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sabato 21 giugno 2014

Santuario



Il connubio fantascienza-horror ha più volte dimostrato di essere un'ottima base di partenza per la costruzione di intrecci narrativi molto interessanti. Se penso al cinema le prime due pellicole che mi vengono in mente da questo punto di vista sono Alien di Ridley Scott e La Cosa di John Carpenter, dove elementi tipicamente sci-fi si intrecciano ad atmosfere angoscianti, claustrofocbiche, ricche di suspence e risvolti terrificanti.
Spostando ora l'attenzione dal medium cinematografico a quello fumettistico, un'opera che risponde certamente a questa caratterizzazione ibrida, compresa tra l'horror e la fantascienza, è Santuario di Cristophe Bec e Xavier Dorison, edito da Mondadori come secondo numero della collana Fantastica.
Al pari della famosa opera di Carpenter, dove una spedizione di scienziati precipita lentamente nel panico a causa di una misteriosa infenzione che sembra trasformare ogni essere vivente in orripilanti mostri alieni, anche Santuario è giocato proprio su una escalation di tensione dovuta a qualcosa di spaventoso che sembra gradualmente insinuarsi tra i membri dell'equipaggio di un sottomarino in missione.
Santuario, come ogni opera che fa della suspence il suo elemento principale, parte piano. Dorison ci presenta dapprima tutti componenti dell'quipaggio dell'equipaggio dell'USS Nebraska, sottomarino americano impegnato in una missione dai fini non specificati nelle profondità del mediterraneo. I segreti e le omissioni sulle motivazioni della spedizione verrano svelati a poco a poco durante lo svolgersi della vicenda, ma già da subito si intuisce che qualcosa sta per succedere.




L'evento cruciale, che accende quello che sarà un appassionante climax ascendente di tensione, è la scoperta di un enorme santuario sepolto nelle profondità marine. Attirati dalla curiosità di sapere che cosa si cela in questo luogo, l'equipaggio del Nebraska organizza una spedizione di esplorazione.Grazie all'esperienza sul campo, congiunta con una ricerca teorica a bordo del sottomarino, si intuisce presto che il santuario è collegato ai riti, ai poemi e alla mitologia dell'antica civilta Ugaritica. Nel santuario sembra nascondersi un segreto occulto e spaventoso, qualcosa che non è di questo mondo e che possiede una potenza tanto devastantante da costringere un popolo pacifico al sacrificio di massa. Saranno solo semplici superstizioni, frutto di culti pagani ancestrali o ingenue credenze in immaginarie divinità sanguinarie o, invece, sarà proprio una di esse ciò che è nascosto nelle profondità del santuario? Perchè sia i Nazisti sia i Russi avevano organizzato spedizioni in questo luogo? E perchè tutti i tentativi si sono rivelati un terribile fallimento?



Dalle clasutrofobiche atmosfere metalliche del sottomarino agli opprimenti ambienti cavernosi del Santuario, Dorison costruisce un dramma psicologico complesso e intelligente. Mixando sapientemente elementi fantascientifici, storici, archeologici, horror e fantastici, l'autore riesce a creare una situazione che porterà i protagonisti a confrontarsi con situazioni pericolose e assurde, mettendo alla prova il loro addestramento militare e portandoli oltre i limiti della ragione. Così, la paranoia inzia a diventare protagonista delle relazioni interpersonali e delle elucubrazioni private, le paure più ancestrali assumono la forma nitida di sogni che sembrano reali per poi diventare vere e proprie allucinazioni ad occhi aperti. Non mancano anche le suggestioni tipiche di una spy story e della narrativa fantastorica, con la citazione di documenti top secret e di personaggi realmente esistiti, arrivando a sfiorare, ad esempio, l'occulto esoterismo più volte collegato ai circoli nazisti.
La narrazione procede con un ritmo lento e asfissiante, a volte quasi opprimente, che schiaccia inesorabilmente il lettore, ma che riesce comunque a tenere alta la tensione, invogliando a proseguire la lettura. I dialoghi sono maturi e contribuiscono ad una delineazione psicologica complessa dei personaggi. Dorison riesce a creare una efficacissima rete di rapporti e intrecci tra le vicende personali di ogni personaggio e la storia principale legata alla missione del sottomarino. In questo modo le paure della situazione presente si incrociano con le angoscie del passato e della vita "in superficie" creando un variegato affresco umano dell'equipaggio. Sempre riguardo alla narrazione va sottolineata l'estrema verbosità dell'opera, che fa della storia raccontata un'incessante e corposo crescere di tensione, non concedendo quasi mai un attimo di stacco e respiro al lettore. Questo, se da un lato potrebbe risultare un elemento negativo e forse controproducente, dall'altro non fa che aumentare quella sensazione di claustrofobia, follia e terrore che pagina dopo pagina sembra attenagliarci fino nel profondo delle viscere.



