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sabato 16 novembre 2013

Australia



Aborigeni, coloni e immigrati. L’Australia a Londra



Sono un frequente fruitore di voli low cost mentali verso le destinazioni più disparate e devo dire che tra le mie mete preferite ci sono sempre state gli Stati Uniti e l’Australia.
Gli States ce li ho sempre avuti in testa, perché, in un certo senso, li ho sempre avuti davanti agli occhi e dentro le orecchie. Ci sono cresciuto con il mito dell’America, mi è sempre stata vicina, e ormai aspetto solo l’occasione per  prendere un aereo vero che mi ci porti e, magari, scoprire che il posto dove sono stato con la fantasia, ormai migliaia di volte, non centra nulla con quello reale.
 L’Australia, invece, mi ispira perché è lontana. Ho visto documentari, foto e qualche film che mi hanno parlato in qualche modo di questo continente enorme, dominato da una natura imponente e selvaggia, crogiolo di culture e mistione di popoli. Tuttavia per me rimane una terra quasi immaginaria, alla quale non riesco a dare un’identità, nemmeno creandola nella mia testa. L’Australia per me rimane il continente ai confini del mondo.
Dal 20 settembre al 8 dicembre, forse, questa distanza può diminuire, almeno per chi ha la fortuna di essere a Londra nel suddetto periodo. La Royal Academy, infatti, ospita “Australia”, una mostra-evento, ricca ed ambiziosa, che si propone l’intendo di raccontare il Paese nelle sue molteplici sfaccettature dal 1770, anno di arrivo dei primi coloni britannici, fino ai giorni nostri.
Più di duecento opere, tra dipinti, disegni, acquerelli e fotografie, per accompagnare il visitatore lungo un percorso tematico e storico il più possibile esaustivo. “Australia” è il maestoso tentativo di far conoscere il continente esplorando le sue varie anime sociali e culturali: si va dall’arte dei colonizzatori e immigrati occidentali a quella degli aborigeni contemporanei.



Il paesaggio è sicuramente il protagonista principale delle produzioni. Terra antica, di aspra e sublime bellezza, pervasa dal mistero di tradizioni ancestrali, gli infiniti spazi australiani sono  stati l’ispirazione per un gran numero di artisti. Nelle opere esposte trova inoltre espressione la complessa stratificazione di un tessuto collettivo, fatto di stili e tradizioni differenti. Un continente costantemente in bilico tra rivendicazioni locali e influenze europee, calate, comunque, in una storicità del tutto autonoma.
 

Tra i pezzi in mostra, ammiriamo l’arte aborigena con il gruppo Papunya Tula , Albert Namatjira, Rover Thomas, Emily Kngwarreye, che ci parlano del grande deserto occidentale. Accanto a loro troviamo l’arte dei pionieri, degli immigrati ottocenteschi e degli impressionisti che ritraggono i “Bushfire”, gli incendi dei grandi cespugli australiani, usati dai natii per controllare il territorio. Infine i modernisti e il ventesimo secolo, con artisti riconosciuti  a livello internazionale, come Simryn Gill, Bill Henson o Tracey Moffat. Abbiamo inoltre  la riscoperta delle leggende e delle tradizioni locali, come quella di Ned Kelly, eroe simbolo della lotta contro l’oppressione occidentale, riportato alla vita dalle opere di Sidney Nolan.

“Il paese mi parla. Abbiamo bisogno di persone che comprendano il paese, il modo in cui è connesso… la parentela, la canzone, la danza sono tutte connesse al paese.”  

In queste parole dell’artista aborigeno Djambawa Marawil, potrebbe essere riassunta l’essenza dell’arte australiana. Un’arte che è intrinsecamente legata e intrecciata alla terra dove nasce, alle sue storie e agli uomini che l’hanno popolata. Tutto questo ritorna ora verso la patria colonizzatrice, colei che ha fornito alcuni dei geni che hanno contribuito alla formazione di una nuova terra, unica e originale, che reclama in questo momento il suo posto legittimo all’interno della storia dell’arte mondiale.


Per trovare l'articolo originale scritto da me:
http://www.artspecialday.com/laustralia-a-londra-aborigeni-coloni-e-immigrati/

lunedì 21 ottobre 2013

Autunno sul monte Kum Gang

"Il monte Kum Gang non si dimentica neppure nel sonno"
[detto coreano]


Autunno sul monte Kum Gang

Abbiamo già avuto modo di parlare positivamente di Mutty in occasione della sua inaugurazione avvenuta lo scorso 22 settembre a Castiglione delle Stiviere. Come avevamo accennato, la partenza prometteva già bene, non solo per l'ottima organizzazione dello spazio, per l'eccellente servizio svolto dalla raffinata caffetteria e dal ricercato Book Shop al piano terra, ricco di proposte letterarie davvero interessanti, ma, inoltre, per il corposissimo carnet di eventi in programma per i prossimi mesi.
Dopo la precedente mostra collettiva su Bruno Munari, organizzata da Corraini Arte Contemporanea Edizioni, che aveva dato il via alle iniziative del Mutty, sabato 19 Ottobre è stata inaugurata una nuova mostra intitolata "Autunno sul monte Kum Gang". Noi di Philartdesign ci siamo stati ed è stata una bellissima esperienza.
La mostra si presenta come uno stimolante scorcio sulla produzione artistica nordcoreana. Le opere proposte sono di difficile reperabilità e sono potute arrivare a far parte di questa mostra grazie al competente lavoro culturale e alla grande sensibilità artistica di Pier Luigi Cecioni, presidente dell'Associazione culturale studi nordcoreani di Firenze, in collaborazione con lo Staff di Mutty, che ha dimostrato la sua perspicacia e la sua passione nel cercare di proporre percorsi culturali non troppo battuti, ma sicuramente di grande importanza artistica e ricchi di spunti di riflessione sul nostro presente.
L'esposizione contiene principalmente due tipologie di opere: alla prima tipologia appartengono i dipinti realizzati con la tradizionale tecnica pittorica denominata "Korean Painting" (di cui parleremo in seguito), mentre la seconda tipologia consiste in una serie di manifesti di propaganda commissionati dal regime e dipinti a mano.
Tutte le opere a china e parte dei manifesti sono stati realizzati dal Mansudae Art Studio di Pyongyang, la capitale della Corea del Nord. Fondato nel 1959 è uno dei più grandi centri di produzione artistica mondiale e, ovviamente, il più importate del Paese. Situato vicino al centro della città, occupa una superficie di 120000 metri quadri e ospita 4000 addetti di cui circa 1000 sono artisti. Il Mansuedae Art Studio ha realizzato quasi tutte le opere ufficiali della nazione comprese quelle monumentali e ha parecchie richieste anche all'estero. Esso è diviso in 13 gruppi creativi, tra cui il più importante è quello del Korean Painting. Altri gruppi sono pittura a olio, scultura, xilografia, poster, arti applicate, design, ricamo mosaico e Jewel Painting, una tecnica tipicamente coreana che utilizza pietre ridotte in polvere. Gli artisti del Mansudae hanno un'età che va dai 23 anni ai 70 e sono quasi tutti laureati alla facoltà delle belle arti di Pyongyang, l'ammissione alla quale è particolarmente difficile. Dopo la laurea solo gli artisti migliori sono invitati ad entrare nel Mansudae, in questo modo viene riconosciuta l'abilità dei singoli e, all'interno di esso, tutti gli addetti godono di uguale dignità. Dal 2006 Il Mansudae Art Studio ha una rappresentanza in Italia e dal 2009 ha anche un bellissimo spazio espositivo nel distretto 798 di Pechino, uno dei quartieri di arte contemporanea più attivo e vivace del mondo.



