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domenica 8 dicembre 2013

Cages

Un intreccio di vite, parole e immagini. Ipnotico, surreale, mitico e metafisico, Cages di Dave Mckean, esplora il mistero e le questioni insite nell'atto creativo. Un mix di tecniche narrative ed espressive che non può mancare nella biblioteca di qualunque amante del fumetto e dell'arte in generale.






Quando inizi a leggere un'opera come Cages, già dalle prime righe ti chiedi se sarai all'altezza di comprenderla. Non perchè le parole siano particolarmente difficili o perchè si parli di argomenti specialistici inaccessibili, ma semplicemente perchè si impatta subito con un'opera d'arte di una profondità dolce e terribile. Un immenso oceano, scuro e misterioso, celato da un'impalcatura ben congeniata che a stento riesce a contenerlo.
Dave Mckean è un'artista a tutto tondo. Ha illustrato fumetti, celebri le collaborazioni con Neil Gaiman e Grant Morrison, ha realizzato copertine per album musicali, illustrazioni per romanzi, cartoni animati, cortometraggi e film. Mckean è un creativo a 360 gradi, uno di quelli che fa fluire il suo spirito artistico estrinsecandolo trasversalmente in una miriade di manifestazioni diverse. Cages, che da molti è considerato il suo capolavoro, dimostra in pieno l'ecletticità e la passione artistica del suo autore.
L'opera ha avuto un'esistenza editoriale parecchio travagliata. Fu pubblicata inizialmente dalla Tundra, poi passò alla Kitchen Sink per poi giungere alla Dark Horse. La Magic Press ha portato in Italia l'opera, traducendola proprio dall'ultima versione Dark Horse corredandola inoltre da nuovo materiale aggiuntivo. Il risultato è un volumone sontuoso, da quasi 500 pagine, che, a mio parere, non può mancare sulla mensola di ogni amante del fumetto o, in generale, dell'arte in tutte le sue forme.
L'opera, come già accennato, è molto complessa, tocca toni metafisici e intimistici, ed è una lettura sicuramente impegnativa. Nonostante questo, come dice Terry Gilliam, sembra avere uno strano potere "ipnotico", che tiene il lettore incollato alle pagine.





Passando alla vicenda, se effettivamente di "vicenda" si può parlare, dopo alcune pagine contenenti brevi poemi dal tono biblico che ricordano alcuni passi della genesi, incontriamo Leo, pittore in crisi, che si trasferisce in un nuovo condominio per ritrovare l'ispirazione. Si scopre presto che il palazzo è popolato da strani individui: La padrona di casa, una vecchia che ripete sempre "cosa?", una ragazza che si interessa di botanica, una donna che aspetta da anni il marito che se ne è andato, un musicista di colore che ha un singolare rapporto con gli oggetti e gli strumenti musicali e infine, Jonathan Rush, uno scrittore ormai fuori dalle scene, che vive rinchiuso in casa con la moglie.
Presto si capisce che costui è senz'altro il personaggio attorno a cui ruota tutto. Jonathan è tormentato da loschi individui che spesso si introducono in casa sua e lo privano degli oggetti che ama.Si intuisce che questo fenomeno a che fare con un libro, "Cages" appunto, che ha suscitato violente controversie. Il motivo sembra essere che l'autore, con quel libro abbia rivelato verità inconcepibili, forse oltre la blasfemia. Al di là di cercare di delimitare un plot narrativo lineare, probabilmente impossibile, l'intreccio di Cages è ampio e articolato. Esso coinvolge una folta schiera di personaggi "comparse" che partecipano con battute e dialoghi fulminei ed enigmatici. Tra le figure più interessanti c'è un timido gatto nero, che sembra una sorta di creatura aliena che sfila tra le vite dei vari personaggi.




Cages è un collage di dialoghi e racconti. Storie, immagini e frasi che si incrociano e si accavallano, dando vita ad una miriade di spunti e parallelismi. Sembra di stare in un sogno. L'aspetto formale dell'opera è sicuramente importantissimo per apprezzare a pieno il suo contenuto. Mc Kean, infatti, utilizza un mix di generi e tecniche narrative differenti: si va dal flusso di coscienza Joyciano ad un  postmodernismo di stampo più americano, certe pagine, infatti, ricordano la Trilogia di New York di Paul Auster. Sono presenti inoltre influssi biblici, sopratutto per linguaggio ed ermetismo, ma anche connessioni con la fiaba, il noir, il fantasy, l'allegoria e il mito. Questo pastiche formale è uno strumento perfetto per affrontare tematiche importanti: onnipresente è la riflessione sull'atto creativo. Pittura, musica e scrittura sembrano essere connesse alla genesi divina. L'artista è una specie di dio creatore, che però non partecipando della perfezione divina, si blocca, ha dei ripensamenti, è preda costante dell'insoddisfazione. Inoltre egli, che sembra avere un potere assoluto sulla sua crezione, è immerso in un flusso caotico di eventi e la fruizione della sua opera è qualcosa di incontrollabile. Le reazioni controverse al libro di Jonathan e le persone che lo privano delle cose amate, sembrano esempi proprio della sfuggevole natura della creazione artistica, che come un figlio che viene strappato immediatamente alla madre, cresce e si sviluppa a prescindere dagli intenti e dal senso originario immaginato dall'artista. Forse egli non fa nemmeno in tempo a concepirlo, questo senso.





Le elucubrazioni di McKean si dispiegano attraverso dialoghi, testi di canzoni, stralci di libri, poesie. Un collage frammentario che il lettore deve cercare di riassemblare, creando egli stesso, la sua opera, il suo Cages.
Se quest'opera risulta essere estremamente stratificata nella sceneggiatura, risulta altrettanto valida e complessa dal punto di vista grafico-visivo. McKean, in questo volume , fa poco uso della pittura che lo ha reso famoso e preferisce l'uso assiduo del pennino. Le pagine sono quasi tutte divise con una rigida griglia di 9 vignette, ma cmq certe tavole si aprono ad improvvise variazioni, sia strutturali che stilistiche. Il disegno dell'autore è capace di meraviglie visive davvero notevoli e le sue figure ricordano, in molti esempi, il tratto e i soggetti di Egon Schiele. Pevalgono il bianco e nero e le tonalità grigio-azzurrognole, ma quando meno ce lo si aspetta irrompe il colore, soprattutto nelle sezioni più oniriche e di intuizione "metafisica". Ci sono anche sequenze fotografiche ed elaborazioni digitali. Cages quindi, dal punto di vista visivo, è totalmente ricco e imprevedibile e questo è un elemento che aumenta notevolmente il fascino di un'opera che è una continua interrogazione e ristrutturazione di se stessa e della coscienza del lettore.