Passando all'aspetto prettamente grafico posso solo dire che il lavoro di Bec è qualcosa di davvero straordinario. Il disegnatore delinea le atmosfere metalliche del sottomarino, così come le profondità acquatiche, con toni cupi e avvolgenti, impreziositi da raffinati giochi d'ombra che vi aggiungono una carica espressiva davvero notevole. Tutto risulta minaccioso, terribile e clasutrofobico Il tratto preciso e dettagliato di Bec caratterizza i personaggi in modo impeccabile, dando molta attenzione ai particolari del volto e dei gesti, contribuendo, in questo modo, a rendere ancora più efficaci sia i dialoghi sia la tensione percepita grazie all'ambientazione. Se per tutta la narrazione prevalgono colori scuri e plumbei, non mancano, tuttavia, le aperture a scenari dai toni più brillanti o sfumati o, addirittura, abbaglianti come, ad esempio, nelle spettacolari scene dove vengono rappresentate le esplosioni.



Per concludere, Santuario è un ottimo fumetto, dotato di un intreccio narrativo curatissimo e molto appassionante, capace di mixare generi differenti e mantenere una solidità impeccabile per tutta la durata della vicenda. A questo si deve aggiungere un impatto visivo veramente impressionante che rende ogni tavola un piccolo capolavoro dal punto di vista percettivo ed espressivo.

mercoledì 5 febbraio 2014

Zombo

Mondi di morte, agenti clonati, cannibali psicopatici, terribili mostri, aspiranti suicidi, pop star e talent show. Tutto questo e moltissimo altro è Zombo, di Al Ewing e Larry Flint. Un trip psichedelico inzuppato di humor nero e satira sociale.



Quando si pensa agli zombie, sia in un libro che in un film, quello che ci può venire in mente è più o meno questo:
1. va tutto bene
2. si inizia a vedere qualche persona non proprio a posto,
3. il furbone di turno scopre che c'è stata un'epidemia
4. ecco un piccolo branco di sventurati intenti a scappare da un orda di non morti che dilaga dappertutto sperando di trovare un posto sicuro o una cura.
Quante volte, polpettato in varie maniere e con varie scuse, abbiamo assistito a questo copione?
Probabilmente troppe.
Detto questo, acquistare un fumetto che in copertina ha un enorme zombie che dice "Posso mangiarti per favore?", potrebbe essere una scelta quantomeno discutibile, di quelle che portano al classico "è sempre la solita roba". Ecco, di Zombo, scritto da Al Ewing e disegnato da Larry Flint, si potrebbe dire di tutto tranne che è "sempre la solita roba".
Il volume è diviso in due "storie". La prima vicenda inizia sul pianeta Chronos, un "mondo di morte", che sembra uscito da un trip psichedelico. E' in questo luogo ostile che precipitano i passeggeri del volo 303. Tra loro ci sono due agenti governativi clonati, che ritengono l'autorità del governo qualcosa di indiscutibile e proteggono una grossa capsula contenente un essere misterioso. Questo essere è Zombo, morto vivente artificiale, amante della carne umana, aggressivo, ma educato al punto giusto, con il sogno di diventare una stella del pop. In questa prima parte della trama, Ewing, si diverte a mettere su carta più o meno ogni cosa che gli sarà passata per la testa. L'atmosfera sfocia spesso nell'assurdo, nel comico e nel demenziale: morti incredibili, smembramenti, personaggi completamente schizzati, cannibali psicopatici, piante carnivore, mostri di qualsiasi tipo, sono questi gli elementi che affollano l'universo di Zombo.Tuttavia, al contrario di quanto potrebbe sembrare, la follia e le invenzioni dello sceneggiatore mantengono sempre una certa intelligenza, il senso di grottesco è sempre presente, ma si percepisce la sottigliezza dei testi e delle situazioni proposte.



