati sabato, la pioggia ha reso in alcuni momenti un pò difficile il nostro percorso, si sa, il binomio folla e pioggia a catinelle non è mai una buona cosa. Tuttavia avevamo tutte le migliori intenzioni per riuscire nell'impresa di girare il più possibile durante la giornata e nulla avrebbe potuto scoraggiarci! Abbiamo inoltre avuto il piacere di incontrare Dario del blog La Firma Cangiante in compagnia dell'amico Luca. Questo incontro ci ha fatto davvero piacere ed abbiamo subito potuto scambiarci qualche opinione sul festival e un pò consigli su cosa vedere. L'unico nostro rammarico è di non aver trovato la self area, ci sarebbe piaciuto fare un giretto a curiosare anche li!



Nonostante il tempo capriccioso a singhiozzo, Lucca era popolata da una miriade di fantastici cosplayer, ci sentivamo davvero in un videogioco dove i più svariati immaginari fantasy, tecnologici, classici, surrealisti e chi più ne ha più ne metta si fondevano intorno a noi. Non abbiamo quindi mancato di selezionare i nostri cosplayer preferiti. Abbiamo trovato formidabile l'idea di due ragazzi vestiti da Barbie sposa e Ken, i quali non si sono limitati nella riporoduzione delle due bambole ma hanno realizzato anche le tipiche scatole rosa effetto vetrina. Un'idea che ci è sembrata davvero originale e ben riuscita. Altro gruppo che attirato la nostra attenzione sotto il palco vicino alla piazza dei cosplayer era costituito da alcuni personaggi tratti da Il Castello errante di Howl, in particolare il castello stesso riprodotto in un fantastico copricato al di sotto del quale il vestito riportava il paesaggio. Questi personaggi erano vicini alla ricostruzione del carro da parata tratto dal film Paprika, abbiamo veramente apprezzato questa scelta ed era molto ben realizzato. 



Durante la nostra visita al Japan Palace, ricettacolo di gadget fantastici, esemplari modellini e naturalmente coccolossissimi peluche, ma non solo, abbiamo potuto ammirare due carellate di opere di due differenti artisti: il fotografo giapponese Naoya Yamaguchi e Yoshiyasu Tamura. Queste opere ci hanno veramente colpito; attraverso le foto del primo siamo potuti entrare in contatto con lo spirito nipponico, una visione simultanea di realtà estetica e mentale. Gli sguardi ed i volti ritratti sembrano indagare nel profondo i pensieri ed i sentimenti dei soggetti. Fantastica è anche la sapienza nella scelta dei colori, completamente naturali, queste foto senza l'ausilio di fotomontaggi riescono a combinare perfettamente tinte e colori solo attraverso l'occhio sapiente  del fotografo e la scelta dell'attimo perfetto.
Non abbiamo mancato di andare a vedere le mostre a palazzo Ducale, in fondo quest'anno si trattava di "Una questione di stile", quindi non potevamo certo non fare un bel giro nel mondo del fashion. La mostra Dress Code, sebbene ridotta, era ben organizzata. Abbiamo potuto ammirare la realizzazione dell'abito del simbolo scelto quest'anno per l'evento e vedere le reinterpretazioni dello stile di alcune eroine dei fumetti. Perticolarmente interessante è infatti il tentativo di immaginare cosa potrebbe indossare nella vita reale un personaggio dei fumetti, immaginare che dal mondo 2D faccia un salto, qui, in mezzo a noi. L'operazione ci è sicuramente sembrata riuscita, ci riesce sicuramente semplice pensare ad Eva Kant sulla copertine di Vogue o Fujiko in una blusa scollata e provocante! Ci è dispiaciuto non vedere simili realizzazioni per Valentina, Wonder Woman e la Donna invisibile. Questa era sicuramente la mostra principale, ma anche le altre mostre presenti erano veramente ben curate e da non perdere, come quella di Terry Moore, Giulio De Vita e dell'illustr-autrice Alemagna.



Non è logicamente mancata un'attenta visita in cerca di occasioni e numeri mancanti. Particolarmente interessante come sempre il padiglione degli editori minori. Il motivo è molto semplice, hanno una particolare attenzione verso i clienti, l'afflusso è minore e questo ci ha permesso di scovare dei piccoli gioiellini di cui andiamo veramente fieri. Anche il paglione delle maggiori case comunque non ha deluso le nostre aspettative ed in particolare la Bao Publishing è stato davvero impeccabile anche se molto complesso da raggiungere! 



Infine ci siamo concessi un giro nel mondo dei Games, preceduto da una visitina all'area dedicata all'Umbrella Corporation. Sarà che aveva appena iniziato a fare buio, aveva smesso di piovere e nell'aria c'era una pesante umidità, ma l'atmosfera era davvero perfetta. Sembrava davvero di essere in Resident Evil, ok un pò molto popolato da umani piuttosto che da zombie, ma decisamente suggestivo. Nel padiglione dei giochi non abbiamo potuto non fare un salto alla stand Play Station, premettiamo che già l'allestimento era una figata, lasciamo immaginare le immagini. Siamo inoltre ceduti all'acquisto di qualche gioco di ruolo, era davvero impossibile sfuggire data la moltitudine di proposte davvero interessanti. 
Purtroppo, o per fortuna per le nostre finanze, la giornata a Lucca è terminata, ma siamo sicuramente rimasti molto soddisfatti dell'organizzazione e poi Lucca è davvero una città stupenda, vale sempre la pena farci un salto!