Nao Brown.Una ragazza anglo-giapponese tra disturbi ossessivi compulsivi, meditazione buddista, giocattoli e la ricerca dell'amore perfetto. Incantevole per gli occhi, il cuore e la mente. Il capolavoro di Glyn Dillon.
Ci sono volumi che ancora prima di leggerli sai già che ti piaceranno e che con un pò di fortuna, letti al momento giusto, finiranno non solo per piacerti, ma per entrarti dentro irrimediabilmente. Non so spiegarmi, è una sensazione, non sempre ci azzecca, ma la maggior parte delle volte si. Questo è quello che mi è accaduto con il Nao di Brown di Glyn Dillon.
Ho preso questo volumone a Lucca, l'ho tenuto sulla mensola per un pò, guardandolo ogni volta che entravo in camera, fino a quando una sera mi sono deciso a mettermi lì e leggerlo. Una volta iniziato l'ho dovuto finire. L'ho divorato.
Nao Brown è una ragazza anglo-giapponese che soffre di uno strano disturbo ossessivo compulsivo. Dimenticatevi la gente che si lava le mani 700 volte all'ora, dimenticatevi quelli che continuano ad accendere e spegnere la luce. Nao, infatti, soffre di frequenti attacchi di fantasie violente, che solo costanti esercizi di meditazione possono placare. Un bel problema.
La vita di Nao si divide tra un lavoro part-time in un megozio di toys, gestito da Steve, un amico del college, e una scuola buddista dove cerca di apprendere tecniche di meditazione che possano aiutarla con il suo disturbo.
La vita interiore di Nao è in continuo squilibrio. Nonostante cerchi di vivere con la maggior leggerezza possibile, la ragazza, non può fare a meno di continuare ad accusarsi e ad odiarsi per i pensieri violenti di cui è protagonista. Si sente cattiva e ha paura che anche la gente che le sta intorno la pensi così.
Nao è alla ricerca di qualcosa che calmi questo sobbuglio interiore, Nao è spezzata, scissa, sente il bisogno di qualcosa/qualcuno che la completi e le faccia vedere il mondo da una prospettiva diversa. Il disturbo psichico la porta ad un costante manicheismo riflessivo: buono/ cattivo, bianco/ nero. La malattia psichica viene allora riletta alla luce della filosofia orientale. Il disequilibrio, che è causa della malattia, deve in qualche modo riassestarsi. C'è bisogno di una neutralità, che riporti armonia tra mente e corpo.
L'autore si accosta a questi argomenti con un artificio meraviglioso, la storia di Pictor, un vero proprio fumetto dentro il fumetto, insieme alla progressiva descrizione dello svilupparsi dell'esperienza sua buddista di Nao.
La chiave di volta, che avvierà la situazione alla sua quadratura e all'equilibrio tanto cercato, risiede in un singolare personaggio, Gregory, un gigante buono, che quando beve diventa estremamente logorroico e si mette a sproloquiare sui filosofi e i letterati più disparati. Sarà lui l'uomo dei sogni di Nao, colui che le dimostrerà che "le cose non sono sempre bianche o nere. Ma il più delle volte sono marroni".
Dillon è davvero un maestro nell'affrontare un tema ostico come il disturbo ossessivo-compulsivo con grande leggerezza e profondità. La lettura è scorrevolissima, stratificata, la psiche di Nao ci si apre piano piano, noi ci entriamo e ci immedesimiamo, riusciamo a partecipare dei suoi pensieri, a sentire il suo disagio e la sua frattura.
Si oscilla tra euforia e disperazione, dalle volate in bicicletta con la musica nelle orecchie, alla tensione degli attacchi nervosi di pianto e ossessione.
Ogni atmosfera è un mix di sensazioni e culture. Tutto è pervaso da un alone orientale: buddismo, cultura zen e quella pop giapponese. Nello stesso tempo abbiamo anche l'inghilterra in sottofondo, con le sue strade, i suoi palazzi e i suoi pub.
Leggere il Nao di Brown è fare esperienza di un sacco di cose. Sentire rimbombi assordanti e godere di tiepidi silenzi. Fin dall'inizio ci sentiamo dissociati, rotti, ma piano piano cominciamo a ricomporci, a capire come le cose si amalgamo e prendono senso. Quest'opera è un viaggio interiore che si esprime in ogni particolare su carta, in ogni espressione dei protagonisti, in ogni scorcio privato e cittadino.