Passando alla seconda vicenda, questa volta, ci troviamo sulla terra. La narrazione ruota attorno ai complotti di un gruppo di produttori di Talent Show e alle macabre imprese di un gruppo di strani individui, I Suicide Boys, sorta di emo estremi, ossessionati dal filmare morti violente per poi postarle e votarle su un canale Web chiamato "Death Tube". In questa parte ci sono trovate davvero geniali e la critica sociale si fa molto più palese. Ewing ironizza sul mito dello spettacolo, sulla moda dei talent show e la mercificazione del corpo e del talento. E' presa di mira l'ansia del successo mediatico e il morboso attaccamento alla condivisione di contenuti in internet, specialmente quando contribuisce a creare una sorta di "nicchia" culturale e linguistica. Questo spesso porta a realtà abberranti, nel fumetto esemplificate dagli estremi Suicide Boys, che vivono nell'attesa di filmare la "morte migliore" e gratificarsi con le "cinque stelle" di voto degli altri utenti del social. Comunque, nonostante la forte valenza critica, l'opera non smette mai di conservare una grossa dose di umorismo e leggerezza, che la rende sempre piacevolissima alla lettura.




Per quanto riguarda i disegni, a mio parere, il lavoro di Flint è davvero ottimo. Le tavole sono un tripudio di colori acidi e psichedelici e contribuiscono a creare delle tavole dall'impatto visivo notevolessimo. I personaggi sono sempre caratterizzati molto accuratamente, con ricchezza di particolari dall'originalità indiscutibile. Anche per quanto riguarda gli ambienti ci troviamo ad alti livelli, infatti, sia negli scenari naturali, sia in quelli cittadini o negli ambienti c'è sempre una grande attenzione per i particolari e il tocco personale dell'artista è sempre ben percepibile.
Per concludere, Zombo è sicuramente un'opera sopra le righe, un lavoro che osa e lo fa in maniera intelligente e strutturata. Consigliato a tutti quelli che amano gli scenari grotteschi, l'umorismo nero british e una tendenza alla presentazione di una distopia folle che, pur prendendosi sempre un pò in giro, fornisce notevoli spunti di riflessione.


mercoledì 18 settembre 2013

Severed


Nel 1916 uno spietato serial killer dai denti affilati come rasoi terrorizza le strade d'america, un ragazzo vagabondo sogna di rincontrare suo padre, ma non sa che il sogno sta per trasformarsi in un incubo. Un horror solido e coinvolgente dalla penna di Scott Snyder e Scott Tuft e la matita di Attila Futaki







