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sabato 16 maggio 2015

 Pillole blu

-"Non chiedere che gli avvenimenti succedano come vuoi tu, ma accontentati di volerli come avvengono"
-"Epitteto non aveva l'aids".




Dopo tanto tempo torno a scrivere su questo blog. In questi mesi di assenza il suono dello schioppettio dei tasti sotto le mie dita è stato come un costante e affascinante ronzio. Un richiamo che riportava la mia attenzione su quel momento di libertà estrema, scrivere immerso nei propri pensieri, che troppo spesso nella mia vita attuale mi è negato dal susseguirsi incessante di impegni, lavorativi e non. Torno quindi a scrivere e lo faccio a proposito di un fumetto (strano).
Scegliere un'opera per dare di nuovo voce a questo blog non è stato facile. Dalla pubblicazione dell'ultimo post ne ho letti tantissimi ( di fumetti) e tanti di questi sarebbero meritevoli di commenti e riflessioni profonde ed accurate. Tuttavia, ahimè, da qualcosa bisogna pur ricominciare. Perciò, per facilitare la mia memoria e i miei polpastrelli fuori allenamento, ho deciso di parlare dell'ultima opera che ho letto, ovvero, Pillole Blu di Frederik Peeters.
Dire HIV, dire Aids, dire "sindrome da immunodeficienza acquisita", è come scoperchiare un'enorme vaso di pandora. Un fantasma terribile che aleggia sulla nostra società occidentale, uno spauracchio ormai inserito nell'immaginario collettivo ancor prima di comprenderne la natura, un angelo sterminatore che ogni anno miete milioni di vite, spesso ricordate solo per riempire con cifre catastrofiche qualche pagina di giornale.
L'Aids, per dare una brevissima definizione, è una sindrome nella quale le difese immunitarie del paziente vengono indebolite dal retrovirus dell' HIV, dando origine ad infezioni croniche, scarsamente sensibili alla risposta immunitaria e che, se non trattate, possono avere un esito fatale. Chi contrae il virus viene denominato sieropositivo e vessa in una sitauzione che può durare per anni senza la manifestazione di sintomi particolarmente evidenti.
Nell'universo mediatico intorno al problema dell'Aids, spesso, la sieropositività è rappresentata come una condizione fortemente discriminanate, in cui i malati sono simili ad appestati, emarginati per la loro pericolosità. C'è diffidenza, c'è paura, pur ormai sapendo che l'HIV è un virus a bassa contagiosità, che per trasmettersi ha bisogno di un'elevata concentrazione di particelle virali, condizione che si verifica praticamente soltanto nello scambio ematico diretto o di altre secrezioni (secrezioni genitali, in particolare).
E' proprio sul tema della paura del contagio e della convivenza con una persona sieropositiva, nel tentativo di costruire un rapporto amoroso, che Frederik Peeters delinea un racconto di grande potenza emotiva. Una storia autobiografica, intima e leggera, per un fumetto che scopre e analizza la patina di timore che avvolge l'Aids, non cercando di  ridimensionarla per forza, ma raccontandola con sincerità e semplicità, senza mai abbandonarsi a toni melodrammatici.


