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lunedì 17 marzo 2014

Da Dylan a Don Draper. I poster di Milton Glaser




Prendete uno dei più importanti grafici contemporanei, Milton Glaser, mettetelo insieme a Mad Men, una delle migliori serie tv in circolazione e agitate per bene. Il risultato di questo cocktail micidiale, manco a dirlo, non potrà che essere una locandina pubblicitaria devastante.
Ebbene si, Milton Glaser, l’inventore del logo I Love New York che spopola su milioni di magliette, del logo DC Bullet, utilizzato dalla Dc Comics dal ’77 al 2005 e dello storico poster del Greatist Hits di Bob Dylan del ’67, ha realizzato la locandina per la settima (e ultima?) serie di Mad Men, che debutterà il prossimo 13 Aprile per la rete americana AMC.
Colori acidi, linee morbide e motivi floreali. Un groviglio sinuoso di onde cromatiche che vanno a delineare un profilo greco di donna, con gli occhi chiusi, davanti ad un fluttuante bicchiere di vino. L’Art nouveau incontra l’atmosfera lisergica e psichedelica della fine degli anni sessanta. L’impatto visivo è accecante.
Sopra questo tripudio di forme e colori, nella parte alta della locandina, si staglia la scritta “Mad Men”, con il caratteristico font squadrato e la contrapposizione tra bianco e rosso. Nella parte inferiore, invece, ecco apparire l’immagine che identifica la serie: la sagoma di Don Draper, in rigoroso bianco e nero, con il braccio appoggiato allo schienale della poltrona e la mano che mollemente sostiene l’immancabile sigaretta. Un ritorno a casa. Una sicurezza per riprendersi dal trip percettivo della parte centrale.
Come nel famoso manifesto del ’67 dedicato al menestrello di Duluth, Glaser, gioca con la contrapposizione, quasi ossimorica, tra una sagoma nera, delineata solo nei suoi tratti identificativi e una matassa di colori che vanno a formare un'altra parte dell’immagine. Ecco, allora, che i ricci di Dylan diventano nuvole fantasiose, guardiani simbolici di una mente geniale e produttiva che fa da contraltare al profilo serio del cantante, rivolto verso il basso, enigmatico, come il suo contraddittorio personaggio. Allo stesso modo, Don Draper, ci da le spalle, non ci mostra il suo sguardo, vediamo solo la sua sagoma, il suo guscio nero. Tutto quello che è davanti a noi sono i mirabolanti anni ’60 di Madison Avenue e una figura scura che li attraversa, partecipandovi e, allo stesso tempo, essendone distaccato.



Guardando questa immagine a confronto con quella del ’67, ed essendo un fan sfegatato di Dylan e un buon appassionato di Mad Men, ci sono due domande simili che mi riecheggiano in testa: Chi è davvero Dylan? Chi è davvero Don Draper?. Sono convinto che questi due poster siano così efficaci percettivamente perché riescono ad  interpretare, attraverso la contrapposizione di cui ho parlato, l’ambiguità strutturale dei due personaggi in relazione alla loro manifestazione pubblica e interiore. Dylan non è un cantante folk, non è un cantante di protesta, non è una rockstar, non è un poeta, non è il portavoce di una generazione, non è sincero né falso. Non è il diavolo né l’acqua santa. E’ una voce mistica, che comprende ogni genere di contraddizione e che sguazza nell’enigmaticità della sua produzione. Allo stesso modo, Don Draper, è un personaggio travagliato, contemporaneamente simbolo di sicurezza, con la sua parlata ammagliante e il suo ruolo di pubblicitario di successo, ma nasconde in se una miriade di identità in conflitto tra loro, di dubbi e dilemmi morali. Non è l’immagine dell’uomo in carriera pienamente felice del suo successo, ma, allo stesso tempo, è la piena incarnazione pubblica di questa stessa  immagine.
Credo che rispondere alle due domande che mi sono posto sia praticamente impossibile e per fortuna che è  così. La complessità di Mad Men viene proprio dalla caratterizzazione estremamente stratificata dei suoi personaggi e la grandezza di Dylan deriva dall’impossibilità di etichettare la sua figura e la sua arte. Milton Glaser, con due semplici immagini, due poster,  è riuscito a rendere l’idea di questa complessità confermando a pieno di essere uno dei più grandi del suo campo. Se si potesse giudicare un libro dalla copertina sarei tentato di dire che l’ultima serie di Mad Men sarà stupenda, ma purtroppo, come tutti sappiamo, non è così e quindi bisognerà aspettare di vederla sperando che sia all’altezza dell’immagine che la presenta.