Con l'horror ho sempre avuto un rapporto ambivalente. Da un lato l'immaginario horror, con la sua tensione, la sua suspence, il suo smuoverti le budella con quella strana fisarmonica tra attrazione e repulsione, mi ha sempre affascinato. Infatti ho da sempre amato i film di Carpenter, quelli del primo Sam Raimi, di Hitchcock, di Romero, di Cronenberg, di Craven, le migliori trasposizioni di King e in letteratura mi pacciono Edgar Allan Poe, Lovecraft e Lansdale anche quando si lascia andare, appunto, a tinte più orrorifiche. Credo quindi che l'horror possa essere un genere dove sia possibile creare racconti, opere e immagini artisticamente valide e tanti altri autori, oltre a quelli che ho fugacemente citato, lo hanno ampiamente dimostrato. Tuttavia l'horror molto spesso mi annoia, lo trovo banale e molte volte, soprattutto in ambito cinematografico, la ripetizione e proliferazione a bassa qualità dei clichè del genere, ormai sedimentati, produce risultati poco coinvolgenti e artisticamente pessimi. Questo fa sì che ogni volta che mi accingo a leggere o a guardare un'opera horror parta sempre un pò prevenuto, per timore che sia "la solita storia horror" e che per giunta non faccia nemmeno paura. Con Severed, fumetto scritto a quattro mani da Scott Snyder e Scott Tuft e disegnato da Attila Futaki, per fortuna non ci troviamo di fronte ad un horror becero, ma ad un opera solida, coinvolgente e di qualità.
La  narrazione si apre con Jack Garron, un anziano nonno americano negli anni 60, che riceve per mano di suo nipote una lettera da un uomo sconosciuto. Alla sua lettura, Jack, come spaventato da qualcosa che riemerge terribile dal passato, si agita ed esce di casa. A questo punto, parte un lungo flashback che ci svelerà la storia che sta dietro alla reazione di Jack alla lettera.





Siamo nel 1916, Jack Garron è un dodicenne che suona il violino e scopre di essere stato adottato, sa che suo padre è un musicista vagabondo e si mette in testa di cercarlo. Jack si mette in viaggio nelle immense lande americane, spostandosi clandestinamente sui treni merci alla maniera degli hoboes e compie varie peregrinazioni, non prive di difficoltà. Il ragazzo continua a viaggiare fino ad incontrare Sam, una ragazza che si finge un maschio per evitare di essere molestata durande i suoi vagabondaggi. I due diventano subito inseparabili e decidono di muoversi insieme alla ricerca del padre di Jack tra locali fatiscenti, esibizioni stradali con il violino e i consueti treni merci. Proseguendo nella vicenda i due sono avvicinati da un uomo che sembra interessarsi a loro, nonostante i suoi modi siano un pò strani, i due ( soprattutto jack) decidono di fidarsi. Nel frattempo un inquietante anziano con denti affilati come rasoi terrorizza le strade d'america, un serial killer spietato che si ciba di ragazzini. Questo sarà solo l'inizio di una discesa infernale verso il terrore che segnerà per sempre la vita di Jack, recidendone ( Severed) in modo irrimediabile l'infanzia ( e non solo).






Snyder e Tuft scrivono una storia cupa e attraente, delineano bene i protagonisti e aprono gradualmente scorci sulla minaccia incombente, che a poco a poco si fa sempre più vicina ai due protagonisti. Il lettore è avvolto in un crescendo di suspense e tensione e non può far a meno di attendere con ansia l'esplosione della violenza da parte di un nemico mostruoso che, pur essendo sempre presente in sottofondo, resta per molto tempo in disparte dalla vicenda principale. Si può dire che Severed sia un horror di vecchia scuola, l'impianto è classico e già da subito immaginiamo a cosa sta andando incontro Jack, tuttavia il forte taglio cinematografico, i dialoghi curati e l'ottimo bilanciamento nel controllare la minaccia della violenza e la sua effettiva espressione ne fa un'opera che riesce comunque a coinvolgere fino alla fine. 
A mio parere è interessante vedere come Severed ci rappresenta il male. Il cattivo, il vecchio efferato cannibale, sembra essere qualcosa di eterno, ineludibile e inarrestabile, è una forza quasi metafisica che si manifesta e si ritrae a sprazzi per poi uscire allo scoperto in una deflagraziione di atrocità e violenza. Il racconto horror, come in certi film di Carpenter, diventa un espediente per far affiorare le devianze, le perversioni e l'orrore che serpeggiano nel lato oscuro della nostra società e, in particolare in questo fumetto, nel sogno americano.