Una nota particolare la meritano sicuramente i disegni. Gli acquerelli di Dillon sono tra le tavole più impressionanti che io abbia mai visto. Tratti dai contorno scuri, marcati e precisi, campiti con tinte accese, ma delicate. Uno spettacolo visivo, un piacere per gli occhi e per il cuore.
Dillon ha dichiarato di essere influenzato da Moebius e Miyazaki. Questa cifra stilistica si può notare soprattutto nel "fumetto dentro il fumetto"di Pictor, dove Moebius e il maestro giapponese vengono in qualche modo fusi insieme, dando vita ad un piccolo gioiello dentro un'opera già di per se straordinaria.
Per concludere, non posso che consigliare il Nao di Brown a tutti, amanti dei fumetti e non, perchè siamo di fronte ad un'opera di egregia fattura, capace di far vivere un' esperienza emotiva intenssima, senza mai essere pesante pur mantenendo costantemente grande profondità e originalità. Un capolavoro da non perdere.
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mercoledì 20 novembre 2013
mercoledì 3 luglio 2013
Pax Romana
PAX ROMANA
Un'ucronia fantastica, avvincente e intelligente per un capolavoro assoluto della graphic novel fantascientifica/storica firmato Jonathan Hickman
"Sono l'illuminata sintesi di mille santi uomini. Sono il vescovo di Roma, il Panchen Lama, l'ultimo Califfo, il Sacerdote eterno di Amon Ra, il Rabbino Nero e lo Sciamano Bianco. Sono il Vicario di Cristo. Sono il Gene Papa".
Pax Romana, di Jonathan Hickman, inizia così, con una stuccevole presentazione di uno strano personaggio chiamato Gene Papa che decide di far visita al Re del Mondo, un bambino di 4 anni, per raccontargli la storia dell'umanità. Storia che nessuno conosce, a parte lui e il gran sovrano d'africa. Storia che ogni Gene Papa conosce, perchè scritta nel proprio Dna, vero e proprio archivio segreto vivente del Vaticano.
Questa cornice iniziale è un meraviglioso pretesto con la quale Hickman ci narra un'ucronica storia dell'umanità dove si mescolano abilmente fatti storici, fantascienza, riflessioni morali, politiche e sociali.
La trama, ovvero la storia raccontata dal Gene Papa al Re bambino, è davvero avvincente, solida e originalissima. In generale, si narrano le imprese di una task force di uomini scelti dal Papa nel 2053 e spediti indietro nel tempo all'epoca di Costantino per modificare il passato e cambiare il futuro.
"Distruggi il passato, crea il futuro" è lo slogan che sembra chiudere quest'opera e che riassume in un certo senso l'idea alla base del lavoro di Hickman, anche se ovviamente non si limita a questo.
All'affascinante ricostruzione storica, si uniscono l'analisi dei rapporti e degli impulsi umani sia tra i membri della task force, impegnati in una missione che ha dell'incredibile, sia tra gli uomini di potere del tempo. Inoltre sono presenti numerose riflessioni sui modelli politici, sulla qualità e le conseguenze dele scelte umane, sulla società, sulla civilizzazione e la legittimazione del potere. Non mi sembra il caso di svelare più elementi della trama che è davvero tutta da scoprire e sicuramente non ne resterete delusi.
L'opera di Hickman, come sostiene Blair Butler nella prefazione al volume, sfugge a qualsiasi canone preciso di narrazione e stile fumettistico. Le tavole di Pax Romana sono davvero un piacere per gli occhi, caratterizzate da una vasta gamma di colori acquosi, che immergono le immagini e le figure in esplosioni cromatiche nello stesso tempo delicate e prorompenti. Tutto questo colore emerge da un bianco sempre presente in gran quantità nelle pagine di Hickman, che da alle tavole un autosufficienza percettiva davvero importante.
Lo stile "Hickman" non si nota solo nella grafica, ma anche nell'impegno tematico e nella complessità narrativa che alterna abilmente momenti dialogici ad intere pagine scritte sotto forma di documento d'archivio o trascrizione di testimonianza vocale. Tutto questo ci permette di oscillare costantantemente tra il racconto orale del Gene Papa al Re Bambino e il taglio documentarstico-storico imposto dalla fantastica ucronia protagonista di Pax Romana, quasi fossimo in grado di leggere nel Dna del Gene Papa e far scorrere l'archivio dell'intera storia umana.