sabato 25 maggio 2013

The Following

The Following





"Un crime drama dove il bene è rappresentato come incerto e segnato dal passato e il male come intelligente e profondamente depravato"; così il quotidiano statunitense USA Today presenta la serie tv The Following trasmessa su Fox a partire dal 21 Gennaio 2013. A mio parere non potrebbero esserci parole più azzeccate per fornire un'idea sintetica dell'atmosfera che pervade il telefilm. Ci si trova immersi in una situazione reale, plausibile ed al tempo stesso così difficile da accettare come possibilità. 
Un'ex agente del FBI, Ryan Hardy (Kevin Bacon), ritorna in attività per seguire il caso di evasione di un serial killer, Joe Carroll (James Purefoy), arrestato 9 anni prima dallo stesso Hardy. Questo incipit potrebbe sembrare l'inizio di una saga tipica che vede un serial killer evaso da un lato ed il poliziotto buono dall'altra, ma The Following invece nasconde continui colpi di scena che coglieranno alla sprovvista lo spettatore già dalla prima puntata, fino al finale violento, sconcertante ed inaspettato. 




Personalmente alcuni elementi alla base della trama mi hanno colpito e credo risultino davvero interessanti. In primis il ruolo centrale della letteratura. Joe Carroll è un ex insegnate universitario di letteratura, uno scrittore decisamente scadente ed un appassionato di Edgar Allan Poe e sono proprio gli scritti di Poe il tema attorno al quale sembra girare tutta la vicenda nelle battute iniziali. Sottolineo all'inizio poiché le opere di Poe, sopratutto quelle riguardanti la visione della donna, il ruolo degli occhi come elemento espressivo della personalità e l'interpretazione della morte come momento necessario e liberatorio, sono alla base del modus operandi di Joe Carroll e costituiscono il messaggio di coesione della setta che egli andrà a formare, ma non vengono mai ben approfonditi. Lo spettatore infatti entra in contatto con l'interpretazione personale di Poe ad opera del serial killer. Carroll si sente vicino a questo poeta maledetto non solo dal punto di vista letterario, ma anche personale a tal punto da considerarsi un suo "erede". Il resto delle citazioni sembrano diventare un mero segno distintivo degli adepti di Joe, il collante simbolico dei followers. Tuttavia, questi individui sono legati a questo aspetto letterario solo grazie alla connessione esistente tra Joe e Poe, mentre ciò che essi "venerano" ed "amano" è la figura stessa di Carroll, un personaggio che risulta un individuo carismatico, attrattivo e fortemente persuasivo. L'universo simbolico di Poe, caro a Joe, viene svuotando divenendo per i followers il simbolo di Carroll stesso. Il meccanismo messo in gioco ricorda sicuramente quello riguardante la svastica nazista, mutuata da Hitler dalla simbologia religiosa orientale e, probabilemente indicante il disco solare, ma diventata per il suoi adepti il simbolo del nazismo e del Fuhrer stesso.