Passando allo specifico contenuto della mostra, come già accennato, insieme con il dipinto che da il nome all'esposizione, troviamo alcune opere realizzate con la tecnica del Korean Painting, tradizionale pittura a china policroma su carta, che raffigurano paesaggi montuosi. Con la stessa tecnica, a troneggiare su un'ampia parete bianca, troviamo "Giovani che costruiscono una centrale elettrica", l' opera principale della mostra. Questo dipinto di grandi dimensioni (1,75x3,50) raffigura un gruppo di giovani intenti a trascinare, con quella che sembra essere un'enorme slitta, i materiali necessari alla costruzione di una centrale elettrica in una zona montagnosa ed impervia. Il soggetto risulta riferibile al realismo socialista sia nel contenuto che nello stile e si presenta come una celebrazione dell'impegno e della fatica necessari alla costruzione delle infrastrutture per produrre energia, soprattutto in un territorio per l'80% montagnoso come quello nordcoreano.
Sia negli splendidi paesaggi che in quest'ultima opera, si può ammirare l'enorme maestria necessaria alla produzione di opere secondo i dettami stilistici del Korean Painting.
Il Korean Painting viene eseguito tradizionalmente in orizzontale, formato permettendo, somigliando in questo alle calligrafie. Il foglio è steso su un piano rivestito da uno spesso panno morbido e tenuto fermo tramite dei pesi. L'artista lavora su carta asciutta e molto assorbente, i colori sono variamente diluiti in acqua e hanno una gamma abbastanza ristretta, di norma 10 o 15. In questo tipo di pittura è necessaria una destrezza tecnica che non è assimilabile a quella dell'acquerello occidentale, infatti tutto si gioca sulla capacità dell'artista di valutare l'assorbimento del colore da parte della carta e di riuscire quindi a controllarne la stesura e la fluidità. Inoltre è necessario che il pittore abbia un controllo perfetto sulla mano per poter ottenere le tipiche velature cromatiche insieme ad una definizione più marcata e precisa delle figure, quasi miniaturiale. Inutile dire nell'ambito di una simile tecnica pittorica le correzioni e le cancellature sono assai difficili, perciò è necessario meditare a lungo sull'esecuzione e scegliere al meglio carta, pennelli e colori.
L'impatto visivo di questi dipinti è veramente eccezionale. Davanti ai nostri occhi si aprono paesaggi montuosi avvolti dalle nuvole, spuntoni di roccia dove la vegetazione si arrampica maestosa. Il verde, l'arancio e il rosso delle foglie campeggiano sui toni grigi del minerale e sui tenui azzurri-grigiastri del cielo che si insinua tra le frastagliature dei monti. Sono scorci su una natura che ci si presenta come qualcosa di sacro, di svettante, quasi un collegamento tra una dimensione divina e l'arte degli uomini.
Con Pier Luigi Cecioni abbiamo avuto modo di interrogarci sul perchè in Corea la pittura sia così legata alla figuratività a discapito delle evoluzioni più concettuali tipiche della contemporanea arte occidentale che tende invece a rompere gli schemi, a sovraccaricare i suoi prodotti di significati e concetti, a sfociare costantemente nella critica andando spesso oltre il suo aspetto fenomenico, in relazione ad una storia dell'arte che sembra sempre aver bisogno della sua avanguardia per progredire. Parlandone abbiamo evidenziato quanto sia importante per capire un'arte come quella Coreana il ruolo della tradizione, soprattutto quella legata al pensiero confuciano, e l'autonomia di questa rispetto a logiche economiche e di critica tipiche dello sviluppo dell'arte occidentale, ma che è nello stesso tempo, come dice bene Pier Luigi Tazzi, "espressione di una società guidata, controllata e diretta da un'ideologia dominante, il socialismo confuciano di stato, o, più precisamente per l'arte e la cultura in genere, dall'idea di Chuch'e, una sorta di valorizzazione autarchica di un'etica unitaria nel rispetto assoluto del Partito dei lavoratori e dei leader del paese, che detengono il potere". I soggetti dei dipinti sono quindi simili fra loro, la tecnica utilizzata è la stessa, ma questo non è un problema per gli artisti coreani, questo non toglie valore alla loro opera. La copia non è vista come qualcosa di disonorevole, qui non siamo all'interno di quel paradigma mimetico dell'arte occidentale che, da Platone in poi, ha visto l'arte come mera copia della realtà, portandola, dapprima, alla ricerca sulle tecniche di osservazione e all'impianto teorico della prospettiva, fino ad arrivare alla radicale distruzione e decostruzione di quest'ultimo in favore di tendenze che rifiutano la stessa rappresentazione e si aprono all'astratto e al concettuale. In questo contesto, quello coreano, si ha piuttosto a che fare con un continuo far emergere la tradizione, che si conserva e si rinnova nelle espressioni individuali, senza mai perdere la sua unità, senza mai disgregarsi e rompersi. Il tratto individuale degli artisti si applica solamente all'abilità tecnico-artigianale di ognuno di essi, senza investire nè il progetto ideale nè le scelte iconografiche, stabiliti a prescindere dalla volontà individuale.
Su questo punto risulta essere particolarmente esplicativa una dichiarazione di Kim Jong Il, ovvero che "Un quadro dev'essere dipinto in modo tale che l'osservatore possa comprenderne il significato. Se le persone che guardano il quadro non riescono a capirlo, per quanto possa essere dotato l'artista che l'ha dipinto, non si può dire che si tratti di un buon quadro". Da questo intervento si può comprendere quanto sia importante per l'arte coreana essere fruibile da tutti. Deve essere l'espressione di qualcosa che va al di là della volontà individuale e che si radica nell'unità e nell'identità di una nazione stretta intorno alla propria tradizione e al proprio Leader, che non ha conosciuto, come dice Maurizio Riotto, "quel confronto tra le classi sociali, frutto anche del rapido sviluppo economico, che invece ha contraddistinto la recente storia (ad esempio) della Corea del Sud" portando in questo modo a grandi movimenti artistici di contestazione assenti, invece, in Corea del Nord.
Dopo queste considerazioni sulla figuratività della pittura tradizionale nordcoreana, possiamo passare alla descrizione dell'altra tipologia di opere esposte che costituiscono la maggior parte della mostra, ovvero i manifesti.
Tutti dipinti a mano, a tempera e talvolta ad acrilico, i manifesti si possono dividere tematicamente in due macrocategorie: politico/militare e sociale. La loro funzione risulta essere molto chiara, ovvero è quella di diffondere messaggi di varia natura. Questo intento viene sempre espresso attraverso un'immagine di facile comprensione e di grande impatto visivo insieme ad una scritta esortativa, celebrativa o esplicativa, di solito uno slogan retorico e roboante.