Per concludere, credo che sia difficilissimo descrivere questo lavoro di Mckean, la sua importanza è un'esperienza da provare e da vivere. Quello che esce dalle pagine è uno stato mentale, un vortice creativo che ci accoglie con le sue forme in continuo mutamento al di là del significato trasmesso e dell'intreccio. Cages è sempre "in potenza", è come immergersi nelle acque tumultuose di un fiume immaginativo che cambia continuamente il suo corso e il punto dove andrà a sfociare. Consiglio a tutti di dare una possibilità a Cages e di farsi trasportare dai suoi enigmi e dalle sue domande, antiche come
l'oblio della morte e la nascita primordiale della vita.



domenica 10 novembre 2013

Valvoline 2.0





Nell’immaginario di chi, come me, è nato alle porte degli anni ‘90 e ama l‘arte in gran parte delle sue forme, il 900 è come un grande cassettone di nostalgiche fotografie di cui avremmo voluto far parte. Con la fantasia ho viaggiato avanti e indietro per questo secolo breve immaginando di vivere in altri decenni. La musica, in questo mio vagabondare mentale, è sempre stata una favolosa bussola, capace, in qualche modo, di identificare ogni epoca.
Sono cresciuto con il mito del Rock ‘n’ Roll, con il Cd di Blonde on Blonde che si consumava a furia di suonare, con gli Who, I Rolling Stones e i Beatles. Giovane Beat 2.0, sfrecciavo con la fantasia da New York a Frisco, come Sal e Dean in On the Road. In seguito mi sono addentrato negli anni 70’, il rock che si fa folle psichedelia, poi il progressive, che lo rende più intellettuale e artificioso. Gli ’80, l’epoca dei miei genitori, quella che per me è sempre stata “il tempo della disco music”, perché è così che loro me l’hanno sempre raccontata, prima di conoscere per mio conto la new wave, il punk, l’hardcore fino alle deflagranti distorsioni dei Sonic Youth e a tutto quello che viene dopo e che, almeno un po’, ho vissuto.
Ho spesso visto  il presente come un pantano e un’epoca noiosa. Mi sono guardato indietro molte volte, idealizzando il passato e tralasciando, malamente, quello che di interessante mi succedeva intorno. E’ sempre importante ricordarsi che questo è un errore e il 2013 ci offre un occasione in più per farlo, riportando alla nostra attenzione una vicenda di grande spessore creativo e di forte presa di coscienza sul proprio tempo. Iniziata  nell’83, conclusasi nell’90 e rifiorita proprio quest’anno. Sto parlando della reunion di Igort, Brolli, Mattotti, Carpinteri, Jori e Kramsky, i ragazzi di Valvoline Motorcomics.
Viaggiamo con la mente e andiamo all’83, in una Bologna post-movimento studentesco e fucina di sperimentazioni. In quel tempo, di cui sappiamo poco, spesso considerato come superficiale e glitterato, i Valvoline, si sentono come i futuristi. Sono un movimento d’avanguardia, vogliono rompere con il passato e rivoluzionare il mondo del fumetto e delle arti visive: “Come i ragazzi di via Panisperna non avevano scelta. O la bomba atomica o Valvoline” dichiara Igort.




Consumate le ideologie dei ‘60-’70, i Valvoline rivendicano il diritto di rompere, riassemblare e stravolgere il senso di quello che era stato. La loro produzione segue il rock ‘n’ roll forsennato dei Ramones  e il rancido punk dei Sex Pistol, c’è voglia di decostruire, di non crogiolarsi nel ricordo e nel revival del passato, di ritrovare un primitivismo energico, sincero, duro, contro i viaggi astratti della psichedelia e gli artifici del progressive. Come il movimento Cyberpuk, che, negli stessi anni, aveva unito Hight Tech e Pop underground, i Valvoline amano le contaminazioni, si ibridano con l’arte contemporanea e ne fanno parte. Le loro opere richiamano i movimenti artistici degli anni ’20 e contemporaneamente guardano alla  televisione, alle nuove tecnologie, al cinema, all’architettura, al design e alla letteratura,  anticipando l’esplosione della Graphic Novel e cambiando il modo di narrare per immagini.
Trent’anni dopo la prima esperienza Valvoline Motorcomics, il rientro è in grande stile. Già in  vendita  “Doctor Nefasto” di Mattotti, “Polsi Sottili” di Carpinteri e tra poco sarà disponibile anche “Sinfonia a Bombay”, rivisitate e edite dalla Cononino Press di cui Igort è direttore. 


Il passato non si può rinnegare, ci sono cose che ci hanno segnato e ci rimarranno per sempre dentro. Tuttavia non si deve guardare indietro con nostalgia e al presente solo con nichilistica disperazione. I ragazzi di Valvoline ci hanno insegnato che si può prendere il mondo, distruggerlo con forza e ricostruirlo, e questa reunion può essere una bella occasione per tenerlo a mente.

lunedì 21 ottobre 2013

Autunno sul monte Kum Gang

"Il monte Kum Gang non si dimentica neppure nel sonno"
[detto coreano]


Autunno sul monte Kum Gang

Abbiamo già avuto modo di parlare positivamente di Mutty in occasione della sua inaugurazione avvenuta lo scorso 22 settembre a Castiglione delle Stiviere. Come avevamo accennato, la partenza prometteva già bene, non solo per l'ottima organizzazione dello spazio, per l'eccellente servizio svolto dalla raffinata caffetteria e dal ricercato Book Shop al piano terra, ricco di proposte letterarie davvero interessanti, ma, inoltre, per il corposissimo carnet di eventi in programma per i prossimi mesi.
Dopo la precedente mostra collettiva su Bruno Munari, organizzata da Corraini Arte Contemporanea Edizioni, che aveva dato il via alle iniziative del Mutty, sabato 19 Ottobre è stata inaugurata una nuova mostra intitolata "Autunno sul monte Kum Gang". Noi di Philartdesign ci siamo stati ed è stata una bellissima esperienza.
La mostra si presenta come uno stimolante scorcio sulla produzione artistica nordcoreana. Le opere proposte sono di difficile reperabilità e sono potute arrivare a far parte di questa mostra grazie al competente lavoro culturale e alla grande sensibilità artistica di Pier Luigi Cecioni, presidente dell'Associazione culturale studi nordcoreani di Firenze, in collaborazione con lo Staff di Mutty, che ha dimostrato la sua perspicacia e la sua passione nel cercare di proporre percorsi culturali non troppo battuti, ma sicuramente di grande importanza artistica e ricchi di spunti di riflessione sul nostro presente.
L'esposizione contiene principalmente due tipologie di opere: alla prima tipologia appartengono i dipinti realizzati con la tradizionale tecnica pittorica denominata "Korean Painting" (di cui parleremo in seguito), mentre la seconda tipologia consiste in una serie di manifesti di propaganda commissionati dal regime e dipinti a mano.
Tutte le opere a china e parte dei manifesti sono stati realizzati dal Mansudae Art Studio di Pyongyang, la capitale della Corea del Nord. Fondato nel 1959 è uno dei più grandi centri di produzione artistica mondiale e, ovviamente, il più importate del Paese. Situato vicino al centro della città, occupa una superficie di 120000 metri quadri e ospita 4000 addetti di cui circa 1000 sono artisti. Il Mansuedae Art Studio ha realizzato quasi tutte le opere ufficiali della nazione comprese quelle monumentali e ha parecchie richieste anche all'estero. Esso è diviso in 13 gruppi creativi, tra cui il più importante è quello del Korean Painting. Altri gruppi sono pittura a olio, scultura, xilografia, poster, arti applicate, design, ricamo mosaico e Jewel Painting, una tecnica tipicamente coreana che utilizza pietre ridotte in polvere. Gli artisti del Mansudae hanno un'età che va dai 23 anni ai 70 e sono quasi tutti laureati alla facoltà delle belle arti di Pyongyang, l'ammissione alla quale è particolarmente difficile. Dopo la laurea solo gli artisti migliori sono invitati ad entrare nel Mansudae, in questo modo viene riconosciuta l'abilità dei singoli e, all'interno di esso, tutti gli addetti godono di uguale dignità. Dal 2006 Il Mansudae Art Studio ha una rappresentanza in Italia e dal 2009 ha anche un bellissimo spazio espositivo nel distretto 798 di Pechino, uno dei quartieri di arte contemporanea più attivo e vivace del mondo.