Pillole Blu comincia narrando, come se fosse un diario, l'incontro tra Fred e Cati, due normali post-adolescenti svizzeri ad una festa estiva in una bella villa con piscina. Un incontro che per Fred è tanto significativo quanto sfuggente. Cati colpisce l'immagianzione di Fred come un fulmine a ciel sereno e con la stessa velocità di un fulmine se ne va dalla sua vita. 
Passano gli anni e i due, per puro caso, si rincontrano. Fred sta attraversando un periodo difficile e Cati è madre di un bambino di tre anni da accudire, ex moglie di un uomo da dimenticare e con una malattia con cui convivere. Questa malattia è l'Aids e, oltre a far parte della vita di Cati, fa parte anche della vita di suo figlio. Il bimbo, infatti, è affetto dalla malattia fin dalla nascita e sarà costretto ad una serie di cure che lo accompagneranno per tutta la vita: le pillole blu, appunto.
Tra Cati e Fred, in maniera del tutto leggiadra e casuale, sboccerà l'amore e con la nascita di questo sentimento arriverà per Fred anche l'incontro con lo spettro dell'HIV. 
Da questo momento l'opera sarà un delicato affresco esistenziale che ci parla della ricerca di un equilibrio che possa permettere ai due di vivere il loro amore in armonia e serenità, nonostante il timore dell'Aids. 
Peeters mette su carta le sue paure, i brividi provati negli atti quotidiani, ci mostra i passi verso lo smantellamento delle ipocrisie e dei timori infondati che attanagliano la sua mente. 
Il tema della malattia pervade certamente tutta l'opera, ma l'autore si racconta in una pluralità di sfaccettature in cui l'Aids diventa, poco a poco, solo uno dei tanti elementi sulla quale riflettere. Raccontandosi, Peeters scopre se stesso, si interroga, ci fa partecipe delle sue elucubrazioni, dei suoi pensieri e delle sue emozioni. Entriamo a far parte della complessità di una rete di rapporti in continua ridefinizione. 
Fred è costantemente impegnato a trovare il proprio ruolo nel rapporto amoroso con Cati. Egli, infatti, deve essere "il maschio" su cui la donna può appoggiarsi, deve essere la presenza rassicurante per i suoi momenti bui. Deve inoltre cercare di comprendere il suo ruolo per il bambino di Cati, un figlio che non è il suo e che, nonostante questo, è in naturale ricerca di una figura paterna. Tutti questi elementi si staccano dal tema della malattia, assumendo, di volta in volta, un'autonomia e una pregnanza propria all'interno della narrazione.L'autore racconta tutto con massima semplicità e genuinità, abbandonandosi alle proprie sensazioni e rappresentadole in maniera libera e variegata. Passi poetici, didascalie e allegorie visive fanno di Pillole Blu un'opera ampiamente stratificata anche dal punto di vista dei modi della narrazione. Ecco, allora, che Fred e Cati, seduti sul divano, gallegiano leggeri sulle onde placide di un mare immaginario che li porta lontano o un enorme rinoceronte, bianco e spaesato, che appare all'improvviso alle spalle dei due, simbolo surreale della paura della malattia. A questi flash di grande potenza espressiva, Peeters alterna anche sequenze allegoriche più lunghe, come il lungo dialogo tra Fred e il Mammuth, una sorta di filosofo-psicologo interiore, che cerca di analizzare e fare chiarezza tra i tanti dubbi dell'autore e di mettere ordine negli svariati elementi in gioco nel rapporto tra lui e Cati. 


Passando ora all'aspetto grafico, il tratto di Peeters si caratterizza certamente per la sua semplicità e fluidità volta tutta alla carica espressiva, sopratutto per quanto riguarda le espressioni dei volti e dei gesti dei personaggi. Le figure sono disegnate con linee curvilinee, che a volte appaiono quasi imprecise e sull'orlo di cedere ad accentauzioni più nervose, ma senza mai approdarvi. L'opera, infatti, sembra pervasa visivamente da un'aura di leggerezza che tende all'armonia, pur trasmettendo l'idea di un'inquietudine sempre presente anche se controllata. L'autore evita costantemente l'utilizzo di tinte intermedie, giocando sul contrasto tra bianco e nero. Questa scelta conferisce all'opera un aspetto molto schietto e diretto sia nell'effetto comunicativo sia in quello espressivo.
Per concludere, Pillole Blu, è un gran bel fumetto, capace di affrontare un tema difficile come quello dell'Aids, con un taglio personale e intimo, senza mai cadere in un facile pietismo e in aspetti sensazionalistico-melodrammatici. La narrazione procede come un diario, semplice ed espressiva, senza tuttavia rinunciare ad una stratificazione tematica che, a fine lettura, impressiona per la genuinità con la quale è stata resa. L'aspetto grafico è certamente funzionale alla narrazione e i personaggi di Fred e Cati, con le loro espressioni facciali e i loro gesti, così come le altre figure reali o surreali che popolano l'opera, sono destinate a rimanere a lungo nella testa del lettore. 
Consigliato.




mercoledì 11 settembre 2013

Home

Un film che ci parla della vita, della sua follia latente, del suo essere immersa in un mondo complesso e frenetico e, infine, della difficoltà di trovare un posto davvero degno di essere chiamato "casa".