Il manifesto è commissionato normalmente da un ente statale ad un artista e una volta approvata viene riprodotta dall'artista stesso e da altri a seconda della quantità desiderata. La riproduzione, venendo fatta a mano, mette in luce differenze stilistiche, anche marcate, tra le varie copie, che quindi, in un certo senso, possono considerarsi opere uniche.
Parlando delle principali tematiche, quella politica/militare è espressa il più delle volte con messaggi che tendono alla critica all'imperialismo degli americani e dei giapponesi, visti rispettivamente come possibili invasori ed ex invasori. E' interessante come, in questo contesto, non si parli mai di attaccare, ma sempre di difendersi. Gli americani sono visti come una minaccia per l'autonomia dello stato, come mostri che si travestono da essere innocui per poi attaccare con l'inganno e da cui, perciò, è necessario difendersi con la forza (le scritte dei manifesti legati a questo tema, come ci ha fatto notare Cecioni, sono spesso risibilmente truculente ed associabili ad un linguaggio tipico del mondo del fumetto). A questo proposito, secondo noi, è splendidoil manifesto "Non lasciamoci ingannare dai travestimenti degli imperialisti americani", che raffigura un soldato americano, caratterizzato da pelle violacea, unghie lunghissime e occhi demoniaci, intento ad avanzare con un coltello in mano, nascosto da un esile fuscello adornato da frutti rossi, simbolo di pace e bontà. Dal punto di vista visivo risulta davvero eccezionale.
Altra tematica dei manifesti, fortemente collegata all'ambito militare, è sicuramente l'esortazione e la glorificazione dei soldati e delle forze belliche statali. In questi manifesti spiccano i colori della nazione, in particolare il rosso e il blu, inoltre i militari vengono rappresentati come fieri difensori della patria.
Passando alla tematica sociale, si parla per lo più di esortazioni a comportamenti pratici quotidiani, in particolar modo legati al risparmio energetico e all'economia domestica, oppure a seguire le direttive del governo e a tenere un atteggiamento positivo. Altri invece hanno un intento più celebrativo come quelli riguardanti lo sviluppo di nuove tecnologie utili al Paese.
Queste opere, dal punto di vista puramente visivo, sono caratterizzate da immagini tese a colpire la coscienza dello spettatore, dipinte con colori sgarcianti e molto accesi, dove il rosso, che richiama al fuoco, elemento mobile e purificatore che allude alla rivoluzione socialista, è spesso il protagonista a livello cromatico. Il messaggio risulta quasi sempre immediato e alla portata di tutti, anche grazie alle scritte che accompagnano sempre le immagini.
Tra le cose che ci hanno colpito di più, oltre alla costante felicità quasi irreale che alberga in ognuna di queste rappresentazioni, è la presenza della donna come soggetto abituale, soprattutto nei manifesti sociali. La donna, come ci ha confermato Cecioni, ha un ruolo sociale molto importante ed è la destinataria di numerosi compiti, soprattutto, riguardanti le faccende domestiche e la gestione famigliare. Detto ciò è quindi normale che molti manifesti a tematica sociale come quelli sul risparmio dell'acqua, sull'allevamento o sulla itticoltura abbiano come protagoniste proprio le donne.
Per concludere, Autunno sul monte Kum Gang, si configura come un'importantissima occasione per entrare in contatto con un mondo e un'arte profondamente diversa dalla nostra, una mostra che ci fa riflettere, ci chiede espressamente di liberarci dei nostri pregiudizi e di ammirare la maestria e la cultura millenaria di un popolo "eremita", che pur nei suoi difetti e nei suoi problemi, è troppo spesso caricato, come tutte le cose che non si conoscono, di molti aspetti mostruosi e fantasiosi in modo forse un pò artificioso e imprudente. Riconoscere il valore artistico e l'importanza storica di questi artisti vuol dire compiere un atto di onestà intellettuale, riuscire a decentrarsi per un momento dalla nostra visione e riflettere non solo sulla nostra storia dell'arte in corrispondenza con una realtà tanto diversa, ma anche sulle logiche sociali, economiche e politiche che ne accompagnano la produzione.


mercoledì 9 ottobre 2013

Pollock e gli Irascibili



"Un quadro non riguarda un'esperienza, è un'esperienza" [M.Rothko]


Locandina mostra





Al Palazzo Reale di Milano è aperta, dal 24 Settembre al 16 Febbario, la mostra intitolata "Pollock e gli Irascibili. La scuola di New York", che ospita 49 capolavori provenienti dal Whitney Museum of American Art di New York e apre ufficialmente l'"Autunno Americano" di Milano, bel ciclo di eventi culturali dedicati alla produzione artistica d'oltreoceano e omaggio al 2013 Americano, che è stato l'anno della cultura italiana in America.
"Pollock e gli Irascibili" è già la terza collaborazione tra Palazzo Reale e il Whitney Museum, dopo l'esposizione intitolata "New York Renaissence, Masterworks from Whitney Museum of American Art", dedicato alla "rinascita" di New York dopo i fatti dell'11 settembre e dopo la bellissima retrospettiva su Hopper del 2002.
Le 49 opere in mostra attualmente a Palazzo Reale sono temporalmente comprese tra la fine degli anni '30 e la metà degli anni '60 ed appartengono a quel movimento artistico, che è più una sorta di "aria di famiglia" o sensibilità comune, che è generalmente chiamato Espressionismo Astratto o Scuola di New York.
Il dopo guerra americano fu un momento di grande importanza per l'arte mondiale. Per la prima volta nella storia, un movimento d'avanguardia non partiva dall'Europa, ma dall'America. In questo periodo il cuore pulsante dell'arte non risiede più a Parigi o a Berlino, ma a New York.
Questo spostamento di baricentro dall'Europa all'America è merito particolare di un gruppo di artisti che dalla seconda metà degli anni '30 muovono i primi passi verso un linguaggio nuovo, che pur assumendo declinazioni diverse, andrà a realizzarsi in quel gran calderone denominato generalemente espressionismo astratto.
L'espressionismo astratto subisce le influenze europee del surrealismo e dell'astrattismo mischiandole con elementi tipicamente americani, come il muralismo messicano e l'arte nativa dei pellerossa. Da questo mix di stili, influenze e richiami nascono opere dall'aria profondamente differente, accumunate, tuttavia, da un certo rifiuto per l'arte figurativa e per l'importanza data al segno gestuale.
La profonda stratificazione e differenziazione della produzione interna alla Scuola di New York è esplicata dalla stessa struttura del movimento che non è di certo identificabile come una scuola racchiusa attorno ad un manifesto programmatico, ma, come già accennato, come un gruppo di artisti accumunati dalla stessa idea di rottura con l'arte del passato e da una sensibilità volta alla sperimentazione di nuovi linguaggia espressivi e gestuali.
Ma chi erano gli interpreti di questa rottura? Quali erano i protagonisti di questa golden age dell'arte americana? La risposta si può trovare nel 20 maggio 1950 quando con una lettera di protesta, inviata al New York Times e diretta al presidente del MoMa Roland Redmond, un gruppo di artisti contestava l'organizzazione e la selezione delle opere per una "mega-mostra" sull'arte contemporanea americana, accusando i curatori di conservatorismo e ostilità nei confronti dell'arte d'avanguardia ed escludendosi volontariamente dall'iniziativa, in quanto interpreti e difensori della nuova sperimentazione artistica. La lettera fu firmata da 18 artisti tra pittori e scultori, tra cui Jackson Pollock, Barnett Newman, Mark Rothko, Robert Motherwell, Willem De Kooning, Franz Kline, Hans Hoffman, Mark Tobey, Ad Reinhardt, Richard Pousset-Dart, Adolph Gottlieb, Walker Tomlin, Edda Stern che si guadagnano presto l'appellattivo negativo, ideato dall'Herald Tribune, di "Irascibili". Questa denominazione verrà ripresa inseguito dalla rivista Life che nel gennaio del 1951 pubblicò uno scatto che farà storia. 