Passando allo specifico contenuto della mostra, come già accennato, insieme con il dipinto che da il nome all'esposizione, troviamo alcune opere realizzate con la tecnica del Korean Painting, tradizionale pittura a china policroma su carta, che raffigurano paesaggi montuosi. Con la stessa tecnica, a troneggiare su un'ampia parete bianca, troviamo "Giovani che costruiscono una centrale elettrica", l' opera principale della mostra. Questo dipinto di grandi dimensioni (1,75x3,50) raffigura un gruppo di giovani intenti a trascinare, con quella che sembra essere un'enorme slitta, i materiali necessari alla costruzione di una centrale elettrica in una zona montagnosa ed impervia. Il soggetto risulta riferibile al realismo socialista sia nel contenuto che nello stile e si presenta come una celebrazione dell'impegno e della fatica necessari alla costruzione delle infrastrutture per produrre energia, soprattutto in un territorio per l'80% montagnoso come quello nordcoreano.
Sia negli splendidi paesaggi che in quest'ultima opera, si può ammirare l'enorme maestria necessaria alla produzione di opere secondo i dettami stilistici del Korean Painting.
Il Korean Painting viene eseguito tradizionalmente in orizzontale, formato permettendo, somigliando in questo alle calligrafie. Il foglio è steso su un piano rivestito da uno spesso panno morbido e tenuto fermo tramite dei pesi. L'artista lavora su carta asciutta e molto assorbente, i colori sono variamente diluiti in acqua e hanno una gamma abbastanza ristretta, di norma 10 o 15. In questo tipo di pittura è necessaria una destrezza tecnica che non è assimilabile a quella dell'acquerello occidentale, infatti tutto si gioca sulla capacità dell'artista di valutare l'assorbimento del colore da parte della carta e di riuscire quindi a controllarne la stesura e la fluidità. Inoltre è necessario che il pittore abbia un controllo perfetto sulla mano per poter ottenere le tipiche velature cromatiche insieme ad una definizione più marcata e precisa delle figure, quasi miniaturiale. Inutile dire nell'ambito di una simile tecnica pittorica le correzioni e le cancellature sono assai difficili, perciò è necessario meditare a lungo sull'esecuzione e scegliere al meglio carta, pennelli e colori.
L'impatto visivo di questi dipinti è veramente eccezionale. Davanti ai nostri occhi si aprono paesaggi montuosi avvolti dalle nuvole, spuntoni di roccia dove la vegetazione si arrampica maestosa. Il verde, l'arancio e il rosso delle foglie campeggiano sui toni grigi del minerale e sui tenui azzurri-grigiastri del cielo che si insinua tra le frastagliature dei monti. Sono scorci su una natura che ci si presenta come qualcosa di sacro, di svettante, quasi un collegamento tra una dimensione divina e l'arte degli uomini.
Con Pier Luigi Cecioni abbiamo avuto modo di interrogarci sul perchè in Corea la pittura sia così legata alla figuratività a discapito delle evoluzioni più concettuali tipiche della contemporanea arte occidentale che tende invece a rompere gli schemi, a sovraccaricare i suoi prodotti di significati e concetti, a sfociare costantemente nella critica andando spesso oltre il suo aspetto fenomenico, in relazione ad una storia dell'arte che sembra sempre aver bisogno della sua avanguardia per progredire. Parlandone abbiamo evidenziato quanto sia importante per capire un'arte come quella Coreana il ruolo della tradizione, soprattutto quella legata al pensiero confuciano, e l'autonomia di questa rispetto a logiche economiche e di critica tipiche dello sviluppo dell'arte occidentale, ma che è nello stesso tempo, come dice bene Pier Luigi Tazzi, "espressione di una società guidata, controllata e diretta da un'ideologia dominante, il socialismo confuciano di stato, o, più precisamente per l'arte e la cultura in genere, dall'idea di Chuch'e, una sorta di valorizzazione autarchica di un'etica unitaria nel rispetto assoluto del Partito dei lavoratori e dei leader del paese, che detengono il potere". I soggetti dei dipinti sono quindi simili fra loro, la tecnica utilizzata è la stessa, ma questo non è un problema per gli artisti coreani, questo non toglie valore alla loro opera. La copia non è vista come qualcosa di disonorevole, qui non siamo all'interno di quel paradigma mimetico dell'arte occidentale che, da Platone in poi, ha visto l'arte come mera copia della realtà, portandola, dapprima, alla ricerca sulle tecniche di osservazione e all'impianto teorico della prospettiva, fino ad arrivare alla radicale distruzione e decostruzione di quest'ultimo in favore di tendenze che rifiutano la stessa rappresentazione e si aprono all'astratto e al concettuale. In questo contesto, quello coreano, si ha piuttosto a che fare con un continuo far emergere la tradizione, che si conserva e si rinnova nelle espressioni individuali, senza mai perdere la sua unità, senza mai disgregarsi e rompersi. Il tratto individuale degli artisti si applica solamente all'abilità tecnico-artigianale di ognuno di essi, senza investire nè il progetto ideale nè le scelte iconografiche, stabiliti a prescindere dalla volontà individuale.
Su questo punto risulta essere particolarmente esplicativa una dichiarazione di Kim Jong Il, ovvero che "Un quadro dev'essere dipinto in modo tale che l'osservatore possa comprenderne il significato. Se le persone che guardano il quadro non riescono a capirlo, per quanto possa essere dotato l'artista che l'ha dipinto, non si può dire che si tratti di un buon quadro". Da questo intervento si può comprendere quanto sia importante per l'arte coreana essere fruibile da tutti. Deve essere l'espressione di qualcosa che va al di là della volontà individuale e che si radica nell'unità e nell'identità di una nazione stretta intorno alla propria tradizione e al proprio Leader, che non ha conosciuto, come dice Maurizio Riotto, "quel confronto tra le classi sociali, frutto anche del rapido sviluppo economico, che invece ha contraddistinto la recente storia (ad esempio) della Corea del Sud" portando in questo modo a grandi movimenti artistici di contestazione assenti, invece, in Corea del Nord.
Dopo queste considerazioni sulla figuratività della pittura tradizionale nordcoreana, possiamo passare alla descrizione dell'altra tipologia di opere esposte che costituiscono la maggior parte della mostra, ovvero i manifesti.
Tutti dipinti a mano, a tempera e talvolta ad acrilico, i manifesti si possono dividere tematicamente in due macrocategorie: politico/militare e sociale. La loro funzione risulta essere molto chiara, ovvero è quella di diffondere messaggi di varia natura. Questo intento viene sempre espresso attraverso un'immagine di facile comprensione e di grande impatto visivo insieme ad una scritta esortativa, celebrativa o esplicativa, di solito uno slogan retorico e roboante.