Infine, a rafforzare maggiormente la suggestività di Severed, ci sono i bellisimi disegni di Attila Futaki. L'autore con uno stile ombroso e tenue, dalle tinte fosche e crepuscolari, fa prendere forma all'america degli anni venti con le sue strade fumose, le sue sterminate campagne, i treni merci in corsa e gli interni lignei scricchiolanti e impolverati, offrendoci tavole dalla grande potenza visiva ed evocativa.
Per concludere, Severed è un buon fumetto, consigliato sicuramente agli amanti dell'horror, ma anche a chi fosse soltanto interessato a leggere una bella storia dall'impianto classico e solido, creata con grande maestria e rigore formale.

lunedì 9 settembre 2013

Flowers in the Attic

Divenuto un vero e proprio caso letterario negli USA, "Flowers in the Attic" di Virginia Andrews ci attira e ci repelle in egual misura, precipitandoci in un'infinita spirale di orrori.





Correva un'abulica ed indolente mattinata d'estate, ed io, sempre più annoiata, mi accingevo a scorrere meccanicamente l'ormai nota home di Tumblr: mai avrei immaginato che proprio quest'ultima sarebbe stata la fonte della mia nuova ed inaspettata scoperta letteraria. Girovagando qua e là, rimango sorpresa dal compulsivo citazionismo che le blogger americane fanno di un particolare libro: "Flowers in the Attic" di Virginia Andrews. Tutto questo mi coglie decisamente impreparata e si scatena in me la più sordida curiosità: ma che cos'è questo tanto decantato Flowers in the Attic? Scopro che si tratta di un romanzo horror datato 1979 (uscirà circa un anno dopo anche in Italia per la casa editrice Sonzogno con il titolo Fiori Senza Sole, passando tuttavia del tutto inosservato, a tal punto che ad oggi l'edizione italiana è irreperibile), che è diventato un vero e proprio libro Cult per due generazioni di giovani americani appassionati del genere. Non è che il primo della cosiddetta "trilogia Dollanganger", che si compone anche di Petals in the Wind (1980) e My Sweet Audrina (1982). I due capitoli seguenti, però, non bisseranno assolutamente l'enorme successo del primo. Flowers in the Attic affronta tematiche disturbanti e morbose, ai limiti della censura per la puritana America dei primi anni ottanta. La trama è perversa e sinistra, quasi inverosimile: sono i primi, sfavillanti anni cinquanta, gli anni del più grande boom economico di cui gli USA abbiano mai potuto godere, e la famiglia Dollanganger vive serena nei sobborghi di una tranquilla cittadina in Pennsylvania. La situazione precipita con la morte improvvisa del capofamiglia: i quattro figli della coppia, chiamati affettuosamente Dresden Dolls (se vi siete mai chiesti da dove provenga il nome del gruppo di Amanda Palmer..bhe,ora lo sapete) per via della loro pelle di porcellana, vengono rinchiusi in un'angusta soffitta dalla madre e dall'anziana nonna. Da qui in avanti sarà un'escalation di orrori: incesti, abusi sessuali, sevizie di ogni genere. Particolarmente ributtante l'episodio dell'avvelenamento perpetrato dalla nonna ai danni dei due gemellini più piccoli. Flowers in the Attic si legge d'un fiato, la scrittura quasi dilettantesca della Andrews non sembra essere d'intralcio al dispiegarsi della trama, anzi: rimaniamo incollati alle pagine sino all'inaspettato finale. A lettura conclusa, il libro ci lascia prede di un sottile velo d'inquietudine, che serpeggia svelto sottopelle e che ci accompagnerà per molti giorni a venire. E' l'annichilamento dell'infanzia che la Andrews ci descrive a farci rimanere disgustati: un'infanzia svilita, corrotta, infettata dalle perversioni e infine uccisa. Nel 1987 esce anche un film tratto dal romanzo, diretto da Jeffrey Bloom, che riscuote anche un discreto successo. In Italia lo conosciamo come Fiori nell'Attico. Persino la più famosa figlia di papà di Hollywood, Sofia Coppola, non fa mistero del suo amore per Flowers in the Attic: protagoniste di uno dei suoi più famosi corti, Lick the Stars (1998), sono quattro ragazze ossessionate dalla famiglia Dollanganger.