"Gli irascibili", foto Nina Leen, 1951


La celebre foto, commissionata da Barnett Newman, ideatore iniziale della protesta, alla fotografa di moda Nina Leen, ritrae 15 dei 18 irascibili "vestiti da banchieri" con al centro Jackson Pollock, unico senza cravatta.
Questa vicenda rafforzò ancor di più la condivisione di prospettive degli irascibili che continuarono a discutere, riflettere, sperimentare e lavorare, superando la tragica morte di Pollock, il loro rappresentante più carismatico, che muore nel '56, arrivando così alla definitiva consacrazione artistica negli anni '60, dove il loro approccio diventerà un vero e proprio paradigma per le nuove generazioni di artisti.
Prima di passare al vero e proprio contenuto della mostra di Palazzo Reale è necessario, a mio avviso, fare ancora qualche piccola precisazione concettuale per poter meglio comprendere e spiegare l'esposizione delle opere e il suo allestimento. Si può dire, volendo "tagliare la realtà con l'accetta", che l'espressionismo astratto abbia due approcci fondamentali: quello degli "Action Painters" più concentrati sull'espressività del gesto e del segno e quello dei "Color Fields Painters" più interessati invece al rapporto forma-colore. Ovviamente questi due approcci sono fortemente dialoganti all'interno del movimento e le opere sono spesso la fusione di diverse tendenze e influenze. In ogni caso, la mostra, si presenta più o meno come un percorso graduale che va dalle tendenze più "action" e incentrate sulla gestualità a quelle che privilegiano rapporti cromatico-formali tipici della corrente del Color Fields. A sostegno di questa visione si può notare che il percorso inizia con il massimo esponente dell'action painting, ovvero Jackson Pollock, star indiscussa della mostra, e si conclude con quello che forse è il più raffinato, spirituale ed influente color field painter, cioè Mark Rothko.
Come appena accennato ad accoglierci c'è Jackson Pollock il personaggio più carismatico e più noto degli irascibili. Sono presenti diverse opere, qualcuna anche dei primi periodi, quando l'artista era ancora legato a qualche forma di rappresentazione e dialogava stilisticamente con il surrealismo e l'arte nativa, ma il grosso dell'esposizione è ovviamente incentrata sulla sua maturità artistica e in particolare sulle opere e la tecnica che l'hanno reso celebre, ovvero quella del dripping. Il dripping, traducibile come "sgocciolamento", è una tecnica elaborata, nella sua forma più tipica, da Pollock alla fine degli anni 40 e consiste proprio nel far sgocciolare il colore su una tela (di solito di grandi dimensioni) posta a terra. Il colore viene fatto sgocciolare gestualmente da bastoni o pennelli o, addirittura, direttamente da barattoli o contenitori bucherellati: "Continuo ad allontanarmi dai tradizionali strumenti del pittore come cavalletto, tavolozza, pennelli ecc. Preferisco bastoncini, cazzuole, coltelli e lasciar colare il colore oppure un impasto fatto anche con sabbia, frammenti di vetro o altri materiali ". Questa tecnica, per la sua spontaneità, è associabile alla cosiddetta "scrittura automatica" surrealista, che permette di far emergere pensieri e conflitti sepolti sotto la soglia di coscienza, ma anche e soprattutto, alle danze tribali dei nativi americani, per la consuetudine di Pollock, in fase di creazione, di "danzare" intorno alla tela posta a terra aggiungendo schizzi di colore quasi in una sorta di stato trance che cattura artista ed opera in un legame di armonia indissolubile. L'opera finita è quindi l'espressione di questa armonia. "Avere la tela a terra mi fa sentire parte del dipinto" dichiarerà Pollock e se l'opera risulterà confusa è solo perchè l'artista è uscito da questo legame con essa, rompendone l'armonia che porta alla sua creazione: "Quando sono "dentro" i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di "presa di coscienza" mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l'immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire. È solo quando mi capita di perdere il contatto con il dipinto che il risultato è confuso e scadente. Altrimenti c'è una pura armonia, un semplice scambio di dare ed avere e il quadro riesce bene". Il dripping è perciò una tecnica che coinvolge l'artista con tutto il suo corpo, lo costringe ad indagare sulla sua gestualità, sulle variazioni dei suoi movimenti, sugli effetti segnici dei suoi gesti sulla tela arrivando "all'espressione di un'idea" che è presente non solo nell'artista, ma anche già nel dipinto che sta nascendo,o più precisamente, nel legame tra uno e l'altro: "Il dipinto ha già una sua vita propria. Io cerco di farla emergere".
Esempio paradigmatico del dripping, opera fondamentale nella produzione Pollockiana e ospite d'onore della mostra, è sicuramente l'opera Number 27.