Pax Romana è un capolavoro assoluto. Hickman è un genio visionario, dotato di uno stile unico e affascinante. Senz'altro una delle graphic novel più belle che abbia letto quest'anno.
mercoledì 29 maggio 2013
L'alcolista
L'Alcolista: una stravolgente opera (quasi) autobiografica
"Voglio essere chiaro l'alcolista è solo un'opera di finzione". Jonathan Ames non usa giri di parole per descrivere "L'Alcolista", la sua prima avventura fumettistica scritta dallo stesso Ames, disegnata da Dean Haspiel e pubblicata da Vertigo.
La domanda che ci si pone prendendo per vere le parole di Ames a proposito di quest'opera è: chi è l'alcolista protagonista della vicenda? Si chiama Jonathan A. e ricorda molto da vicino lo stesso Ames. La storia raccontata non è una biografia dello scrittore, tuttavia Ames riprende alcuni ricordi della sua esistenza e li attribuisce al personaggio mischiandoli con altri avvenimenti del tutto inventati. Lo stile della narrazione è sicuramente biografico e più volte viene da chiedersi se gli eventi raccontati abbiamo un rapporto più o meno stretto con la reale vita dell'autore, ma tutto sommato, ai fini della lettura, rispondere a questo quesito non è poi così importante.
Il protagonista è uno scrittore alcolizzato e perennemente tormentato che ricorda alcuni momenti della sua vita. Si parte parte dall'adolescenza e dal primo contatto con l'alcol che si trasformerà ben presto in un rapporto continuo e distruttivo, vera costante di tutto il racconto. Gli anni della giovinezza sono caratterizzati, oltre che dall'abuso di alcolici, dal rapporto di amicizia con un ragazzo, Sal, il miglior amico di Jonathan che sfocerà, appena prima del college, in un rapporto sessuale tra i due. Questo fatto sconvolgerà Jonathan, aprendo le porte ad un tumulto interiore che lo condizionerà per sempre, sfasandone il rapporto con la sessualità e aprendo una complessa riflessione sull'amore e sull'amicizia.
In seguito si passa agli anni dell'università. Relazioni difficili con varie ragazze, eccessi continui, la morte dei genitori, l'amore per la scrittura e la letteratura, il dolcissimo rapporto con la zia e, come sempre, l'alcol, un sottofondo che sembra accompagnare il protagonista in ogni passo della sua esistenza fino all'età adulta.
L'equilibrio psichico di Jonathan è sempre in bilico, la sua vita è un continuo sali e scendi di emozioni, di stati di confusione, di momenti di euforia e di tristezza, di reazioni violente e periodi depressione. Il lettore è catapultato in un cosmo underground popolato da personaggi improbabili, prostitute e spacciatori, uomini distrutti, orge a base di droga, sbronze notturne, persone disperate che si addormentano nei bidoni della spazzatura, donne fatali, indecifrabili e sensuali, giovani malati di Aids, vecchi alcolizzati che rimpiangono la loro vita buttata.
L'alcolista è molto più che una vicenda personale, infatti intorno a Jonathan si muove tutto un mondo cittadino frenetico e irrequieto, molti personaggi entrano ed escono dalla scena, irrompono eventi stravolgenti come l'attentato dell'11 settembre che sconvolge il protagonista e il mondo intero o aneddoti simpatici come l'incontro con Clinton o con Monica Lewinski.
Sono presenti inoltre riflessioni sulla morte, sul senso delle relazioni, sulla ricerca dell'amore e di un sentimento profondo che possa dare senso alla vita. Jonathan è sempre alla ricerca di qualcosa che lo faccia stare attaccato alla realtà, che non lo costringa a perdersi nel mondo annebbiato dell'alcol dove sembra voler scappare per non soffrire, per non dover sopportare la pesantezza della vita. Esemplare, da questo punto di vista, è la tormentatissima storia d'amore con una ragazza più giovane di lui che lo abbandonerà e diventerà per lui una vera ossessione. Sarà una costante corsa per restare attaccato ad un pezzo di vita che si sbriciola irrimediabilmente e diventa a poco a poco solo uno spettro al di là del telefono; "se il telefono non squilla, sono io" si ripeterà più volte Jonathan aspettando una chiamata che non arriverà mai.