B.R

giovedì 16 maggio 2013

La casa

LA CASA: Fede Alvarez gira un remake duro e di grande impatto visivo dell' horror cult che aveva lanciato un giovanissimo Sam Raimi nel 1981

Locandina del film

Nella produzione cinematografica attuale si ha frequentemente la tendenza a sfruttare il richiamo di personaggi, storie, libri e film cult molto popolari per assicurarsi a priori attraverso operazioni di remake, trasposizioni o rimpolpamenti, una buona dose di affluenza di pubblico in sala. Spesso e volentieri questa politica di marketing ha portato a risultati infimi dal punto di vista artistico, seguiti, successivamente, anche dal malcontento degli spettatori, che pur non tradendo le aspettative di affluenza in sala nei tempi vicini alla data di lancio, lasciano poi decadere il prodotto "per passa parola" subito nelle settimane successive.
Devo ammettere che quando fu annunciato che quest'anno ci sarebbe stato un remake di un classico dell'horror come "The Evil Dead" di Sam Raimi (1981), alla quale per altro sono molto affezionato, le perplessità non mi sono certo mancate. La prima sensazione che ho avuto è stata quella di una operazione commerciale di dubbio gusto e incerta utilità (per dirla con eufemismo, in realtà ho pensato "sarà la solita cavolata") e il mio scetticismo è continuato fino alla visione del film, che, lo dico già da ora, mi ha piacevolmente smentito.
Ebbene, forse anche grazie alla partecipazione dello stesso Raimi e di Bruce Campbell (che hanno prodotto e revisionato il progetto), questa volta il remake non è solamente riuscito, ma siamo di fronte ad un prodotto che è sicuramente uno dei migliori horror usciti di recente.
La trama, così come nell'originale di Raimi, è molto scarna e semplice. La giovane Mia raggiunge un cottage sperduto nel bosco, insieme a suo fratello David, la sua fidanzata e altri due amici, per disintossicarsi dalla droga. Il soggiorno notturno dei 5 ragazzi diventerà presto un incubo infernale, quando dopo aver scoperto una botola che apre su di una inquietante cantina piena di gatti morti appesi, trovano uno strano libro avvolto nel filo spinato. La lettura del libro da parte di uno dei ragazzi risveglierà un'arcana forza demoniaca che cercherà di uccidere i ragazzi impossessandosi di loro e rivoltandoli uno contro l'altro.
Il regista in questa pellicola rielabora il materiale Raiminiano in maniera molto originale, riuscendo a fare emergere nuove soluzioni tematiche e visive, dando così un significato artistico all'operazione di remake.
Per fare questo accantona qualsiasi vena ironica e parodica emergente soprattutto nel secondo e nel terzo episodio della saga di Raimi, in favore di un horror duro e senza compromessi. Non ci sono battute divertenti, non ci sono gag comiche, non ci sono scene melodrammatiche, non c'è salvezza, non c'è redenzione. Alvarez torna all'orrore puro aumentando esponenzialmente anche le scene di violenza, che beneficiano sicuramente, rispetto all'originale, di una resa più realistica che solo in qualche momento si lascia andare ad un'estetica tipicamente splatter da B-movie, preferendo un'immagine di dolore e di paura fatta di continue torture, ferite, attacchi rapidi, auto mutilazioni di grande impatto visivo e di grande creatività. Proprio in questo campo, il regista dimostra il suo valore, in quanto gioca con molti stereotipi del genere horror facendoli suoi, concatenandoli in maniera creativa, modificandoli, scegliendo bene il taglio delle inquadrature per dare un ulteriore senso di angoscia e terrore. Il film parte subito forte e non si ferma mai. Non ci sono cali di tensione, è un continuo susseguirsi di emozioni sanguigne e tensione viscerale che ripete magnificamente la dinamicità continua e delirante dell'originale, di cui sicuramente il livello costantemente alto della tensione era una delle caratteristiche principali e più riuscite. E' un vortice di atmosfera malata, che ci trascina sempre più in basso sull'orlo della follia senza un attimo di tregua.
Una particolare menzione va fatta, secondo me, per la potenza puramente visiva di certe scene. Il regista riesce a giocare con i colori, con le luci, con l'espressioni dei personaggi in modo tale da darci delle immagini di un potenza percettiva devastante, che si imprimono con forza negli occhi e nella mente dello spettatore. Spettacolare la scena finale dove Mia affronta l'ennesimo demone sotto un' inesorabile pioggia di sangue mentre la casa in fiamme brucia alle sue spalle, dandoci l'idea di un inferno tutto terreno che non può non sbalordirci con la sua magnificenza e nello stesso tempo catapultarci verso l'ennesimo picco di tensione.
In definitiva, questo film di Alvarez è, a mio parere, un bel film horror, soprattutto per l'originalità che il regista a dimostrato nella rielaborazione del lavoro di Raimi, per le soluzioni visive e per l'ottima tensione suscitata per tutta la durata del film. Un film horror come questo è un operazione coraggiosa, in quanto non è facile fare un prodotto con una sua propria identità partendo da un vero e proprio cult del genere, come The Evil Dead e mi sembra che la mano di Alvarez sia presente in maniera profonda e precisa. Inoltre risulta essere un'opera di grande sincerità e schiettezza, che riporta l'horror ad un paura tutta di pancia, ad una durezza e violenza estrema che smuove facendo leva sulla sua forza percettiva dell'immagine e ci coinvolge nell'azione per tutta la durata della pellicola.