Number 27, J. Pollock, 1950


Un quadro di grandi dimensione, circa tre metri di lunghezza, caratterizzato da una musicalità e un autosostentamento percettivo davvero formidabile. I drappeggi di colore sono perfettamente bilanciati sia cromaticamente e spazialmente e il rapporto tra lo spazio materico e la tela bianca va a costituire un'armonia interna che consente allo spettatore di abbracciare con la vista tutta l'interezza dell'opera. Il bianco copre con violente sferzate di colore gran parte del dipinto, incrociandosi con sinuosità rosa, grige e gialle, lasciando emergere a sprazzi dal fondo lingue e abissi di colore nero, quasi fosse una danza sullo spazio universale. In questo modo il quadro assume grande profondità, nonostante il groviglio di linee e la forte saturazione cromatica. Quest'opera è un perfetto esempio dell'espressività del dripping e di una pittura che si affida ad un movimento totalizzante intorno ad una tela di grandi dimensioni posta a terra. L'opera di Pollock esprime qualcosa di profondamente ancestrale, le sue tele sono come degli spazi naturali aperti, dove l'artista si muove in armonia ed esprime la melodia interiore di questo rapporto. La sezione dedicata a questo genio dell'arte mondiale è impreziosità, oltre che dalle opere, da istallazioni video che ci mostrano Pollock al lavoro, ed è veramente affascinante poter ammirare le sue danze, le sue spruzzate di colore, il movimento che sembra così irrazionale e nello stesso tempo così efficace, necessario, armonioso.
Proseguendo nella mostra ed uscendo dalla sezione dedicata a Pollock, entriamo in una stanza dove ci sono tante opere di diversi autori. Queste opere conservano tutte l'attenzione per il gesto e un legame con la poetica di Pollock, tuttavia si mescolano più esplicitamente con altre influenze non arrivando all'estrema radicalità dell'action pianting di " Jack The Dripper" ( così era stato soprannominato Pollock nel '56 dalla rivista Time). Troviamo quindi autori come: Ad Reinhardt, con la sua Numero 18 che strizza l'occhio all'astrattismo russo, Gorky dove sono visibili forti influenze surrealiste e cubiste seppur declinate in un'aria astratta dai colori caldi e morbidi, Motherwell con le sue forme piatte, ricamate da un tratto essenzale, su sfondi dai colori intensi e brillanti, che anticipano le sue sperimentazioni tecniche con stampa e collage; Baziotes con le sue figure che ricordano alcune opere di Mirò, Tobey con il suo tratto calligrafico su colori tenui e acquosi, che vanno a formare una trama mistica dal sapore quasi mediorientale, Still con un'opera caratterizzata da colori accesi e dai forti contrasti e, infine, Pousset D'Art, con una tela di grandi dimensioni caratterizzata da un tripudio di colori materici e da un'estetica che richiama fortemente l'arte primitiva e sudamericana.
Nella sala successiva troviamo uno spazio dedicato ad un altro dei grandi esponenti dell'espressionismo astratto, ovvero Franz Kline. Il gesto sembra farla da padrone, le sue tele bianche sono imperversate da potenti pennellate nere che tagliano e sagomano lo spazio pittorico. Le opere di Kline hanno una forte ascendenza arichitettonica. Pur essendo avvicinato spesso a Pollock, i suoi quadri sono molto più "strutturati", e il segno risulta molto più "controllato" e "geometrico" nella sua intensità, spesso, infatti, erano anche anticipati da un bozzetto a matita. Bianco e nero si fondono in una composizione percettiva equilibrata ed espressiva, perciò, in risposta a chi lo accusava di tirare delle pennelate nere su una tela bianca, Kline rispose che lui, in realtà, " dipingeva sia il bianco che il nero", proprio per l'importanza della relazione tra i due spazi cromatici.

Mahonig, F. Kline, 1956


Dopo Kline ci si sposta progressivamente verso il color fields e la sala successiva ci presenta alcuni artisti che incarnano bene una mezza via tra la valorizazzione gestuale e la ricerca sull'accostamento di campi cromatici costrastanti. Troviamo quindi Helen Frankethaler con il suo Territorio Blu e Hans Hoffman con Dominanza Orchestrale in Giallo dove tasselli ultramaterici di colore si accostano e si fondono in una vera e propria "fanfara" in cui il giallo è il colore dominante.

Territorio Blu, H. Frankethaler, 1955

Dominanza orchestrale in giallo, H. Hoffman, 1954


Proseguendo troviamo artisti come Morris Louis, già tutto orientato verso il color field con le sue campate di colore tenue e acquarellato in cui il gesto sembra essersi sciolto o come Sam Francis, che lascia grande spazio al bianco facendo penetrare il colore per "colamento spontaneo" dai lati della tela, nascondendo, in questo modo, il gesto dirompente e aprendo la strada al futuro minimalismo.
Prima di passare all'ultima parte della mostra, si ha uno spazio dedicato a De Kooning, i cui quadri, pur accostando grandi superfici cromatiche ed essendo caratterizzati da un segno, scuro e spigoloso, fortemente gestuale, sembrano ancora legati in qualche modo ad un residuo di figuratività.
Nella zona conclusiva dell'esposizione abbiamo i rappresentanti più estremi ed influenti del Color Fields. In particolare troviamo Reinhardt, con i suoi accostamenti di colore profondamente geometrici, che richiamano sia l'optical art che la pittura monocroma, Barnett Newman con le sue campate monocromatiche divise da linee più o meno geometriche o sfumate e infine, Mark Rothko con due opere di grandi dimensioni che ci mostrano la sua tipica interpretazione del Color Field, con l'accostamento di fasce cromatiche rettangolari, luminose e dai contorni sfumati, che sembrano stagliarsi come vento solare sulla tela. 

Senza titolo, M. Rothko, 1954


Le opere di Rothko sono caratterizzate da una singolare aura spirituale, un senso di calma e armonia che trova proprio nello studiatissimo ed equlibrato accostamneto di colore la sua causa primaria.
Per concludere, Pollock e gli irascibili è sicuramente una mostra da vedere, capace di coinvolgere il fruitore grazie alla presenza di opere eccezionali ed alla saggezza espositiva. Ci si trova immersi in un percorso ricco di molteplici mezzi comunicativi, che fondono il nostro approccio contemporaneo al mondo dell'arte e della cultura, attraverso i mezzi mediatici, i video, la riproduzione di immagini con i soggetti reali. Questa grande varietà permette a questa mostra di non essere solo una "mostra d'arte" ma il ritratto della cultura di un tempo, una stagione unica per l'arte e il pensiero creativo. Una stagione di rottura e innovazione, che in letteratura dava i natali alla Beat generation, con Keruack e Ginsberg, al cinema si esprimeva nei miti ribelli di Marlon Brando e James Dean, in musica suonava le note di Miles Davis e lavoce intensa di Elvis e in arte si intravedeva già la nascente pop art con il suo alfiere Andy Warhol e dall'altra parte, ovviamente, arrabbiati e sognatori, Pollock e gli irascibili.
 
Per saperne di più:
http://www.mostrapollock.it/gallery/ 
Comune di Milano
http://www.autunnoamericano.it/ 
 
 

sabato 5 ottobre 2013

Crossroads di El Gato Chimney

Crocevia eterni, riti arcaici, personaggi grotteschi e surreali. Riscopriamo melodie antiche, superstizioni, miti e religione popolare attraverso lo stile calligrafico e gli intensi colori de El Gato Chimney.  






Alla galleria Antonio Colombo, in via solferino a Milano, è aperta, dal 26 settembre fino al 14 novembre, la personale di El Gato Chimney dal nome "Crossroads". Dico la verità, io, El gato chimney, non sapevo nemmeno chi fosse. Un'amica durante un'interessante conversazione su facebook mi ha passato il link della pagina personale dell'artista e, dopo aver visto qualche immagine delle sue opere, mi sono convinto che se fossi riuscito ad andare a vedere la sua mostra a Milano sarebbe stata una bella cosa. Così è stato.
Partiamo dalle basi. Chi è El gato Chimney? Marco Campori, aka El Gato Chimney, nasce a Milano nel 1981 dove vive e lavora tutt'ora. Artista autodidatta, Chimney, inizia dalla strada avvicinandosi al mondo della Street Art e del writing nel pieno degli anni '90, successivamente la sua arte si evolve in senso più figurativo, esprimendosi nella creazione di posters, murales e stickers che si legano al tessuto urbano esplorando le potenzialità di supporti e materiali differenti. Negli ultimi anni le sue opere si fanno sempre più sofisticate e diventano il risultato di una profonda ricerca artistica in studio. I colori, i soggetti e i paesaggi che dapprima popolavano lo spazio cittadino diventano più complessi e vanno ad abitare la tela, dando vita a nuovi mondi surreali e misteriosi.
Le influenze artistiche e percettive di El gato Chimney sono molteplici. Sicuramente ci sono i graffiti, la street art e la cultura hip-hop (Doze Green è infatti uno dei suoi "maestri"), legati ai suoi esordi artistici, ma troviamo anche tanti altri riferimenti come: il folklore popolare, specialmente quello nordico, la cultura tribale, l'arte oceanica, l'esoterismo, il realismo magico, il fumetto, l'estetica steampunk e il surrealismo.