Il manifesto è commissionato normalmente da un ente statale ad un artista e una volta approvata viene riprodotta dall'artista stesso e da altri a seconda della quantità desiderata. La riproduzione, venendo fatta a mano, mette in luce differenze stilistiche, anche marcate, tra le varie copie, che quindi, in un certo senso, possono considerarsi opere uniche.
Parlando delle principali tematiche, quella politica/militare è espressa il più delle volte con messaggi che tendono alla critica all'imperialismo degli americani e dei giapponesi, visti rispettivamente come possibili invasori ed ex invasori. E' interessante come, in questo contesto, non si parli mai di attaccare, ma sempre di difendersi. Gli americani sono visti come una minaccia per l'autonomia dello stato, come mostri che si travestono da essere innocui per poi attaccare con l'inganno e da cui, perciò, è necessario difendersi con la forza (le scritte dei manifesti legati a questo tema, come ci ha fatto notare Cecioni, sono spesso risibilmente truculente ed associabili ad un linguaggio tipico del mondo del fumetto). A questo proposito, secondo noi, è splendidoil manifesto "Non lasciamoci ingannare dai travestimenti degli imperialisti americani", che raffigura un soldato americano, caratterizzato da pelle violacea, unghie lunghissime e occhi demoniaci, intento ad avanzare con un coltello in mano, nascosto da un esile fuscello adornato da frutti rossi, simbolo di pace e bontà. Dal punto di vista visivo risulta davvero eccezionale.
Altra tematica dei manifesti, fortemente collegata all'ambito militare, è sicuramente l'esortazione e la glorificazione dei soldati e delle forze belliche statali. In questi manifesti spiccano i colori della nazione, in particolare il rosso e il blu, inoltre i militari vengono rappresentati come fieri difensori della patria.
Passando alla tematica sociale, si parla per lo più di esortazioni a comportamenti pratici quotidiani, in particolar modo legati al risparmio energetico e all'economia domestica, oppure a seguire le direttive del governo e a tenere un atteggiamento positivo. Altri invece hanno un intento più celebrativo come quelli riguardanti lo sviluppo di nuove tecnologie utili al Paese.
Queste opere, dal punto di vista puramente visivo, sono caratterizzate da immagini tese a colpire la coscienza dello spettatore, dipinte con colori sgarcianti e molto accesi, dove il rosso, che richiama al fuoco, elemento mobile e purificatore che allude alla rivoluzione socialista, è spesso il protagonista a livello cromatico. Il messaggio risulta quasi sempre immediato e alla portata di tutti, anche grazie alle scritte che accompagnano sempre le immagini.
Tra le cose che ci hanno colpito di più, oltre alla costante felicità quasi irreale che alberga in ognuna di queste rappresentazioni, è la presenza della donna come soggetto abituale, soprattutto nei manifesti sociali. La donna, come ci ha confermato Cecioni, ha un ruolo sociale molto importante ed è la destinataria di numerosi compiti, soprattutto, riguardanti le faccende domestiche e la gestione famigliare. Detto ciò è quindi normale che molti manifesti a tematica sociale come quelli sul risparmio dell'acqua, sull'allevamento o sulla itticoltura abbiano come protagoniste proprio le donne.
Per concludere, Autunno sul monte Kum Gang, si configura come un'importantissima occasione per entrare in contatto con un mondo e un'arte profondamente diversa dalla nostra, una mostra che ci fa riflettere, ci chiede espressamente di liberarci dei nostri pregiudizi e di ammirare la maestria e la cultura millenaria di un popolo "eremita", che pur nei suoi difetti e nei suoi problemi, è troppo spesso caricato, come tutte le cose che non si conoscono, di molti aspetti mostruosi e fantasiosi in modo forse un pò artificioso e imprudente. Riconoscere il valore artistico e l'importanza storica di questi artisti vuol dire compiere un atto di onestà intellettuale, riuscire a decentrarsi per un momento dalla nostra visione e riflettere non solo sulla nostra storia dell'arte in corrispondenza con una realtà tanto diversa, ma anche sulle logiche sociali, economiche e politiche che ne accompagnano la produzione.


domenica 20 ottobre 2013

Orfani

Un gruppo di bambini è addestrato per diventare un'unità di spietati e impavidi guerrieri. Dopo un violentissimo attacco alieno il riscatto della terra parte da loro. Gli Orfani di Mammuccari e Recchioni sono pronti a farsi conoscere in questo fumetto di fantascienza soft, adrenalinico come i migliori blockbuster americani e incalzante come un videogame.






Se avete internet e vi interessate in qualche modo di fumetti non avete potuto non sentirne parlare. Tra promozioni, anteprime, opinioni, interviste, gossip di mercato, promozioni al gamestop e il numero 90 di XL, di "Orfani", la nuova serie Bonelli ideata da Roberto Recchioni e Emiliano Mammuccari, si è parlato moltissimo e la curiosità per la sua uscita è salita vertiginosamente. Se aggiungiamo inoltre che è la prima serie Bonelli ad essere pubblicata interamente a colori, i fattori che innalzano l'hype della serie sono davvero tanti.
Fatta questa premessa, parlerò molto sinceramente. Io sono uno di quelli che ha preso Orfani per la grande pubblicità fatta su blog e siti dell'ambiente fumettistico, perchè da alcuni è stato presentato come una "boccata d'aria fresca", perchè sembrava una figata, perchè si promettevano botte, robottoni e fantascienza, perchè ho messo il "Mi piace" sulla pagina facebook di Orfani per ricevere gli aggiornamneti e la mia situazione mentale, quanto a curiosità, era del tipo "dai, quando esce voglio proprio vedere un pò che cavolo è sto Orfani" e cose simili. Perciò il 16 ottobre eccomi in edicola ad acquistarlo, per dare sfogo alla mia curiosità. Come si può evincere da quello che ho appena detto non sono un fruitore abituale di fumetti Bonelli, non ho opinioni in merito, semplicemente mi sono sempre direzionato su altri tipi di produzioni, percorsi della vita e attrazioni istintuali, nulla di più.