domenica 21 aprile 2013

La notte del Drive-in, Joe R. Lansdale


La Notte del Drive-in

Un viaggio allucinante tra i meandri più orrorifici della civiltà umana.

Di Joe Lansdale avevo già letto Mucho Mujo e ne ero stato piacevolmente colpito. Un ottimo thriller-noir, ricco di colpi di scena, pervaso da un humor nero tutto texano e farcito di personaggi carismatici e divertentissimi. Con queste ottime premesse ho deciso di proseguire nella conoscenza della produzione di questo autore e sono stato attirato da quella che Niccolò Ammaniti ha definito come “il vertice creativo della produzione di Lansdale”, ovvero “La notte del Drive-in”.
Quattro ragazzi decidono di passare un venerdì sera al drive-in “Orbit”, il più grande del mondo, a guardarsi cinque classici dell’orrore assieme a qualche migliaio di persone. A metà del secondo film, nel cielo appare una strana meteora sorridente. Inseguito a questo avvenimento, il drive-in viene circondato da misteriose, fittissime tenebre che uccidono chiunque tenti di uscire. Il panico inizia a serpeggiare e dopo giorni senza più cibo e alla mercé di forze soprannaturali, mentre i film dell’orrore continuano senza sosta ad essere proiettati sugli schermi, gli spettatori intrappolati nel drive-in diventano sempre più violenti, feroci, pericolosi e disperati dando inizio ad uno spettacolo di ferocia primordiale.
Questo è lo scenario che Joe Lansdale ci apre davanti agli occhi nel volume “La notte del Drive-in” che comprende i primi due libri del ciclo del Drive-in, scritti tra 1988 e Il 1989, ovvero “ la notte del Drive in” e “ Il giorno dei dinosauri”. Al ciclo appartiene anche un terzo volume, cioè “la notte del drive-in 3-gita per turisti” scritto ben 16 anni dopo il secondo volume.
L’opera di Lansdale ha tutte le caratteristiche di uno orrendo trip sotto chissà quale droga sintetica. È follia pura. Entrambi i libri sono un viaggio onirico, claustrofobico e alienante nella perversione del genere umano. L’autore crea un microcosmo fantastico dove gli istinti primordiali dell’uomo si liberano in tutta la loro violenza creando una sorta di apocalisse tutta terrena. Le atmosfere grondano costantemente orrore e disperazione, le situazioni assumono toni deliranti che tuttavia non possono non riportarci a parecchie dirette riflessioni sulla nostra società e realtà quotidiana.
La scrittura di Lansdale è frenetica e allucinata condita da una costante vena di humor nero e da un tono quasi sarcastico. Il lettore si ritrova immerso in questo mondo dove è impossibile orientarsi, dove le logiche quotidiane sembrano essere del tutto stravolte e nuove leggi fondate sugli impulsi più macabri e sui sogni terribili si instaurano inesorabili.