Le opere esposte in via Solferino si carattarizzano immediatamente alla vista per i colori, caldi e intensi, e per un tratto preciso e calligrafico. L'iconografia che l'artista ci propone è qualcosa di antico, che richiama le miniature e alcune illustrazioni di guerra medievali o spostamenti di comitive ecclesiatiche. Questa impressione viene resa attraverso figure irreali, chimeriche: piccoli uccellini antropomorfi, passerotti mascherati, scimmie vestite come sacerdoti, piccoli mostri coperti da abiti lunghi e cappe bianche, maschere primitive che celano chissà quali esseri. Processioni e migrazioni, rituali ancestrali, fanfare di personaggi grotteschi e surreali che attraversano luoghi metafisici caratterizzati da una strana calma onirica. Il filo conduttore della mostra sembra essere proprio il passaggio rituale espresso dallo stilema iconico del crocicchio, l'incrocio di tre strade della Dea Ecate, luogo dove convergono il giorno e la notte, il mondo dei vivi e quello sotteraneo dell'ade. Il visitatore è catapultato in un mondo dal significato enigmatico ed ermetico, davanti a noi si svolgono delle azioni, ci sono degli esseri che sembrano tendere verso qualcosa, ma noi possiamo solo cercare di interpretare questo tripudio di figure, andando a richiamare i nostri legami più profondi con la tradizione orale, i miti, la religione popolare, le credenze, le superstizioni e la commistione primordiale tra natura e cultura.





Nonostante i colori e l'aria folkloristica delle scene rappresentate, su di esse sembra aleggiare una strana senzazione di oblio e di morte, così come nelle opere di Bosh o dei fiamminghi, di cui El Gato Chimney sembra un parente stretto, sia dal punto di vista compositivo e tecnico, sia per la quantità di particolari che riesce ad imprimere sulla tela.
I cieli dei quadri meritano sicuramente una menzione particolare. L'autore, infatti, li divide sempre a metà con un'immaginaria linea retta che curva bruscamente in un'arcata siderale. Una dicotomia di incontro e repulsione tra una dimensione più chiara ed elettrica e una più plumbea e scura, forse il giorno e la notte, la vita e la morte, a nessuno è dato saperlo con precisione, sicuramente si ha l'impressione di essere di fronte ad un legame ancestrale dei contrari, qualcosa di creativo e di poietico, qualcosa alla base della stessa nascita dell'universo come ci diceva Eraclito, tanto tempo fa.





Questi incroci senza tempo diventano anche spazi per la dispersione di oggetti e simboli, come in un cassetto di cose dimenticate o una camera delle meraviglie. Chiavi, serrature, maschere, civette e numeri, un universo simbolico inaccessibile che trasforma ogni quadro in un rebus senza soluzione, quasi un feticcio dalla funzione apotropaica, giocando con la tradizione un immaginario misticheggiante. Oggetti comuni abbandonati per sempre o lasciati in attesa di qualcuno che assumono un'aria sacra ed eterna.
Concludendo, "Crossroads" è una mostra molto affascinante. Pur non contando tante opere, questa personale di El Gato Chimney, riesce a trasportare lo spettatore in un'altra dimensione dove folklore, leggende lontane, sogni e sacralità primitiva si fondono con un'estetica pop e surrealistica il tutto condito da uno stile pittorico che rimanda alla tradizione nordica e fiamminga. Una collisione di mondi e sensazioni davvero da sperimentare e possibilmente da non perdere.



martedì 24 settembre 2013

Mutty si presenta

Un centro polifunzionale dove arte, cultura e persone possano interagire ed arricchirsi reciprocamente. 


"Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere tutto quello che si vuole, colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose... La semplificazione è segno di intelligenza". 
[Bruno Munari]



Il 22 Settembre presso Castiglione delle Stiviere è stato inaugurato Mutty. La partenza promette già bene e vanta un carnet di eventi per i prossimi 4 mesi vari ed interessanti, che spaziano tra mostre e laboratori. 
Il sito su cui sorge era in precedenza occupato dalle officine Mutti, dal team di progetto è stato quindi deciso di mantenere il background culturale del luogo riprendendone il nome e l'estetica industriale. 



Gli interni si dividono essenzialmente in 3 macro aree con un vano di distribuzione centrale che configura 4 stanze. Al piano terra troviamo il Book Shop e la Caffetteria. Il primo vanta una scelta davvero ricercata di proposte letterarie che coprono varie aree di interesse. Un'ampia sezione è dedicata ai libri per i più piccoli, questa scelta si lega indiscussamente alle varie attività laboratoriali che Mutty propone. Una vasta area è dedicata alle opere di Munari, attualmente in mostra al piano superiore. Inoltre troviamo molte graphic novel, fumetti e libri illustrati. Protagonisti in questo spazio risultano quindi i libri d'arte, design, architettura e linguaggi visuali. Un piccolo spazio è invece dedicato a gadget ed accessori. Particolarmente interessanti, in questa sezione, sono le lattine contenenti i semi di differenti piante firmate Mutty, un'iniziativa divertente ed ecologica!



Lo spazio caffetteria è arredato interamente con materiali di recupero industriale ed oggetti restaurati. Viene dato ampio spazio all'uso del ferro accanto al legno grezzo, richiamando quindi le officine Mutti. Bellissimo è il bancone della caffetteria assemblato utilizzando vecchi travi. I tavoli in ferro sono contornati da poltrone in pelle e sedie in legno anni '50 riveniciate con toni accesi e restaurate, questa varietà rende l'ambiente stimolante ed in rapporto continuo con il fruitore che è portato a scegliere il colore o la forma che più lo aggrada. In questo ambiente luminoso ed in contatto diretto con il giardino esterno tramite le ampie vetrate è stato ritagliato anche uno spazio per la musica dal vivo. In questo luogo infatti, durante l'inaugurazione, il gruppo New Adventures in Lo-Fi si è esibito facendo da colonna sonora all'evento. 
Al piano di sopra invece si trovano due sale dedicate a mostre e laboratori. L'essenzialità caratterizza questi spazi minimi e molto luminosi, che si prestano ad accogliere le più svariate iniziative proprio per la loro semplicità. 