Decisamente interessante è la dicotomia tra storia e realtà che caratterizza la trama. Lo spettatore si trova a guardare le scena da un punto di vista esterno, avendo la possibilità di vedere passato, presente e futuro contemporaneamente. I due protagonisti principali vivono in un presente ben definito, tuttavia hanno un passato comune e personale decisamente oscuro, il quale affiora frequentemente attraverso flash back che si collegano e fondono al presente. Gli esempi che si possono fare a riguardo sono molteplici, già nelle prime puntate la caccia presente all'omicida evaso viene presentata di pari passo con il momento decisivo delle indagini di Ryan su Carroll 9 anni prima. Ma più interessante a questo proposito è la scelta di far divenire i due personaggi anche i protagonisti del romanzo di Carroll. Egli scrive una storia in cui si pone come narratore onnisciente e per questo i fatti, le reazioni e perfino le sensazioni che egli descrive divengono realtà in un terribile gioco di cui Hardy e chi lo circonda sembra essere prigioniero. Per Joe la scrittura di questo romanzo diventa fondamentale. Egli vede nelle persone che lo circondano non degli esseri umani, ma i personaggi del suo racconto e questo lo fa sentire padrone della loro esistenza innalzandosi al ruolo di Dio e arrogandosi il diritto di plasmare la realtà. Per Carroll realtà e racconto non sono più divise. Egli, infatti, deve necessariamente scrivere ciò che accadrà e ciò che è successo facendoci partecipare ad un continuo rapporto di allineamento e chiasma tra il piano reale e quello narrativo. A questo proposito, ritengo sia fondamentale evidenziare come la caratterizzazione che  Joe fa dei personaggi sia la base di previsione del loro comportamento. Solo attraverso un accurato studio dell'individuo egli riesce a manipolarlo e prevederlo, anche se questo metodo non può considerare i colpi di testa o gli imprevisti. Sono questi elementi che fanno crollare il castello di carta costruito dal serial killer, egli pretende di determinare le azioni altrui senza considerare nè libero arbitrio nè gli impulsi più nascosti. In questo modo lo spettatore si trova a vedere il futuro attraverso il libro di Joe, che però può essere stravolto, in alcuni casi, dall'azione non convenzionale degli attori in gioco. 
Altro elemento sicuramente attuale e sconcertante riguarda la costituzione stessa della setta di Joe. Internet costituisce un elemento potentissimo per la propagazione delle informazioni oltre che per la costruzione e l'esaltazione di un personaggio. Il processo che incrimina Joe Carroll infatti viene dipinto come un caso mediatico, il quale ha permesso la formazione di una serie di veri e propri followers attorno a questo mostro. In tutta la storia i mass media hanno un ruolo fondamentale, poichè sono il mezzo attraverso il quale i membri comunicano. Un semplice comunicato stampa, diventa il segnale per l'inizio di una strage o l'attivazione di un rapimento ecc... Questo elemento, connotativo della serie (basti pensare al titolo), risulta molto attuale e decisamente contemporaneo. La sceneggiatura guarda al nostro mondo ed evidenzia uno scenario che per quanto spaventoso e disgustoso risulta possibile ed è forse questo che lo rende così terribile. Sicuramente il tutto è enfatizzato dalla violenza che pervade le immagini, una sola stagione si lascia dietro infatti una serie di morti decisamente notevole per 15 puntate. Personalmente talvolta ho trovato che l'utilizzo estremo della violenza abbia sminuito il carattere psicologico insito nella serie. Certo, questo elemento conferisce alla trama un maggiore movimento, una forte tensione ed azione, tenendo gli spettatori attaccati allo schermo, tuttavia l'intreccio, il rapporto tra i personaggi e la forte connotazione psicologica di questi ultimi costituisce a mio parere l'elemento che stacca questa seria rispetto ad un classico telefilm di azione, perciò non ho apprezzato particolarmente la scelta di farlo passare in secondo piano in numerosi episodi.