Lo stile letterario di Ames è puramente letterario, sono presenti moltissimi riferimenti a Fitzgerald, a Hemingway e a Kerouak che per un certo punto della vicenda diventerà un vero e proprio alter-ego del protagonista.
L'autore ci offre nel complesso una storia dura, malsana, allucinata e disturbante, che non pecca mai di retoricità e sentimentalismi gratuiti. L'eccesso è sempre presentato in modo sincero e cristallino, senza abbandonarsi all'artificiosità dello scandalo a tutti costi, mettendo in gioco in ogni momento le debolezze e la fragilità del protagonista. Ames lascia a noi il giudizio su questa dolorosa tempesta esistenziale che attesta in maniera lucida e inesorabile la vulnerabilità umana e il peso della vita sotto al quale è molto facile crollare.
I disegni di Haspiel sono precisi, minimali, spigolosi e graffianti sono sicuramente funzionali alla vicenda narrata e si integrano i modo perfetto con i testi di Ames.
In definitiva, L'alcolista, è un'opera poderosa e commovente, che riesce a toccare temi di grande importanza e delicatezza facendocene sentire il peso, ma nello stesso tempo condendoli con un alone di perenne sarcastica ironia. Sicuramente una graphic novel da leggere e rileggere, un vero capolavoro.
sabato 25 maggio 2013
The Following
The Following
"Un crime drama dove il bene è rappresentato come incerto e segnato dal passato e il male come intelligente e profondamente depravato"; così il quotidiano statunitense USA Today presenta la serie tv The Following trasmessa su Fox a partire dal 21 Gennaio 2013. A mio parere non potrebbero esserci parole più azzeccate per fornire un'idea sintetica dell'atmosfera che pervade il telefilm. Ci si trova immersi in una situazione reale, plausibile ed al tempo stesso così difficile da accettare come possibilità.
Un'ex agente del FBI, Ryan Hardy (Kevin Bacon), ritorna in attività per seguire il caso di evasione di un serial killer, Joe Carroll (James Purefoy), arrestato 9 anni prima dallo stesso Hardy. Questo incipit potrebbe sembrare l'inizio di una saga tipica che vede un serial killer evaso da un lato ed il poliziotto buono dall'altra, ma The Following invece nasconde continui colpi di scena che coglieranno alla sprovvista lo spettatore già dalla prima puntata, fino al finale violento, sconcertante ed inaspettato.
Personalmente alcuni elementi alla base della trama mi hanno colpito e credo risultino davvero interessanti. In primis il ruolo centrale della letteratura. Joe Carroll è un ex insegnate universitario di letteratura, uno scrittore decisamente scadente ed un appassionato di Edgar Allan Poe e sono proprio gli scritti di Poe il tema attorno al quale sembra girare tutta la vicenda nelle battute iniziali. Sottolineo all'inizio poiché le opere di Poe, sopratutto quelle riguardanti la visione della donna, il ruolo degli occhi come elemento espressivo della personalità e l'interpretazione della morte come momento necessario e liberatorio, sono alla base del modus operandi di Joe Carroll e costituiscono il messaggio di coesione della setta che egli andrà a formare, ma non vengono mai ben approfonditi. Lo spettatore infatti entra in contatto con l'interpretazione personale di Poe ad opera del serial killer. Carroll si sente vicino a questo poeta maledetto non solo dal punto di vista letterario, ma anche personale a tal punto da considerarsi un suo "erede". Il resto delle citazioni sembrano diventare un mero segno distintivo degli adepti di Joe, il collante simbolico dei followers. Tuttavia, questi individui sono legati a questo aspetto letterario solo grazie alla connessione esistente tra Joe e Poe, mentre ciò che essi "venerano" ed "amano" è la figura stessa di Carroll, un personaggio che risulta un individuo carismatico, attrattivo e fortemente persuasivo. L'universo simbolico di Poe, caro a Joe, viene svuotando divenendo per i followers il simbolo di Carroll stesso. Il meccanismo messo in gioco ricorda sicuramente quello riguardante la svastica nazista, mutuata da Hitler dalla simbologia religiosa orientale e, probabilemente indicante il disco solare, ma diventata per il suoi adepti il simbolo del nazismo e del Fuhrer stesso.