Esprimerò perciò le mie opinioni su Orfani libero da ogni pregiudizio e da ogni cognizione storicizzata del lavoro Bonelli, così come se fossi di fronte a qualsiasi altro fumetto. Qualcuno potrebbe prendere questa premessa come un'ammisione di ignoranza, e in fondo è proprio così, ma da amante del fumetto in generale e da lettore abituale di questi in tutte le salse, credo comunque di poter esprimere un giudizio solo sulla base di ciò che ho letto tenendo ovviamente conto del target di pubblico a cui è rivolto, del soggetto e del tipologia e modalità di distribuzione.
Partiamo dalla trama. Orfani presenta una storia non troppo originale, ma comunque gradevole e ben narrata, infatti il tutto comincia con un classico tema della fantascienza contemporanea ovvero: un catastrofico attacco alieno alla terra. I piani temporali che ci vengono presentati sono due. Nel primo la terra è stata appena attaccata da un potente e misterioso raggio alieno che ha devastato l'intera europa. Tra i pochi soppravvissuti all'attacco, un gruppo di bambini viene prelevato dalle forze militari e successivamente messo alla prova per formare una squadra di combattenti d'elite. Nel secondo piano invece ci troviamo nel bel mezzo di una battaglia tra terrestri e alieni, alla quale parteciperanno anche GLI ORFANI, ormai cresciuti e diventati combattenti fortissimi e spericolati.
Il salto temporale è ben congeniato e crea la giusta suspence e curiosità sia per scoprire gli eventi che hanno portato un gruppo di bambini spaventati a diventare dei guerrieri così forti e sia, ovviamente, per sapere come si evolverà il conflitto tra gli alieni e i terrestri. Perciò le premesse per prendere il secondo volume ci sono tutte.
Se la trama non presenta di certo una particolare originalità, è tuttavia raccontata con dinamicità e scorrevolezza. Inoltre le relazioni e le caratterizzazioni dei personaggi sono buone, anche se un pò stereotipate. Gli orfani si delineano, già da questo primo volume, come un gruppo di personaggi dalle caratteristiche ben definite, differenti nel carattere e nel modo di fare, che impariamo subito ad amare o odiare. La struttura, il modo di raccontare i fatti e i personaggi non possono non ricordarci certi telefilm e film di chiaro stampo statunitense, oltre al mondo videoludico. Questa ultima caratteristica è secondo me è degna di nota. Sfogliando Orfani sembra di aver a che fare con un (ben fatto) blockbuster all'americana: l'azione è adrenalinica, i dialoghi sono spesso un insieme di slogan, citazioni e frasi ad effetto, le immagini sono spettacolari, i personaggi hanno un carisma "da videogames", quasi potessimo scegliere quello che più ci piace, a seconda delle sue qualità, per farlo muovere sullo schermo.



Un'ultima particolare attenzione la meritano i disegni. Il lavoro di Mammuccari e il colore di Lorenzo de Felici e Annalisa Leoni sono davvero molto buoni. Il tratto di Mammuccari è semplice e raffinato e fortemente cinematico nella costruzione delle tavole. Gli ambienti e i personaggi sono magistralmente delineati, le scene di azione hanno la giusta dinamicità ed esprimono ottimamente la tensione, nello stesso tempo il disegno è sempre molto efficace anche nelle scene più riflessive. I colori sono vividi e sgargianti nelle scene più concitate, mentre si fanno più crepuscolari e tenui in situazioni più intime, risultando sempre estremamente funzionali alla narrazione e all'impatto percettivo ed emotivo sul lettore.
Per concludere, Orfani è un fumetto piacevole di fantascienza "soft", senza particolari pretese dal punto di vista riflessivo, non molto originale nella trama, ma comunque capace di intrattenere il lettore con un livello di tensione sempre alto e uno stile grafico fluido e raffinato. A mio personalissimo parere, non è un capolavoro, anzi è un fumetto nella norma, certamente di buona qualità, ma che non cambierà la vita a nessuno al quale, comunque, credo di dare una seconda opportunità prendendo la prossima uscita per vedere come proseguiranno le vicende introdotte in questo primo volume.

martedì 15 ottobre 2013

Local


Un  percorso attraverso noi stessi alla ricerca del significato del viaggiare e del sentirsi a casa.




"Alla fine, la sola cosa che contava era come la pensavo io. Le mie risposte alle mie domande. Ci ho messo molto tempo a capirlo. E, col tempo ho imparato a stare bene con me stessa."



Il tema del viaggio è sicuramente uno dei must della letteratura, ne troviamo traccia fin nei miti, nella letteratura classica, nelle opere di Omero, Dante, Manzoni fino a quelle più vicine a noi. Tendenzialmente viene sempre associato ad un percorso di crescita, scoperta e maturazione. Attraverso il viaggio fisico, reale, il protagonista può compiere un viaggio mentale che lo porta alla scoperta del proprio io, delle proprie debolezze e paure. Local, scritto da Brian Wood e disegnato da Ryan Kelly, è la storia di un viaggio, anzi di tanti piccoli viaggi, fisici e reali ma sopratutto spirituali. La protagonista è un'adolescente problematica Megan Mckeenan, fin qui non sembra nulla di nuovo. Tuttavia fin dalle prime pagine siamo immersi in piccoli scorci della sua esistenza, ogni capitolo ci fornisce un piccolo frammento della sua vita ma anche il pezzo di un mosaico che alla fine del racconto ci permetterà di ricostruire e capire questo personaggio sfaccettato, complesso ed in continua evoluzione e ridefinizione. In questo modo viene rotta la struttura "lineare" spesso tipica romanzi di formazione, a favore di una serie di episodi autoconclusivi temporalmente progressivi. Infatti attraverso questi 12 capitoli che rappresentano 12 anni e differenti posti, Megan si evolve passando da quella che all'inizio ci sembra una ragazzina problematica incapace di scegliersi dei buoni compagni ad una donna consapevole dei propri errori, ma sopratutto di se stessa. 