La caratterizzazzione dei personaggi, come accennavo, è sicuramente un elemento interessante. Essi sono molto umani, sbagliano e muoiono, il protagonista sembra un enti-eroe, è alcolizzato, testardo, spesso non riflette, agisce d'impulso, in modo stupido mettendo a rischio la sua vita e quella di chi gli è attorno, non è un principe azzurro che salva sempre la situazione, nasconde un lato oscuro ed è proprio per questo che ci sembra così reale. Questo aspetto di Ryan emerge in modo chiaro e lampante durante un confronto con Joe. Quest'ultimo, infatti, vuole poter dare più spessore al suo personaggio, quello dell'eroe, ma per fare ciò deve scavare nel profondo e nel passato di Hardy, facendo riemergere la morte del padre, ovvero la prima volta in cui Ryan ha visto morire qualcuno e la sua vendetta. Per Joe quindi il legame con l'eroe si rafforza, egli lo vede come un suo alter ego, segnato dalla morte esattamente come lui. 
Particolarmente interessante è la delineazione dei personaggi che ruotano attorno ai due protagonisti principali. In primo luogo il tema della famiglia è analizzato sotto differenti accezioni. "Famiglia" è infatti il termine con cui Joe chiama l'insieme dei suoi followers, ciò che invece viene definito dal FBI una setta. Sicuramente possiamo azzardare un parallelismo al caso reale della famiglia Manson, una setta fondata da Charles Manson negli anni '60. Anche in questo caso il collante era rappresentato dal leader stesso, musicista hippy a quel tempo e personaggio con un forte carisma. L'universo che ruota attorno a questi individui si basa sulla loro capacità di attrarre a sè persone che hanno vissuto esperienze particolari. Emblematico nella serie è il caso di Emma, una ragazza con problemi di autostima e famigliari, che trova in Joe tutto il suo mondo, il padre che avrebbe voluto e l'amante che cercava. Il rapporto che Carroll instaura con i suoi seguaci, sembra ad essi biunivoco, sono disposti a morire poichè si sentono parte di una famiglia, non di un'organizzazione. Lo scopo quindi non è una causa in cui credere, ma una persona da seguire. Dall'altro lato c'è la famiglia reale di Joe, Claire e Joey, la quale non ha nessuna intenzione di rientrare nella famiglia allargata dei followers, creando una duplicità che mette in evidenza come per il serial killer i due elementi non siano complanari e come gli scopi personali primeggino sull'incolumità del gruppo. Per Joe la priorità assoluta è il tentativo di riscrivere una storia che ricostruisca la sua vita prima della cattura. Egli vuole un ritorno allo status quo, che soddisfi la sua sete di vendetta nei confronti di colui che ha "distrutto" la sua vita. 
Quindi, con queste premesse, non voglio certo svelare di più sulla storia o sul finale e sicuramente mi sento di consigliare la visione di questa prima stagione esprimendo un certo dissenso nel progetto di continuare con una seconda. Infatti, gli ultimi 10 minuti del finale, che non rivelerò, mi sono sembrati una forzatura, inserita per poter andare avanti quando il racconto avrebbe avuto un degno epilogo ed una conclusione decisamente completa all'interno di questa unica stagione. Il rischio sarà quello di costruire un sequel che condividerà solo una parte dei personaggi e forzerà una storia già conclusa eccellentemente. 