Decisamente interessante è la dicotomia tra storia e realtà che caratterizza la trama. Lo spettatore si trova a guardare le scena da un punto di vista esterno, avendo la possibilità di vedere passato, presente e futuro contemporaneamente. I due protagonisti principali vivono in un presente ben definito, tuttavia hanno un passato comune e personale decisamente oscuro, il quale affiora frequentemente attraverso flash back che si collegano e fondono al presente. Gli esempi che si possono fare a riguardo sono molteplici, già nelle prime puntate la caccia presente all'omicida evaso viene presentata di pari passo con il momento decisivo delle indagini di Ryan su Carroll 9 anni prima. Ma più interessante a questo proposito è la scelta di far divenire i due personaggi anche i protagonisti del romanzo di Carroll. Egli scrive una storia in cui si pone come narratore onnisciente e per questo i fatti, le reazioni e perfino le sensazioni che egli descrive divengono realtà in un terribile gioco di cui Hardy e chi lo circonda sembra essere prigioniero. Per Joe la scrittura di questo romanzo diventa fondamentale. Egli vede nelle persone che lo circondano non degli esseri umani, ma i personaggi del suo racconto e questo lo fa sentire padrone della loro esistenza innalzandosi al ruolo di Dio e arrogandosi il diritto di plasmare la realtà. Per Carroll realtà e racconto non sono più divise. Egli, infatti, deve necessariamente scrivere ciò che accadrà e ciò che è successo facendoci partecipare ad un continuo rapporto di allineamento e chiasma tra il piano reale e quello narrativo. A questo proposito, ritengo sia fondamentale evidenziare come la caratterizzazione che Joe fa dei personaggi sia la base di previsione del loro comportamento. Solo attraverso un accurato studio dell'individuo egli riesce a manipolarlo e prevederlo, anche se questo metodo non può considerare i colpi di testa o gli imprevisti. Sono questi elementi che fanno crollare il castello di carta costruito dal serial killer, egli pretende di determinare le azioni altrui senza considerare nè libero arbitrio nè gli impulsi più nascosti. In questo modo lo spettatore si trova a vedere il futuro attraverso il libro di Joe, che però può essere stravolto, in alcuni casi, dall'azione non convenzionale degli attori in gioco.
Altro elemento sicuramente attuale e sconcertante riguarda la costituzione stessa della setta di Joe. Internet costituisce un elemento potentissimo per la propagazione delle informazioni oltre che per la costruzione e l'esaltazione di un personaggio. Il processo che incrimina Joe Carroll infatti viene dipinto come un caso mediatico, il quale ha permesso la formazione di una serie di veri e propri followers attorno a questo mostro. In tutta la storia i mass media hanno un ruolo fondamentale, poichè sono il mezzo attraverso il quale i membri comunicano. Un semplice comunicato stampa, diventa il segnale per l'inizio di una strage o l'attivazione di un rapimento ecc... Questo elemento, connotativo della serie (basti pensare al titolo), risulta molto attuale e decisamente contemporaneo. La sceneggiatura guarda al nostro mondo ed evidenzia uno scenario che per quanto spaventoso e disgustoso risulta possibile ed è forse questo che lo rende così terribile. Sicuramente il tutto è enfatizzato dalla violenza che pervade le immagini, una sola stagione si lascia dietro infatti una serie di morti decisamente notevole per 15 puntate. Personalmente talvolta ho trovato che l'utilizzo estremo della violenza abbia sminuito il carattere psicologico insito nella serie. Certo, questo elemento conferisce alla trama un maggiore movimento, una forte tensione ed azione, tenendo gli spettatori attaccati allo schermo, tuttavia l'intreccio, il rapporto tra i personaggi e la forte connotazione psicologica di questi ultimi costituisce a mio parere l'elemento che stacca questa seria rispetto ad un classico telefilm di azione, perciò non ho apprezzato particolarmente la scelta di farlo passare in secondo piano in numerosi episodi.
La caratterizzazzione dei personaggi, come accennavo, è sicuramente un elemento interessante. Essi sono molto umani, sbagliano e muoiono, il protagonista sembra un enti-eroe, è alcolizzato, testardo, spesso non riflette, agisce d'impulso, in modo stupido mettendo a rischio la sua vita e quella di chi gli è attorno, non è un principe azzurro che salva sempre la situazione, nasconde un lato oscuro ed è proprio per questo che ci sembra così reale. Questo aspetto di Ryan emerge in modo chiaro e lampante durante un confronto con Joe. Quest'ultimo, infatti, vuole poter dare più spessore al suo personaggio, quello dell'eroe, ma per fare ciò deve scavare nel profondo e nel passato di Hardy, facendo riemergere la morte del padre, ovvero la prima volta in cui Ryan ha visto morire qualcuno e la sua vendetta. Per Joe quindi il legame con l'eroe si rafforza, egli lo vede come un suo alter ego, segnato dalla morte esattamente come lui.