Una campagna arida e brulla, una casetta un pò bruttina e scalcinata a lato di un lembo di autostrada incompiuto. Questo è il luogo dove vivono Marthe e Michel e i loro tre figli Julien, Judith e Marion. La famiglia sembra vivere in una dimensione surreale. Lontani dalla società moderna e frenetica, l'unico elemento che sembra legare i nostri protagonisti al mondo "abitato" è questa lunga lingua di asfalto, ideale per le corse in bici di Julien, partite di hokey casalinghe ed esuberanti volate sui pattini. La prima parte del film ci presenta i rapporti tra i componenti della famiglia, mostrandoci alcuni stralci della loro vita quotidiana. 
Marthe, casalinga a tempo pieno, ma vestita sempre a puntino, come se dovesse partecipare a qualche evento mondano,  passa gran parte della giornata attaccata alla radio, a cucinare e a badare ai suoi figli, soprattutto al piccolo Julien. Michel, padre di famiglia, esce alla mattina per andare al lavoro e torna alla sera, quale prfessione svolga non è specificato. In casa è un papà attivo e gioviale, protagonista di di tutti i giochi e le gag familiari. Judith, la figlia più grande, è una ragazza caratterizzata da un'estrema apatia, passa tutta la giornata sdraiata in giardino ad ascoltare musica e a prendere il sole. Marion, la figlia intermedia per età, sembra una ragazza estremamente intelligente, amante della lettura e dei numeri, ha un'ossessione scientifica e maniacale per l'igene e la prevenzione di possibili malattie. Julien, il figlio più piccolo, è un ragazzo turbolento e simpatico, sempre pronto a saltare in bici e a pedalare avanti e indietro sulla strada deserta davanti a casa.
Nonosante l'apparente tranquillità della situazione è come se percepissimo da subito una sorta di equilibrio precario che non tarderà molto per venir sconvolto.







Il quadro situazionale, infatti, cambia da un giorno all'altro quando l'autostrada, fino a quel momento inutilizzata, viene improvvisamente inaugurata. In poco tempo la tranquillità e il silenzio sono solo un ricordo e centinaia di macchine sfrecciano davanti alla casa di Marthe e Michel. Tutto diventa più difficile: attraversare la strada per andare a scuola o al lavoro, stendere i panni, stare in giardino, respirare, dormire tranquilli. L'autostrada è un elemento fortemente destabilizzante per la famiglia e piano piano affiorano forti tensioni interne. Sullo schermo sembra aleggiare l'ombra di una follia latente, di una situzione problematica precedente che la regista non ci esplicita ma ci fa intendere, attraverso gli sguardi e le azioni dei personaggi, attraverso alcune frasi. La commedia si fa dramma esistenziale, fino all'esplodere di una nevrosi che sembra quasi incontrollabile e che avrà bisogno di esprimersi in tutta la sua violenza per venir superata ( forse).






Home, primo lungometraggio di Ursula Meier uscito nel 2008, è un film che ci parla della qualità della vita e di quanto sia difficile trovare "una casa" dove sentirsi protetti e tranquilli. Ci mostra l'equilibrio precario dell'esistenza e dei  rapporti umani e di quanto sia facile far crollare tutto, cadendo in una spirale di incomunicabilità che finisce per spezzare le relazioni, anche quelle più forti, come quelle di una famiglia. L'autostrada è il simbolo dell'elemento esterno devastante, improvviso, ma perennemente presente in sottofondo, che irrompe prepotentemente anche nell'ambiente più difeso e apparentemente isolato dagli sconvolgimenti repentini della vita. I protagonisti si illudono di aver trovato una dimensione di felicità fiabesca e ovattata, ma il mondo li viene a riprendere e lo fa in un  modo crudele. La realtà e la sua confusione invade tutto, come un essere strisciante che si insinua in ogni piccola debolezza, incertezza, fessura e incrinatura dilatandola fino a farla sgretolare. Si può solo aspettare che questa follia si esprima e poi si plachi, per poter ricomporre i pezzi, uscire fuori dal guscio in cui si è cercato di proteggersi e andare avanti. Emblematica, a questo proposito, è una delle scene finali, dove in una casa barricata dai travertini, completamente isolata dal rumore esterno, dove, nel tentativo di ritrovare una calma perduta, manca perfino l'aria per respirare, Marthe rompe il muro a martellate, ritrovando la luce e la speranza dopo il buio e la disperazione più profonda.( ricordandomi, tra l'altro, la scena finale di un altro bellissimo film, Take Shelter di Jeff Nichols, diverso per estetica, ma per certi versi simile per tematiche).


 
Home è ambizioso, dall'aria assurda, ma girato con uno stile estremamente realista. Pur non essendo di certo un capolavoro è un film interessante, pieno di spunti di riflessione e di interpretazioni possibili, che non ci fornisce nessuna risposta precisa, ma ci fa calare, allo stesso tempo delicatamente e con forza, nella nevrosi maniacale che attraversa come un fiume sotto al ghiaccio la nostra esistenza e la nostra modernità.