domenica 5 maggio 2013

Black Mirror

Black Mirror: uno sguardo limpido sul rapporto tra uomo ed innervazione tecnica



Una breve analisi teoretica delle tematiche principali.



Link: http://connect.collectorz.com/movies/database/black-mirror-season-1-2011

Il rapporto tra uomo, innovazione tecnica e comunicazione mediatica è un intreccio che caratterizza sempre più capillarmente le nostre esistenze. La progressiva innervazione tecnologica da parte dell'uomo riconfigura costantemente i nostri sensi, il nostro modo di pensare, di relazionarci e di agire nel mondo.
Questa realtà mutevole e complessa apre l'umanità a nuovi orizzonti, nuove opportunità, nuove paure e nuovi importanti interrogativi. E' proprio all'interno di questo contesto di riflessione che si inserisce Black Mirror, una serie televisiva britannica prodotta e diretta da Charlie Brooker. Ho guardato di recente la prima delle due serie e ne sono stato piacevolmente colpito.
Per cominciare, parlando da un punto di vista prettamente strutturale, Black Mirror si configura come una serie abbastanza atipica. Ogni serie è composta da soli tre episodi autoconclusivi con un cast sempre diverso e una trama a sé stante. L'ordine in cui si guardano non importa, l'unica cosa che li accomuna è, appunto, l'indagine generale sulle tecnologie e i media e su come essi possano agire nella nostra quotidianità.
I tre episodi che compongono la prima serie si intitolano rispettivamente: The national Anthem, 15 Milion Merits e The Entire History of you.
The National Anthem ci mette immediatamente di fronte ad una situazione che per certi versi ha dell'assurdo, quasi kafkiana, ma nello stesso tempo estremamente "possibile". La principessa Susanna è stata rapita. Il rapitore pubblica su You Tube un video nella quale si dice che risparmierà la ragazza a patto che il Primo Ministro abbia un rapporto sessuale con una scrofa in diretta televisiva nazionale. Questo incipit devastante e travolgente diventa un ottimo punto di partenza per analizzare la potenza mediatica di Internet e dei social network, sia dal punto di vista della circolazione dell'informazione che come veicolo di formazione e condivisione dell'opinione pubblica.
L'informazione una volta prodotta diventa ingovernabile, attraversa le reti quasi simultaneamente, entra  nei nostri cervelli attraverso molteplici canali. Viene vista, manipolata, interpretata e reinterpretata continuamente. Si crea una vera e propria battaglia per possederla.
La politica si intreccia con i meccanismi dei canali d'informazione. Una notizia come quella proposta dall'incipit di The National Anthem che riguarda le più alte sfere governative diventa subito un caso pubblico. E' una bomba pronta ad esplodere, sulla quale si riversano gli occhi di un'intera nazione pronta a giudicare l'operato dei propri rappresentanti politici e a schierarsi immediatamente da una parte o dall'altra, decidendo sulla base di un'immagine quale sarebbe il comportamento giusto e quello sbagliato. Black Mirror analizza benissimo alcuni tratti fondamentali tipici del rapporto quotidiano tra uomo e mass media. Vengono infatti ripresi gli sguardi e i commenti a caldo della folla davanti alla tv, l'opinione pubblica che si esprime in sondaggi televisivi "tagliandosi con l'accetta" in una sorta di manicheismo estremo tra appoggio o contrarietà, le reazioni emotive spropositate davanti all'immagine e soprattutto, il cambiamento repentino del giudizio di fronte ad un "nuovo" sviluppo della vicenda.