Particolarmente interessante è la delineazione dei personaggi che ruotano attorno ai due protagonisti principali. In primo luogo il tema della famiglia è analizzato sotto differenti accezioni. "Famiglia" è infatti il termine con cui Joe chiama l'insieme dei suoi followers, ciò che invece viene definito dal FBI una setta. Sicuramente possiamo azzardare un parallelismo al caso reale della famiglia Manson, una setta fondata da Charles Manson negli anni '60. Anche in questo caso il collante era rappresentato dal leader stesso, musicista hippy a quel tempo e personaggio con un forte carisma. L'universo che ruota attorno a questi individui si basa sulla loro capacità di attrarre a sè persone che hanno vissuto esperienze particolari. Emblematico nella serie è il caso di Emma, una ragazza con problemi di autostima e famigliari, che trova in Joe tutto il suo mondo, il padre che avrebbe voluto e l'amante che cercava. Il rapporto che Carroll instaura con i suoi seguaci, sembra ad essi biunivoco, sono disposti a morire poichè si sentono parte di una famiglia, non di un'organizzazione. Lo scopo quindi non è una causa in cui credere, ma una persona da seguire. Dall'altro lato c'è la famiglia reale di Joe, Claire e Joey, la quale non ha nessuna intenzione di rientrare nella famiglia allargata dei followers, creando una duplicità che mette in evidenza come per il serial killer i due elementi non siano complanari e come gli scopi personali primeggino sull'incolumità del gruppo. Per Joe la priorità assoluta è il tentativo di riscrivere una storia che ricostruisca la sua vita prima della cattura. Egli vuole un ritorno allo status quo, che soddisfi la sua sete di vendetta nei confronti di colui che ha "distrutto" la sua vita.
Quindi, con queste premesse, non voglio certo svelare di più sulla storia o sul finale e sicuramente mi sento di consigliare la visione di questa prima stagione esprimendo un certo dissenso nel progetto di continuare con una seconda. Infatti, gli ultimi 10 minuti del finale, che non rivelerò, mi sono sembrati una forzatura, inserita per poter andare avanti quando il racconto avrebbe avuto un degno epilogo ed una conclusione decisamente completa all'interno di questa unica stagione. Il rischio sarà quello di costruire un sequel che condividerà solo una parte dei personaggi e forzerà una storia già conclusa eccellentemente.
Personalmente alcuni elementi alla base della trama mi hanno colpito e credo risultino davvero interessanti. In primis il ruolo centrale della letteratura. Joe Carroll è un ex insegnate universitario di letteratura, uno scrittore decisamente scadente ed un appassionato di Edgar Allan Poe e sono proprio gli scritti di Poe il tema attorno al quale sembra girare tutta la vicenda nelle battute iniziali. Sottolineo all'inizio poiché le opere di Poe, sopratutto quelle riguardanti la visione della donna, il ruolo degli occhi come elemento espressivo della personalità e l'interpretazione della morte come momento necessario e liberatorio, sono alla base del modus operandi di Joe Carroll e costituiscono il messaggio di coesione della setta che egli andrà a formare, ma non vengono mai ben approfonditi. Lo spettatore infatti entra in contatto con l'interpretazione personale di Poe ad opera del serial killer. Carroll si sente vicino a questo poeta maledetto non solo dal punto di vista letterario, ma anche personale a tal punto da considerarsi un suo "erede". Il resto delle citazioni sembrano diventare un mero segno distintivo degli adepti di Joe, il collante simbolico dei followers. Tuttavia, questi individui sono legati a questo aspetto letterario solo grazie alla connessione esistente tra Joe e Poe, mentre ciò che essi "venerano" ed "amano" è la figura stessa di Carroll, un personaggio che risulta un individuo carismatico, attrattivo e fortemente persuasivo. L'universo simbolico di Poe, caro a Joe, viene svuotando divenendo per i followers il simbolo di Carroll stesso. Il meccanismo messo in gioco ricorda sicuramente quello riguardante la svastica nazista, mutuata da Hitler dalla simbologia religiosa orientale e, probabilemente indicante il disco solare, ma diventata per il suoi adepti il simbolo del nazismo e del Fuhrer stesso.