Accanto a Megan, protagonista decisamente predominante, vediamo altri personaggi ben caratterizzati. In primis c'è la madre. Fino alla sua morte non ne sappiamo nulla, ma successivamente attraverso i ricordi della ragazza riusciamo a esplorarla almeno in parte. Personalmente me ne ero fatta un'idea totalmente sbagliata, quando si inizia a leggere Local e si entra in contatto con un'adolescente fuggita da casa, subito mi è venuto spontaneo pensare che alla base di questo comportamento ci fosse una sorta di incomprensione con i propri genitori. Inoltre non comparendo mai, mi era riuscito spontaneo pensare che non vi fosse nessun tipo di rapporto o legame con questa figura. Ma in realtà non è così e credo che questo sia davvero un passaggio interessante di questo racconto. La madre rappresenta la spinta di propulsione di Megan, la sua ragione di ricerca di se stessa e di un posto da chiamare casa. La madre infatti vive in una condizione fisica di staticità data da un matrimonio che le ha bloccato ogni possibilità di libertà e apertura verso il mondo. Essa ripone nella figlia tutte le sue speranze e i suoi desideri, consapevole che, come lei, Megan non poteva essere felice in quella condizione limitativa. Questa certezza la percepiamo facendo la conoscenza di Nicky, il cugino di Megan. Egli rappresenta esattamente ciò che la ragazza sarebbe diventata se non fosse partita. Nicky sfoga nella violenza tutta la frustrazione derivante dallo stare in un contesto sociale che non gli permette di esprimersi pienamente. Altro personaggio interessante ed a mio parere spaventoso è Matthew, il fratello di Megan. Fin da piccolo viene plagiato dal padre, per lui un modello di riferimento indiscusso, che lo istiga all'odio verso le donne e lo inizia all'alcool. Questo ragazzo cresce senza la capacità di rapportarsi con gli altri e non riuscirà mai ad accettare pienamente la morte del padre. Questo fatto infatti fa collassare Matthew che si trova da solo con la madre con cui ha un pessimo rapporto, mentre Megan continua le sue peregrinazioni pienamente approvate e sostenute dal genitore. La morte della madre rappresenta un'ulteriore ferita per il ragazzo, anche se sembra più un riportare a galla il dolore della morte del padre mai superata in un vortice di ricordi di infanzia.
Tutta questa vicenda si svolge in paesaggi urbani americani ed attraverso piccoli oggetti che prendono senso nella vicenda per la protagonista ed anche per il lettore poichè rappresentano frammenti di storie e ricordi. Questo lo vediamo molto bene nell'episodio ambientato a Toronto, dove una giovane artista, Nancy Bai, ricompone la vita di Megan in un'esposizione attraverso i suoi oggetti personali cercando quindi di interrogarsi su chi sia veramente Megan. Ma l'importante è la storia associata all'oggetto e non l'oggetto in sè, ciò che conta è quello che essi sono stati per chi li ha vissuti, ovvero Megan ed il lettore che attraverso la narrazione ne ha fatto esperienza.
Il disegno assume un'importante ruolo, sostituendosi quando necessario alle parole nella comunicazione dei sentimenti della protagonista. Così narrazione e tratto grafico si bilanciano complessivamente in funzione dei segmenti di storia.
Per concludere, questo fumetto ci mostra un viaggio, un percorso di crescita e maturazione, ma ci costringe ad immergerci in queste situazioni ed a riflettere sul nostro viaggio. Insieme a Megan ci troviamo anche noi, non più solo lettori, a cercare il significato del viaggiare e degli incontri che si parano sul nostro cammino alla ricerca forse di un posto dove sentirci a casa, dove trovare finalmente un equilibrio, dove poter tornare dopo aver trovato risposta alle nostre domande, alle nostre paure ed al nostro vivere.



"Mamma pensava che la libertà fosse il dono più grande che potesse farmi. Ma per me il dono più grande è questa casa. Un posto dove ritornare al momento giusto."

lunedì 14 ottobre 2013

The Nightly News

Critica ai media, satira politica, follia, ironia e ancora follia. Un gruppo di assassini schizzoidi del tipo "Ti sparo un colpo in testa e poi mi do fuoco a Time Square" hanno deciso che è ora di fare un pò di pulizia tra i giornalisti perchè glielo dice LA VOCE di una cassetta, ma qualcuno, ai piani alti, non è così daccordo. The Nightly News, ovvero una menzogna narrata in sei parti da quel pazzo visionario di Jonathan Hickman.



 

Su questo blog di Jonathan Hickman abbiamo già avuto modo di parlare e anche piuttosto bene. Il suo Pax Romana mi aveva entusiasmato molto, un'opera caratterizzata da una freschezza e originalità grafica e narrativa ammirevoli, che a fine lettura mi aveva fatto venir voglia di consigliarla a chiunque, amanti dei fumetti e non.
Come avrete già intuito, quest'oggi parleremo ancora di Hickman e di un'altra opera celebre della sua produzione, ovvero The Nightly News. Dopo Pax Romana e qualche commentino letto in rete, sono praticamente andato ad occhi chiusi sull'acquisto di questo volume che si è rivelato giustamente interessante.
Prima di entrare nel merito dell'opera credo che sia meglio fare una premessa personale sul suo contenuto. The Nightly News ci parla di comunicazione e complottismo mediatico, di manipolazione dell'informazione nel senso psico-patologico del termine, di media forti che guidano le scelte della popolazione, che indirizzano le scelte politiche ed economiche, che cambiano, influenzano e distruggono la vita dello stato o di una città, fino ad arrivare al singolo cittadino annientato da un servizio televisivo o da un articolo giornalistico.
Su questo tema si è scritto probabilmente troppo e spesso male. Dichiaro subito di non essere un amante del complottismo gratuito e dei pensieri ultracritici e ultrapessimistici intorno ai media, troppo spesso trovo questi discorsi superficiali, allarmisti, populisti, demagogici e quasi fideistici in quanto ad argomentazioni. Inoltre, il "Critical Media", è diventato un tema usurato e spesso svuotato di senso, non solo nelle sue manifestazioni più "pop" come film, fumetti, cartoni o programmi sugli ufo e misteri della storia (questi ultimi non sono al livello dei primi, intendiamoci, sono molto peggio), ma anche nei piani della "cultura alta" vedi filosofi, sociologi, politologi e tutta quell'altra gente "che sa le cose". Come tematica di riflessione culturale mi è particolarmente ostica e molto spesso quando leggo certe cose tendo a farmi saltare i nervi molto velocemente.






Detto questo, cosa dire di The Nightly News? Perchè leggere un'altra sbrodolata su tutto ciò che il potere ci inculca dall'alto, su quanto non siamo liberi, su quanto il bombardamento mediatico ci fotta il cervello ogni giorno, rendendoci fantocci controllati da fantasmatici burattinai che si nascondono dietro una voce, una pagina di giornale o uno schermo televisivo? Perchè mai qualcuno dovrebbe comprare questo volume? Perchè io ho acquistato The Nightly News?
Innanzitutto l'ho preso per lo stile di Hickman. Lo stile di Hickman è qualcosa di unico. Le pagine si presentano in un mix di fumetto e infografica che ti colpisce gli occhi con la potenza di un cartellone pubblicitario. L'autore spacca costantemente l'impostazione strutturale fumettistica più classica, la griglia è spesso inesistente, le immagini si accavallano ed esplodono in macchie di colore simil aerografato. 