Proprio su questo ultimo punto, il cambiamento repentino di opinione, credo che questo primo episodio dell'opera di Brooker fornisca spunti di riflessione interessante.
Nella nostra società affidiamo spesso la verità delle nostre convinzioni alle immagini che ci vengono proposte. Crediamo, quasi inconsciamente, che l'immagine che si svolge davanti ai nostri occhi sia una prova di una realtà, che pur non essendo qui davanti a noi, conserva con essa (l'immagine) un rapporto di stretto rimando referenziale. In The National Anthem il rapitore ad un certo punto condivide un video dove "mostra" di tagliare un dito alla principessa rapita, poiché il primo ministro ha cercato di imbrogliare nell'adempimento del suo " compito" ricorrendo ad un esperto di effetti speciali per ritirarsi dall'umiliazione pubblica. A questo fatto l'opinione si indigna e se fino a quel punto stava dalla parte del primo ministro, ora pretende che egli ripari ai suoi errori "sacrificandosi" per la principessa e la nazione alla luce della terribile tortura alla quale hanno assistito in diretta. Inseguito si scoprirà che il dito mozzato era quello del rapitore stesso, il primo ministro accetterà l'umiliazione pubblica e la principessa verrà rilasciata, addirittura mezz'ora prima dell'ultimatum nelle strade deserte di Londra, dando luogo ad una visione quasi surreale in cui tutta la popolazione è davanti alla tv mentre la vittima per cui la popolazione si è mossa ed indignata barcolla senza forza su un ponte, senza nessuno che l'aiuti. Questa è la più grande performance artistica di tutti i tempi.
La cosa che qui risulta molto interessante, a mio parere, è il potere ambiguo dell'immagine. Tutti conosciamo le possibilità di modifica e occultamento delle immagini, tuttavia esse ci attraggono a loro, veicolano i nostri sentimenti e le nostre credenze sul reale. Le possibilità dissimulatorie, documentative, rappresentative, mimetiche e manipolatorie dell'immagine si confondono e ci confondono, consentendo una quantità di azioni imprevedibili che provocano conseguenze interpretatorie difficilmente controllabili.
La simultaneità di internet rafforza molto questa "illusione" di presa percettiva e cognitiva sulla realtà. La diretta simultanea ci fa quasi dimenticare dell'intermediario mediatico, ci da l'illusione di seguire direttamente l'evento e di parteciparvi come testimone oculari. Il contenuto viene troppo spesso interpretato estrapolandolo dal medium da cui è trasmesso, dimenticandoci delle possibilità di questa mediazione.
Lo stimolo che sembra suggerire questa "performance artistica" è che non bisogna dimenticarci del potere e dell'ambiguità dell'immagine e delle informazioni trasmesse. La realtà è sempre molto più stratificata di come appare sugli schermi e una ricerca della verità basata sull'apparente sincerità data dalla simultaneità dei video caricati in internet o dei contenuti dei social che permetterebbe, in un certo senso, la diminuzione della mediazione ( rispetto ad esempio ai giornali o ai telegiornali), non è comunque sufficiente ad inquadrare univocamente l'interpretazione di un'immagine e il suo riferimento.