Decisamente interessante è la dicotomia tra storia e realtà che caratterizza la trama. Lo spettatore si trova a guardare le scena da un punto di vista esterno, avendo la possibilità di vedere passato, presente e futuro contemporaneamente. I due protagonisti principali vivono in un presente ben definito, tuttavia hanno un passato comune e personale decisamente oscuro, il quale affiora frequentemente attraverso flash back che si collegano e fondono al presente. Gli esempi che si possono fare a riguardo sono molteplici, già nelle prime puntate la caccia presente all'omicida evaso viene presentata di pari passo con il momento decisivo delle indagini di Ryan su Carroll 9 anni prima. Ma più interessante a questo proposito è la scelta di far divenire i due personaggi anche i protagonisti del romanzo di Carroll. Egli scrive una storia in cui si pone come narratore onnisciente e per questo i fatti, le reazioni e perfino le sensazioni che egli descrive divengono realtà in un terribile gioco di cui Hardy e chi lo circonda sembra essere prigioniero. Per Joe la scrittura di questo romanzo diventa fondamentale. Egli vede nelle persone che lo circondano non degli esseri umani, ma i personaggi del suo racconto e questo lo fa sentire padrone della loro esistenza innalzandosi al ruolo di Dio e arrogandosi il diritto di plasmare la realtà. Per Carroll realtà e racconto non sono più divise. Egli, infatti, deve necessariamente scrivere ciò che accadrà e ciò che è successo facendoci partecipare ad un continuo rapporto di allineamento e chiasma tra il piano reale e quello narrativo. A questo proposito, ritengo sia fondamentale evidenziare come la caratterizzazione che Joe fa dei personaggi sia la base di previsione del loro comportamento. Solo attraverso un accurato studio dell'individuo egli riesce a manipolarlo e prevederlo, anche se questo metodo non può considerare i colpi di testa o gli imprevisti. Sono questi elementi che fanno crollare il castello di carta costruito dal serial killer, egli pretende di determinare le azioni altrui senza considerare nè libero arbitrio nè gli impulsi più nascosti. In questo modo lo spettatore si trova a vedere il futuro attraverso il libro di Joe, che però può essere stravolto, in alcuni casi, dall'azione non convenzionale degli attori in gioco.
Altro elemento sicuramente attuale e sconcertante riguarda la costituzione stessa della setta di Joe. Internet costituisce un elemento potentissimo per la propagazione delle informazioni oltre che per la costruzione e l'esaltazione di un personaggio. Il processo che incrimina Joe Carroll infatti viene dipinto come un caso mediatico, il quale ha permesso la formazione di una serie di veri e propri followers attorno a questo mostro. In tutta la storia i mass media hanno un ruolo fondamentale, poichè sono il mezzo attraverso il quale i membri comunicano. Un semplice comunicato stampa, diventa il segnale per l'inizio di una strage o l'attivazione di un rapimento ecc... Questo elemento, connotativo della serie (basti pensare al titolo), risulta molto attuale e decisamente contemporaneo. La sceneggiatura guarda al nostro mondo ed evidenzia uno scenario che per quanto spaventoso e disgustoso risulta possibile ed è forse questo che lo rende così terribile. Sicuramente il tutto è enfatizzato dalla violenza che pervade le immagini, una sola stagione si lascia dietro infatti una serie di morti decisamente notevole per 15 puntate. Personalmente talvolta ho trovato che l'utilizzo estremo della violenza abbia sminuito il carattere psicologico insito nella serie. Certo, questo elemento conferisce alla trama un maggiore movimento, una forte tensione ed azione, tenendo gli spettatori attaccati allo schermo, tuttavia l'intreccio, il rapporto tra i personaggi e la forte connotazione psicologica di questi ultimi costituisce a mio parere l'elemento che stacca questa seria rispetto ad un classico telefilm di azione, perciò non ho apprezzato particolarmente la scelta di farlo passare in secondo piano in numerosi episodi.