E' una vera bellezza da vedere e già questo merita sicuramente riguardo, ma andiamo oltre, andiamo alla trama.
La trama di The Nightly News è molto semplice ed è più o meno questa: nella New York dei nostri giorni una persona che si fa chiamare "La Mano" predica la ribellione al sistema mediatico vigente e recluta, per conto di un misterioso ideologo chiamato "La Voce", nuovi adepti per eliminare fisicamente e violentemente i rappresentati della categoria in modo da limitarne il potere manipolatorio, distruttivo e oscurantista. Tutto già visto, tutto già sentito. Allora dove sta, oltre all'accattivante stile grafico, l'interesse di quest'opera? A mio parere la cosa interessante risiede nell'ambiguità e negli interrogativi che la narrazione e, soprattutto il modo della narrazione, riesce a suscitare. Hickman gioca a metà tra finzione e documetario, inserisce tabelle piene di dati (fonti reali), invoglia il lettore a fare ricerche su quello che scrive, ma nello stesso tempo si prende in giro, esagera, sfida il lettore, usa degli slogan, mette in campo egli stesso stilemi della pubblicità e del linguaggio mediatico contro il quale, a regola, starebbe muovendo una critica.






The Nightly News non è un'opera sincera e non ha intenzione di esserlo. Scorrendo le pagine non può non rimbalzarci in mente la domanda posta da Andy Diggle nella sua prefazione: "Hickman crede davvero alla merda che diffonde?" e l'unica risposta che sembra poter dare il lettore è: "beh, non saprei...probabilmente no, ma magari in qualcosa si" ed è proprio qui che secondo me sta tutta la forza dell'opera, nella sua ambiguità! The Nightly News è una critica al sistema mediatico e ai suoi mezzi manipolatori, ma è, nello stesso tempo, un prodotto classico e uno strumento comunicativo di questo stesso sistema. Hickman questo lo sa bene e si muove come un elastico tra la presa di posizione, la smentita e la mediazione, gioca a nascondino, sdrammatizza e poi rilancia.
C'è una vena di cattiveria e di follia che pervade tutto il fumetto. A Hickman piace dissacrare, ironizzare su tutto, portare all'estremo le situazioni e lo fa molto bene. Per questo la sua opera è da prendere costantemente con le pinze, bisogna riuscire sempre a mantenerne una certa distanza e a non prenderla troppo sul serio, per riuscire ad apprezzarne il valore. Infatti se la prendessimo solamente come un documentario, come una critica strutturata e sincera al sistema mediatico, perderebbe interesse, in quanto si rivelerebbe soltanto come un insipido cocktail di Chomskismo semplificato con un pò di violenza e complottismo blandamente sostenuto da qualche statistica, insomma, una roba per far presa su un adolescente ribelle aspirante attivista, ma nulla di più. Mentre invece se riusciamo a perderci nell'ambiguità, a farci cullare dalla follia dei protagonisti, ad entrare nel subdolo gioco di rimandi e citazioni di Hickman, a saper ridere della sua ironia tagliente e della sua critica più spregiudicata allora l'opera acquista interesse e finisce per appasionarci, divertirci e ovviamente anche farci davvero riflettere.


sabato 5 ottobre 2013

Crossroads di El Gato Chimney

Crocevia eterni, riti arcaici, personaggi grotteschi e surreali. Riscopriamo melodie antiche, superstizioni, miti e religione popolare attraverso lo stile calligrafico e gli intensi colori de El Gato Chimney.  






Alla galleria Antonio Colombo, in via solferino a Milano, è aperta, dal 26 settembre fino al 14 novembre, la personale di El Gato Chimney dal nome "Crossroads". Dico la verità, io, El gato chimney, non sapevo nemmeno chi fosse. Un'amica durante un'interessante conversazione su facebook mi ha passato il link della pagina personale dell'artista e, dopo aver visto qualche immagine delle sue opere, mi sono convinto che se fossi riuscito ad andare a vedere la sua mostra a Milano sarebbe stata una bella cosa. Così è stato.
Partiamo dalle basi. Chi è El gato Chimney? Marco Campori, aka El Gato Chimney, nasce a Milano nel 1981 dove vive e lavora tutt'ora. Artista autodidatta, Chimney, inizia dalla strada avvicinandosi al mondo della Street Art e del writing nel pieno degli anni '90, successivamente la sua arte si evolve in senso più figurativo, esprimendosi nella creazione di posters, murales e stickers che si legano al tessuto urbano esplorando le potenzialità di supporti e materiali differenti. Negli ultimi anni le sue opere si fanno sempre più sofisticate e diventano il risultato di una profonda ricerca artistica in studio. I colori, i soggetti e i paesaggi che dapprima popolavano lo spazio cittadino diventano più complessi e vanno ad abitare la tela, dando vita a nuovi mondi surreali e misteriosi.
Le influenze artistiche e percettive di El gato Chimney sono molteplici. Sicuramente ci sono i graffiti, la street art e la cultura hip-hop (Doze Green è infatti uno dei suoi "maestri"), legati ai suoi esordi artistici, ma troviamo anche tanti altri riferimenti come: il folklore popolare, specialmente quello nordico, la cultura tribale, l'arte oceanica, l'esoterismo, il realismo magico, il fumetto, l'estetica steampunk e il surrealismo.





Le opere esposte in via Solferino si carattarizzano immediatamente alla vista per i colori, caldi e intensi, e per un tratto preciso e calligrafico. L'iconografia che l'artista ci propone è qualcosa di antico, che richiama le miniature e alcune illustrazioni di guerra medievali o spostamenti di comitive ecclesiatiche. Questa impressione viene resa attraverso figure irreali, chimeriche: piccoli uccellini antropomorfi, passerotti mascherati, scimmie vestite come sacerdoti, piccoli mostri coperti da abiti lunghi e cappe bianche, maschere primitive che celano chissà quali esseri. Processioni e migrazioni, rituali ancestrali, fanfare di personaggi grotteschi e surreali che attraversano luoghi metafisici caratterizzati da una strana calma onirica. Il filo conduttore della mostra sembra essere proprio il passaggio rituale espresso dallo stilema iconico del crocicchio, l'incrocio di tre strade della Dea Ecate, luogo dove convergono il giorno e la notte, il mondo dei vivi e quello sotteraneo dell'ade. Il visitatore è catapultato in un mondo dal significato enigmatico ed ermetico, davanti a noi si svolgono delle azioni, ci sono degli esseri che sembrano tendere verso qualcosa, ma noi possiamo solo cercare di interpretare questo tripudio di figure, andando a richiamare i nostri legami più profondi con la tradizione orale, i miti, la religione popolare, le credenze, le superstizioni e la commistione primordiale tra natura e cultura.