Link: http://ikono.org/2011/12/black-mirror-best-tv-show-of-2011/

Passiamo ora al secondo episodio, "15 milion merits" sicuramente il più futuristico e distopico dei tre. Il mondo che ci viene proposto è quello di un alienante palazzo simile ad un parcheggio-palestra a più piani e sezioni. Le persone vivono in piccole stanze circondate da grandissimi schermi che le bombardano costantemente di immagini e pubblicità di vario genere. Il motore "produttivo" della società sono delle cyclette sulle quali la gente continua a pedalare senza sosta ricompensata da punti virtuali, esattamente come quelli che si potrebbero ottenere in un videogioco, ed essi servono principalmente a comprare oggetti e gadget virtuali. Inutile dire che già da questa situazione di partenza il senso di alienazione che si percepisce è davvero fortissimo. La "gamezzizazione" della vita in questo secondo episodio sembra essere il marchio di ogni singola azione della nostra esistenza. Ogni individuo perde o guadagna punti a seconda delle sue azioni, tuttavia è costretto a partecipare al "gioco" costantemente.Ogni scelta porta sempre una ricompensa o una perdita di punti virtuali, ma in un mondo dove per poter fare qualsiasi scelta è necessario possedere dei punti virtuali, questo meccanismo risulta essere una costrizione fortissima che non permette nessuna vera possibilità di decisione libera.
La stessa idea di "bisogno" che emerge da 15 Milion Merits è quella di qualcosa di imposto e superfluo. Il protagonista si lamenterà spesso del fatto che ciò che è guadagnato serve solo a comprare cose virtuali.
Questo tema è secondo me interessante per parlare di una fondamentale dissociazione esistenziale che la virtualizzazione estrema potrebbe portare e che Black Mirror cerca di mostrarci nei suoi effetti più catastrofici. Il prodotto del lavoro, i punti virtuali, possono sicuramente essere paragonati ai nostri guadagni monetari, alla nostra economia volatile, alle continue transazioni di capitali che si allontanano sempre più dalla materialità del mezzo di scambio. Tuttavia in questo episodio si fa un passo in più. Infatti, i punti servono per abbellire, modificare e "migliorare" un vero e proprio simulacro esistenziale, un avatar, che risulta essere una vera e propria dissociazione dell'individuo. L'uomo è sottratto, parlando in termini marxisti, dal prodotto del suo lavoro rendendo la sua azione produttiva completamente priva di qualunque scopo poietico. Le nostre azioni modificano la nostra vita, imprimono una forza di cambiamento e modificazione nel nostro ambiente vitale. In questa realtà tutto questo è annullato fino a percepire una soppressione completa della stessa umanità biologico-esistenziale.
Oltre ai temi dell'alienazione e della dissociazione esistenziale in 15 Milion Merits risulta essere presentissima l'idea di una deleteria corsa all'edonismo e una totale spettacolarizzazione del reale. Sembra infatti che lo scopo principale della vita consista nel racimolare 15 milioni di punti, attraverso le poche azioni quotidiane che sono permesse e tante ore sulle cyclette, per poter partecipare ad un programma televisivo dove ci si esibisce davanti a tre giudici e in questo modo si spera di diventare una star di uno show televisivo.
La scalata al successo nel mondo della Tv sembra rappresentare l'unica via di salvezza e di emancipazione sociale possibile, tutto viene appiattito e banalizzato in una esibizione di pochi minuti, che sembra essere l'ultimo baluardo possibile dell'azione umana creativa. Ogni individuo che ha l'occasione di potersi esibire davanti ai tre giudici lo fa anche davanti ad una platea sterminata di avatar, proiezioni degli umani chiusi nelle loro camere-schermo a guardare il programma. L'immagine che ne risulta, anche e soprattutto visivamente, è quella di una realtà senza profondità. La piattezza degli schermi che circondano costantemente i protagonisti, quella del pubblico di avatar davanti al quale si esibiscono le aspiranti star e perfino le macchinette per il cibo a selezione palmare sono connotative di una mancanza di stratificazione esistenziale dei personaggi e della vita in generale proposta in questa distopia.
Ultimo tema, forse il più scioccante, è quello dell'impossibilità della rivolta in una società dove ogni cosa viene riprodotta e strumentalizzata per lo spettacolo. Il protagonista riesce a farsi ammettere ad Hot Star ed è fortemente determinato a compiere un atto di ribellione davanti alla giuria, a urlare ciò che pensa, sperando, in questo modo, di dare una scossa alla sua esistenza e anche quella degli spettatori. La sua arringa è tutta di pancia, è un grido esistenziale straziante, è lo scoppio di un'anima umana che reclama la sua dignità e la sua libertà dall'alienazione  Il momento è toccante, mi ha ricordato il famoso monologo di Edward Norton nella 25 ora di Spike Lee. Nonostante questo climax di tensione, che sembra portare un pò di sana forza vitale in un mondo sterile e "inorganico", le sue conseguenze sono sconcertanti. Lo sfogo del protagonista è subito strumentalizzato dai giudici, che intravedono nella sua forza un potenziale spettacolare non indifferente. La critica muore istantaneamente e diventa essa stessa parte del sistema. Gli viene dato un programma dove potersi sfogare e "criticare" la realtà sociale, ma in questo modo la sua efficacia è già scomparsa.
Questo tema, già molto caro a filosofi del calibro di Benjamin o Deborde, è davvero inquietante e spaventoso. Le pulsioni di emancipazione, lo spirito critico, la voglia di libertà possono essere convertite, attraverso i mezzi di riproduzione tecnica di massa, in uno spettacolo mediatico che diventa un palliativo comune per i problemi sociali ed esistenziali. Le masse sfogano i loro istinti attraverso il media, si immedesimano e si ribellano attraverso di lui, ma senza passare all'azione. In questo modo si è davanti ad una simulazione incarnata delle proprie tensioni, una continua droga di rabbia sterile, che ci rende docili al controllo.