Delirante, crudo, ironico, questo libro è un vero e proprio viaggio nella deviazione umana, una discesa nell'inferno della civiltà occidentale contornata da una tagliente critica alla società del consumo e alle illusorie speranze religiose. Lansdale non ha paura di portarci all'estremo, di varcare costantemente il limite dell’inaspettato con estrema naturalezza e con l’ironia che lo contraddistingue. È un'opera decisamente non adatta a stomaci deboli. La violenza la fa da padrone e viene presentata in tutta la sua crudezza, ma senza la pesantezza di espliciti giudizi morali. Le immagini si accavallano come in un incubo o in una prolungata e tremendissima allucinazione, esplodono con forza nella nostra mente che diventa quasi uno schermo davanti ai nostri occhi, come quello del drive-in, dove continuano imperterrito a  passare gli stessi 5 B-movie horror. Le azioni sconcertanti, gli eventi cruenti e il sangue umano impazzito scorrono costantemente in una parata di personaggi dementi, folli, violenti e deliranti simile alle immagini di un film del miglior Carpenter o di un Tarantino “fanta-horror”. L’autore gioca e interviene con il suo stile su tutto un immaginario filmico e fumettistico che sembra davvero provenire da una fantasiosa narrazione apocalittica di 4 giovani adolescenti chiusi in un garage un pomeriggio d’estate e lo rende estremamente tangibile. Quasi reale.
La fantasia di Lansdale si spinge davvero al limite massimo e crea personaggi indimenticabili, che si insinuano come belve mostruose nella mente dello spettatore prendendolo per la gola e per la pancia e trascinandolo giù in un baratro dove l’assurdità è la realtà, dove la casualità sembra essere sconfitta da una marmaglia caotica. È tutto un guazzabuglio di forme deformate e mutevoli, con la quale è inutile provare a discutere tentando di dare una spiegazione logica, ma dove si può solo provare a sopravvivere.
In definitiva ritengo quest’opera di Lansdale davvero impressionante dal punto di vista immaginativo e stilistico. È  un’odissea onirica che ti violenta e ti toglie il fiato come un crampo alla gola. A volte la sensazione è quasi quella di una nausea che pervade tutto il corpo. Tuttavia non si può non rimanere attaccati alle pagine, perdersi in tutto quel delirio che incalza furiosamente e ci disorienta mantenendo sempre un certo che di ironico e sarcastico che ci ruba costantemente un sorriso, anche se un po’ amaro.
“Tutto ciò che è umano è patetico. La fonte segreta del comico stesso non è la gioia ma la tristezza. Non esiste il comico in paradiso”, scriveva Twain, nel suo “ Wilson lo zuccone”. Questa frase mi sembra particolarmente azzeccata per concludere la riflessione su questa opera di Lansdale. Infatti quella costante risata macabra e ubriaca, quella comicità paradossale che si esprime nelle pagine della “Notte del Drive-in” sembra davvero provenire dalla pateticità della condizione umana, dalla sua intrinseca fragilità e caoticità, dalla ineludibile incapacità dell’uomo di governare pienamente la propria esistenza e di dare una spiegazione a tutto nonostante gli sforzi e la ricorrenza alle più svariate entità governatrici e demiurgiche. Che siano il Dio Cristiano, una razza aliena superiore, il fantasma di Elvis o addirittura, come si ostina a credere Jack (il protagonista del romanzo), gli Dei di serie B alle prese con un film dove siamo tutti attori, sembra non fare davvero  troppa differenza.


Copertina del libro, tratta dal sito: http://www.horrormagazine.it/libri/884/