Nonostante i colori e l'aria folkloristica delle scene rappresentate, su di esse sembra aleggiare una strana senzazione di oblio e di morte, così come nelle opere di Bosh o dei fiamminghi, di cui El Gato Chimney sembra un parente stretto, sia dal punto di vista compositivo e tecnico, sia per la quantità di particolari che riesce ad imprimere sulla tela.
I cieli dei quadri meritano sicuramente una menzione particolare. L'autore, infatti, li divide sempre a metà con un'immaginaria linea retta che curva bruscamente in un'arcata siderale. Una dicotomia di incontro e repulsione tra una dimensione più chiara ed elettrica e una più plumbea e scura, forse il giorno e la notte, la vita e la morte, a nessuno è dato saperlo con precisione, sicuramente si ha l'impressione di essere di fronte ad un legame ancestrale dei contrari, qualcosa di creativo e di poietico, qualcosa alla base della stessa nascita dell'universo come ci diceva Eraclito, tanto tempo fa.





Questi incroci senza tempo diventano anche spazi per la dispersione di oggetti e simboli, come in un cassetto di cose dimenticate o una camera delle meraviglie. Chiavi, serrature, maschere, civette e numeri, un universo simbolico inaccessibile che trasforma ogni quadro in un rebus senza soluzione, quasi un feticcio dalla funzione apotropaica, giocando con la tradizione un immaginario misticheggiante. Oggetti comuni abbandonati per sempre o lasciati in attesa di qualcuno che assumono un'aria sacra ed eterna.
Concludendo, "Crossroads" è una mostra molto affascinante. Pur non contando tante opere, questa personale di El Gato Chimney, riesce a trasportare lo spettatore in un'altra dimensione dove folklore, leggende lontane, sogni e sacralità primitiva si fondono con un'estetica pop e surrealistica il tutto condito da uno stile pittorico che rimanda alla tradizione nordica e fiamminga. Una collisione di mondi e sensazioni davvero da sperimentare e possibilmente da non perdere.



martedì 24 settembre 2013

Mutty si presenta

Un centro polifunzionale dove arte, cultura e persone possano interagire ed arricchirsi reciprocamente. 


"Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere tutto quello che si vuole, colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose... La semplificazione è segno di intelligenza". 
[Bruno Munari]



Il 22 Settembre presso Castiglione delle Stiviere è stato inaugurato Mutty. La partenza promette già bene e vanta un carnet di eventi per i prossimi 4 mesi vari ed interessanti, che spaziano tra mostre e laboratori. 
Il sito su cui sorge era in precedenza occupato dalle officine Mutti, dal team di progetto è stato quindi deciso di mantenere il background culturale del luogo riprendendone il nome e l'estetica industriale. 



Gli interni si dividono essenzialmente in 3 macro aree con un vano di distribuzione centrale che configura 4 stanze. Al piano terra troviamo il Book Shop e la Caffetteria. Il primo vanta una scelta davvero ricercata di proposte letterarie che coprono varie aree di interesse. Un'ampia sezione è dedicata ai libri per i più piccoli, questa scelta si lega indiscussamente alle varie attività laboratoriali che Mutty propone. Una vasta area è dedicata alle opere di Munari, attualmente in mostra al piano superiore. Inoltre troviamo molte graphic novel, fumetti e libri illustrati. Protagonisti in questo spazio risultano quindi i libri d'arte, design, architettura e linguaggi visuali. Un piccolo spazio è invece dedicato a gadget ed accessori. Particolarmente interessanti, in questa sezione, sono le lattine contenenti i semi di differenti piante firmate Mutty, un'iniziativa divertente ed ecologica!



Lo spazio caffetteria è arredato interamente con materiali di recupero industriale ed oggetti restaurati. Viene dato ampio spazio all'uso del ferro accanto al legno grezzo, richiamando quindi le officine Mutti. Bellissimo è il bancone della caffetteria assemblato utilizzando vecchi travi. I tavoli in ferro sono contornati da poltrone in pelle e sedie in legno anni '50 riveniciate con toni accesi e restaurate, questa varietà rende l'ambiente stimolante ed in rapporto continuo con il fruitore che è portato a scegliere il colore o la forma che più lo aggrada. In questo ambiente luminoso ed in contatto diretto con il giardino esterno tramite le ampie vetrate è stato ritagliato anche uno spazio per la musica dal vivo. In questo luogo infatti, durante l'inaugurazione, il gruppo New Adventures in Lo-Fi si è esibito facendo da colonna sonora all'evento. 
Al piano di sopra invece si trovano due sale dedicate a mostre e laboratori. L'essenzialità caratterizza questi spazi minimi e molto luminosi, che si prestano ad accogliere le più svariate iniziative proprio per la loro semplicità. 



Attualmente in mostra in questo luogo vi è la Mostra Collettiva su Munari organizzata da Corraini Arte Contemporanea ed edizioni. I materiali proposti sono molteplici e tutti molto interessanti, frutto di una collaborazione longeva e fruttifera tra l'autore e la galleria d'arte e casa editrice Corraini. Per questa, infatti, egli aveva anche eseguito un intervento grafico sul logo. Non poteva esserci autore più azzeccato ad inaugurare uno spazio come questo, mosso da una forte propensione verso l'esterno, la città ed i bambini. La figura di Munari non si può di certo etichettare, egli nella sua vita è stato un designer, un artista, un insegnante, un educatore, insomma, un intellettuale eclettico e creativo. Proprio la creatività sta alla base delle sue opere e della sua propensione al mondo dell'infanzia e del gioco. In tutti i suoi lavori si legge quella componente ironica e vitale che pervadeva la sua persona. Un uomo capace di trasformare gli oggetti quotidiani più semplici in qualcos'altro, qualcosa di emotivo, divertente e ludico. Emblematiche in questo sono le Forchette Parlanti esposte in questa occasione, di cui l'autore stesso dice "sono un gioco, una specie di ginnastica mentale, come quella che faccio con i bambini". Accanto a queste troviamo esposti i libri per l'infanzia e gli studi di oggetti a partire dalle forme naturali e gli organismi cellulari. Ci viene offerta una panoramica efficace del "creativo" e "intellettuale" Munari attraverso le sue produzioni, mai troppo letterarie, e i disegni. Possiamo quindi toccare con mano il libro illeggibile che forse illegibile poi non è ed i libri della serie MN.
La presentazione di Mutty, con la mostra inaugarale su Munari, non può che sembrarci perfettamente coerente con le attività proposte da qui in avanti. Uno spazio semplice, capace di accogliere le molteplici sfaccettature della costellazione artistica proprio in funzione di questa semplicità. Uno spazio per vedere, ma anche per fare, partecipare e collaborare. 

Foto tratte dalla pagina facebook di Mutty:
Mutty pagina facebook
http://mutty.it/

Sito Corraini: http://www.corraini.com/