Attualmente in mostra in questo luogo vi è la Mostra Collettiva su Munari organizzata da Corraini Arte Contemporanea ed edizioni. I materiali proposti sono molteplici e tutti molto interessanti, frutto di una collaborazione longeva e fruttifera tra l'autore e la galleria d'arte e casa editrice Corraini. Per questa, infatti, egli aveva anche eseguito un intervento grafico sul logo. Non poteva esserci autore più azzeccato ad inaugurare uno spazio come questo, mosso da una forte propensione verso l'esterno, la città ed i bambini. La figura di Munari non si può di certo etichettare, egli nella sua vita è stato un designer, un artista, un insegnante, un educatore, insomma, un intellettuale eclettico e creativo. Proprio la creatività sta alla base delle sue opere e della sua propensione al mondo dell'infanzia e del gioco. In tutti i suoi lavori si legge quella componente ironica e vitale che pervadeva la sua persona. Un uomo capace di trasformare gli oggetti quotidiani più semplici in qualcos'altro, qualcosa di emotivo, divertente e ludico. Emblematiche in questo sono le Forchette Parlanti esposte in questa occasione, di cui l'autore stesso dice "sono un gioco, una specie di ginnastica mentale, come quella che faccio con i bambini". Accanto a queste troviamo esposti i libri per l'infanzia e gli studi di oggetti a partire dalle forme naturali e gli organismi cellulari. Ci viene offerta una panoramica efficace del "creativo" e "intellettuale" Munari attraverso le sue produzioni, mai troppo letterarie, e i disegni. Possiamo quindi toccare con mano il libro illeggibile che forse illegibile poi non è ed i libri della serie MN.
La presentazione di Mutty, con la mostra inaugarale su Munari, non può che sembrarci perfettamente coerente con le attività proposte da qui in avanti. Uno spazio semplice, capace di accogliere le molteplici sfaccettature della costellazione artistica proprio in funzione di questa semplicità. Uno spazio per vedere, ma anche per fare, partecipare e collaborare. 

Foto tratte dalla pagina facebook di Mutty:
Mutty pagina facebook
http://mutty.it/

Sito Corraini: http://www.corraini.com/


mercoledì 8 maggio 2013

La sindrome dell'influenza

La sindrome dell'influenza


Dal 6 Aprile 2013 fino al 23 Febbraio 2014 in mostra a Milano la sesta edizione del Triennale Design Museum.

La storia del design si dispiega davanti a noi attraverso le sue contaminazioni ed influenze. Ventidue designer collaborano per la creazione di una mostra ad alto livello interpretativo, che fa emergere la posizione del design italiano nel mondo come elemento di riferimento a cui guardare su scala mondiale, ma anche come frutto di uno sguardo proiettato sempre all'esterno. 
L'esposizione, curata da Pierluigi Nicolin, risulta interessante già dal titolo, la sindrome infatti rimanda al mondo della malattia, all'idea della propagazione, della diffusione e quindi della contaminazione. Egli agisce come un direttore d'orchestra organizzando l'esposizione ed i lavori dei partecipanti in tre aree, riprendendo lo schema ritmico tripartito ABA' come nei più grandi capolavori di Mozart e Beethoven. La prima sezione è dedicata ai maestri del design italiano, coloro che prendendo spunto dal contesto in cui erano immersi hanno saputo portare una ventata di modernizzazione nel design del secondo Dopoguerra. Queste personalità sono rilette ed interpretate sulla base delle differenti approcci dai giovani progettisti, i quali vi si accostano tal volta con sguardo oggettivo evidenziandone pregi e difetti, tal volta in modo emotivo ed anche estremamente coinvolto. Particolarmente interessante risulta sicuramente la rilettura di Vico Magistretti ad opera di Paolo Ulian, elementi della quotidianità e della produzione seriale, attraverso l'uso della luce proiettano sulle pareti candide i must della produzione del maestro, così viene interpretato il differente sguardo nei confronti del reale, la ricerca di nuovi modi d'uso, di nuove possibilità. Altra interpretazione particolarmente coinvolgente ed azzeccata, a mio parere, è quella proposta da Lorenzo Damiani riguardante i fratelli Castiglioni. L'oggetto diventa il protagonista della scena, differenti sedute sono disposte nello spazio, ognuna si presta ad interagire con il pubblico, ognuna è accompagnata da una scatoletta che raccoglie la storia dell'oggetto, ma non solo dal punto di vista materiale, dimensionale o produttivo. In queste cassette sono raccolti gli spunti, le immagini e tutto l'iter progettuale-artistico che le ha prodotte, è come entrare nella mente dei fratelli Castiglioni per poter guardare questi oggetti con altri occhi. Abbastanza deludenti, a mio parere, sono state invece le interpretazioni di Ponti ad opera di Martino Gamper e di Marco Ferreri su Albini. La prima basa tutta l'istallazione sull'esperienza personale del progettista, che vede in Ponti un'importante influenza a livello personale. Tuttavia la scelta di incentrare tutta la lettura di un maestro del calibro di Ponti attraverso due sole architetture che assumono una valenza nei ricordi di Gamper bambino, l'hotel Paradiso, e di Gamper progettista, l'hotel parco dei Principi, mi sembra limitativa per una figura che ha lasciato un segno così profondo nel design italiano. Per quanto riguarda la lettura di Albini, sinceramente trovo estremamente alta la citazione dell'esposizione di Palazzo Bianco alla quale riporta il basamento progettato per il frammento del monumento funebre alla regina Margherita di Brabante, ma anche molto riduttiva; tanto che l'esposizione sembra spoglia e vuota.



Vico Magistretti interpretato da Paolo Ulian, foto di Nicole Sassi.
Link: 
http://www.abitare.it/it/news/la-sindrome-dellinfluenza/


La seconda parte invece riguarda la distruzione creatrice. A tal proposito Nicolin dice: "qui finisce la storia delle idee per fare spazio a una fiducia nella cultura di massa, nei modelli di crescita industriale, nella moltiplicazione dei generi di consumo [...] Tornando a interrogare che ha vissuto quel periodo, anni in cui il design si è trasformato nelle mani dei brand, senza alcun rispetto per ecologia e sostenibilità, diventando una forma di produzione delle forme." Sono gli anni del radical, della distruzione di tutto per poter costruire di nuovo. Questo caos è reso decisamente bene attraverso l'allestimento. Si entra infatti in un ambiente dove tutti gli oggetti sono disposti senza etichette, accostati a video dove i progettisti vengono intervistati, tuttavia le voci si sommano nello spazio ed attraverso un gioco di doppi specchi questi oggetti si moltiplicano all'infinito, la dimensione si perde ed il tempo con essa. 

La distruzione creatrice,foto di Paolo Scottini.Link: http://www.abitare.it/it/news/la-sindrome-dellinfluenza/


L'ultima sezione è dedicata alle aziende italiane che hanno cominciato la loro storia come piccole imprese artigianali e sono cresciute fino a diventare brand conosciuti a livello internazionale. Così si riprende la prima parte attraverso i promotori e scopritori del design contemporaneo. Vari progettisti interpretano i maggiori brand, ricreando piccoli mondi, fatti di oggetti, segni, immaginari all'interno di grandi scatole bianche. Sicuramente da non perdere sono le istallazioni di Alessi realizzata da Alessandro Mendini, che ricrea un mondo futuristico fatto degli oggetti stessi del brand mostrando come questi propaghino in tutto il mondo, insieme a quella di Flos progettata da Ron Gilard, dove le miniature delle lampade di produzione del brand siedono a tavola, come in un pranzo mentre la scena cambia continuamente attraverso l'illuminazione a turno delle differenti lampade.