Link:http://www.daringtodo.com/lang/it/2013/03/20/black-mirror-la-seconda-stagione-ieri-sera-su-sky/

Terzo e ultimo episodio della prima serie, The Entire History of you, è forse il  il punto più alto di questo primo ciclo.
Immaginiamo che in un futuro non troppo lontano, quasi presente, ogni frammento della nostra vita possa essere immagazzinato in una memoria informatica attraverso un chip posto dietro il nostro orecchio e successivamente le immagini memorizzate possano essere riprodotte a piacimento davanti ai nostri occhi o addirittura su un monitor pubblico condividendone la visione con altre persone. Immaginiamo in seguito un giovane avvocato estremamente geloso di sua moglie, una cena con dei vecchi amici e alcuni scambi di sguardi e di battute un pò equivoche tra la moglie del giovane avvocato e uno degli amici in questione. La spirale di paranoia e sospetto è una conseguenza inevitabile ed è alimentata in modo devastante dalla possibilità offerta dal chip di scandagliare i ricordi e le esperienze delle persone pubblicamente.
Questo terzo episodio risulta estremamente interessante per molti motivi.
Innanzitutto una tecnologia come quella di questo chip, porta ad una modifica nel modo di percepire il proprio tempo. Che cosa voglio dire? Tutti noi agiamo e viviamo in un presente attuale, rispondiamo agli stimoli, ci muoviamo, programmiamo le nostre azioni secondo le circostanze presenti etc etc. Tuttavia il nostro approccio al mondo non è caratterizzato solamente dalle contingenze attuali, ma si basa anche su un continuo carosello di immagini interne provenienti dagli stimoli passati, dalle esperienze che abbiamo vissuto, dai nostri ricordi, da quello che magari vogliamo tenere solo per noi ma che comunque influenza le nostre scelte. Il microchip di questo terzo episodio confonde questo piano interno con quello esterno, spezza la linearità del tempo attuale che si svolge davanti ai nostri occhi e ai nostri sensi. Il tempo interno è fatto di balzi, associazioni frammentarie, rimandi continui ad esperienze più o meno passate. La possibilità di poter proiettare davanti ai propri occhi uno qualsiasi di questi frammenti temporali ed esistenziali spezza la continuità dell'ambiente in cui ci muoviamo.
La profondità percettiva viene appiattita come in un monitor, i nostri bulbi oculari diventano due proiettori, le immagini vengono riprodotte, possono essere modificate, rallentate, bloccate ( bellissime le sequenze dove il protagonista continua a far avanzare, stoppare e ripartire le stesse immagini davanti ai suoi occhi),in poche parole quello che viene modificato è l'aspetto prettamente ecologico della percezione.
Questa modifica del tempo attuale non ha solamente conseguenze "percettive" ma anche esistenziali. L'uomo ha la possibilità di sfuggire dal presente in qualunque momento, proiettando i ricordi felici e gradevoli di esperienze passate avendo l'occasione di riviverli. Certamente questo è già in un certo modo possibile attraverso i nostri sistemi di ripresa e riproduzione, ma un meccanismo come quello del chip in questione consente un appagamento e un'immedesimazione molto maggiore, poiché sono i nostri stessi occhi ad avere quelle immagini impresse e proiettate sulla retina (idea molto simile a quella mostrata dalla Bigelow nel suo bellissimo "Strange Days").
Qui il tema dell'innervazione tecnica raggiunge livelli di riflessione davvero molto profondi. I personaggi di The Entire History of you sono dei Cyborg a tutti gli effetti, la tecnologia ha modificato le loro possibilità percettive intrecciandosi con il loro apparato sensorio consentendo un diverso controllo sul reale, in questo caso, sulla dimensione esperienziale interna.
Strettamente collegato a quest'ultimo tema dell'innervazione è una concezione ossessionata e ossessionante per la verità. La possibilità di rivedere davanti ai propri occhi le immagini della vita di ognuno, toglie la possibilità del racconto, della modifica verbale, dell'omissione. In una società come questa la propria storia non è da raccontare ma da mostrare così com'è. Tutto questo fa si che si sviluppi una vera e propria mania per il dettaglio (il protagonista chiede alla moglie più volte la durata "esatta" della sua relazione extraconiugale con un impeto quasi maniacale, che sembra slegarsi dal fatto in sé del tradimento), che esula dal contenuto esperienziale ed esistenziale degli eventi vissuti.


Link:http://blogs.independent.co.uk/2011/12/19/review-of-black-mirror-%E2%80%93-%E2%80%98the-entire-history-of-you%E2%80%99/

Ovviamente ci sarebbero molte altre tematiche e spunti di riflessione per ognuno degli episodi della serie, in questo articolo mi sono limitato ad evidenziare gli aspetti che mi sembravano salienti e di maggior impatto.
Per concludere, Black Mirror è una serie che tratta con maturità estrema, grande potenza visiva e narrativa importantissimi temi legati al rapporto dell'umanità con la propria produzione tecnologica, dando adito ad una ampissima quantità di possibili riflessioni e stimoli. Tutto questo è calato in un contesto quasi quotidiano che rende ancora più efficace la sua proposta riflessiva. 
In definitiva: un'opera da vedere assolutamente e su cui pensare a lungo.
(ah...dimenticavo...un grazie speciale a Nicolò per avermi bollato per tanto tempo dicendomi di guardare la serie, ne è valsa davvero la pena!)