Alessi interpretato da Alessandro Mendini, foto di Michela Vado.
Link: 
http://www.abitare.it/it/news/la-sindrome-dellinfluenza/


Questa sesta edizione, seppur un po' tradizionale dal punto di vista dell'allestimento spaziale, si svolge infatti per successione di micro-ambienti, è sicuramente un'interessante lettura della storia del design italiano e un auspicio alla ripresa, in un periodo di crisi, che riparta dal made in Italy e dalla storia stessa del design come frutto e generatore di influenze.


Per informazioni su orari e costi:
http://www.triennale.it/it/mostre/future/2323-vi-triennale-design-museum-la-sindrome-dellinfluenza

giovedì 25 aprile 2013

Milano design Week: FuoriSalone zona Triennale


Milano Design Week

FuoriSalone: Triennale

Milano, 9-14 Aprile 2013


Meet Design, Around the World, un progetto curato da Francesca Taroni e Ico Migliore, coordinato da Stefania Penzo ed organizzato da RCS. 
Un viaggio tra le abitazioni del mondo, senza scadere nel banale e nello stereotipo, si viaggia attraverso 7 differenti modi di abitare. Le città prese in esame sono Milano, San Paolo, New York, Vienna, Pechino, Tokyo, Parigi e Melbourne. A proposito della mostra la direttrice di Case da Abitare, Francesca Taroni, scrive: "La mostra mette in scena la vocazione internazionale del Made in Italy e la sua capacità di inspirare gli stili abitativi delle grandi capitali del mondo. Dagli stucchi parigini all'essenzialità giapponese, dal modernismo brasiliano al loft di New York, sette scenari domestici selezionati da Case da Abitare dialogano con l'eleganza contemporanea degli arredi italiani. Protagonisti di interni, lounge e spazi verdi a tutte le latitudini"
Camminando attraverso questi spazi, emerge come il design italiano sia un'icona, un vanto per il nostro Paese; un marchio di qualità stimato in tutto il mondo. Anche l'allestimento è davvero accurato, innovativo e stimolante, la comunicazione avviene sui vari livelli, attraverso video, spiegazioni testuali, disegni e rappresentazioni reali.

Around the World, Italia.


Around the World, Melbourne.

Around the World, Melbourne.

JTI CleanCityLab, un contest promosso dalla Japan Tobacco International in collaborazione con Future Concept Lab e con il patrocinio del Comune di Milano. Lo spazio allestitivo presenta i migliori progetti presentati al concorso. Il tema riguarda la progettazione di aree fumatori in grado di non provocare disagi ai non fumatori, che rompano la classica idea dell smoking room odiata dai fumatori stessi. si tratta di voler creare dove fumatori e non possano convivere senza disturbarsi gli uni con gli altri, congiungendo in campo progettuale innovazione, funzionalità, estetica ed etica ambientale; infatti questi progetti non vogliono solo andare nella direzione di un rapporto etico tra fumatori e non, ma anche nei confronti dell'ambiente.
Lo spazio espositivo caratterizzato da luci soffuse e dalla predominanza del colore nero, è organizzato in modo altamente sofisticato dal punto di vista tecnologico, infatti al posto delle didascalie sono presenti degli ipad sui quali trovare tutte le informazioni sui 16 progetti finalisti e sul contest.


JTI CleanCityLab.

Interessante è anche l'opera posizionata al centro della sala di Vicente Garcia Jimenez, rappresentante la città in relazione alle reti digitali. Questi due mondi si sovrappongono in un tutt'uno dove codici, punti e parole scorrono ricordandoci i nostri movimenti e la nostra quotidianità cittadina.


Istallazione di Vicente Garcia Jimenez.


I vincitori di quest'anno sono stati:
1° premio "Non si spegne" di Jaime Linan e Dolores Toboso. 
2° premio "Spira" Di Alexander D'Alessio
3° premio "Drain Away" di Diana Csilla Toth

Il primo progetto consisteva nell'idea di sostituire un comportamento sbagliato diffuso attualmente, ovvero quello di buttare i mozziconi a terra, in un intervento positivo per la città. Essi infatti sono sostituiti da segnalatori luminosi visibili. Sono proprio questi gli argomenti che hanno colpito la giuria e ne hanno determinato la vittoria.
Il secondo classificato, in vece, unisce funzionalità ed estetica progettando una membrana capace di migliorare la condizione dell'aria nelle aree fumatori, fornendo un servizio attivo in termini di comfort ambientale.


Progetto Spira, secondo classificato 2013.
http://www.futureconceptlab.com/jti-clean-city-lab-2013/


HANDMADE, in Hangzhou, questa esposizione è davvero interessante letta attraverso la diffusissima tendenza di ritorno al materiale naturale che ha permeato tutto il Salone e FuoriSalone. Il 2013 è l'anno del bamboo ed in questo allestimento 13 designer propongono oggetti che reinterpretano questo materiale tradizionale applicandolo al design contemporaneo, il risultato è davvero eccezionale. I prodotti hanno forme sinuose ed eleganti, emergono i colori naturali e la leggerezza.

Ren, di Wang Shenghai.

Sheng, di Ding Ning & Xu Yanhui e Bamboo Leaves, di Pinwu.

Cocoon, di Chen Haoru.


Guarda anche: http://www.triennale.it/en/triennale-design-week-2013-en/55-triennale-design-week-2013/2382-rong-hand-made-in-hangzhou-en
http://www.youtube.com/watch?v=QK1FrAP0AGg&feature=youtube_gdata

Su facebook: http://it-it.facebook.com/pages/Handmade-In-Hangzhou/273835896084316?hc_location=timeline

Fare è pensare, allestimento dei lavori di Pierluigi Ghianda, anch'esso mostra una lavorazione del legno facente riferimento alla tradizione del materiale ed al gusto per la finitura.

Alcuni dei lavori esposti, Pierluigi Ghianda.
La mostra Create si sviluppa lungo un percorso in due sale. Il primo impatto si ha con la proiezione di Philippe Stark che narra la storia della flexible Architecture. " Ho scelto di disegnare un prodotto ceramico perchè mi piacciono le belle storie. Immagino il primo uomo, la prima donna che con del fango e dell'acqua miscelati e poi messi nel forno all'improvviso, hanno assistitoal miracolo di questo meraviglioso materiale che prendeva forma. Tutto ciò è fantastico perchè è aristocratico, nobile, perchè è la storia stessa dell'umanità, perchè è l'intelligenza, il genio dell'umanità". 
Nella prima stanza si vedono i prodotti ceramici, mentre nella seconda quasi all'improvviso ci troviamo di fronte ad altre tecniche.

Mostra Create.

Mostra Create.

Ora una breve carrellata di immagini delle opere sparse per l'edificio ed i giardini.

Matrioska Super Hero, Jacopo Foggini.

RENAULT X ROSS LOVEGROVE

Expo 2015: una porta a Milano.

Danish Chromatism, design through colors.
Giardini della Triennale, vista aerea, durante la Milano Design Week 2013.