La caratterizzazzione dei personaggi, come accennavo, è sicuramente un elemento interessante. Essi sono molto umani, sbagliano e muoiono, il protagonista sembra un enti-eroe, è alcolizzato, testardo, spesso non riflette, agisce d'impulso, in modo stupido mettendo a rischio la sua vita e quella di chi gli è attorno, non è un principe azzurro che salva sempre la situazione, nasconde un lato oscuro ed è proprio per questo che ci sembra così reale. Questo aspetto di Ryan emerge in modo chiaro e lampante durante un confronto con Joe. Quest'ultimo, infatti, vuole poter dare più spessore al suo personaggio, quello dell'eroe, ma per fare ciò deve scavare nel profondo e nel passato di Hardy, facendo riemergere la morte del padre, ovvero la prima volta in cui Ryan ha visto morire qualcuno e la sua vendetta. Per Joe quindi il legame con l'eroe si rafforza, egli lo vede come un suo alter ego, segnato dalla morte esattamente come lui.
Particolarmente interessante è la delineazione dei personaggi che ruotano attorno ai due protagonisti principali. In primo luogo il tema della famiglia è analizzato sotto differenti accezioni. "Famiglia" è infatti il termine con cui Joe chiama l'insieme dei suoi followers, ciò che invece viene definito dal FBI una setta. Sicuramente possiamo azzardare un parallelismo al caso reale della famiglia Manson, una setta fondata da Charles Manson negli anni '60. Anche in questo caso il collante era rappresentato dal leader stesso, musicista hippy a quel tempo e personaggio con un forte carisma. L'universo che ruota attorno a questi individui si basa sulla loro capacità di attrarre a sè persone che hanno vissuto esperienze particolari. Emblematico nella serie è il caso di Emma, una ragazza con problemi di autostima e famigliari, che trova in Joe tutto il suo mondo, il padre che avrebbe voluto e l'amante che cercava. Il rapporto che Carroll instaura con i suoi seguaci, sembra ad essi biunivoco, sono disposti a morire poichè si sentono parte di una famiglia, non di un'organizzazione. Lo scopo quindi non è una causa in cui credere, ma una persona da seguire. Dall'altro lato c'è la famiglia reale di Joe, Claire e Joey, la quale non ha nessuna intenzione di rientrare nella famiglia allargata dei followers, creando una duplicità che mette in evidenza come per il serial killer i due elementi non siano complanari e come gli scopi personali primeggino sull'incolumità del gruppo. Per Joe la priorità assoluta è il tentativo di riscrivere una storia che ricostruisca la sua vita prima della cattura. Egli vuole un ritorno allo status quo, che soddisfi la sua sete di vendetta nei confronti di colui che ha "distrutto" la sua vita.
Quindi, con queste premesse, non voglio certo svelare di più sulla storia o sul finale e sicuramente mi sento di consigliare la visione di questa prima stagione esprimendo un certo dissenso nel progetto di continuare con una seconda. Infatti, gli ultimi 10 minuti del finale, che non rivelerò, mi sono sembrati una forzatura, inserita per poter andare avanti quando il racconto avrebbe avuto un degno epilogo ed una conclusione decisamente completa all'interno di questa unica stagione. Il rischio sarà quello di costruire un sequel che condividerà solo una parte dei personaggi e forzerà una storia già conclusa eccellentemente.
giovedì 16 maggio 2013
La casa
LA CASA: Fede Alvarez gira un remake duro e di grande impatto visivo dell' horror cult che aveva lanciato un giovanissimo Sam Raimi nel 1981
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| Locandina del film |
Nella produzione cinematografica attuale si ha frequentemente la tendenza a sfruttare il richiamo di personaggi, storie, libri e film cult molto popolari per assicurarsi a priori attraverso operazioni di remake, trasposizioni o rimpolpamenti, una buona dose di affluenza di pubblico in sala. Spesso e volentieri questa politica di marketing ha portato a risultati infimi dal punto di vista artistico, seguiti, successivamente, anche dal malcontento degli spettatori, che pur non tradendo le aspettative di affluenza in sala nei tempi vicini alla data di lancio, lasciano poi decadere il prodotto "per passa parola" subito nelle settimane successive.
Devo ammettere che quando fu annunciato che quest'anno ci sarebbe stato un remake di un classico dell'horror come "The Evil Dead" di Sam Raimi (1981), alla quale per altro sono molto affezionato, le perplessità non mi sono certo mancate. La prima sensazione che ho avuto è stata quella di una operazione commerciale di dubbio gusto e incerta utilità (per dirla con eufemismo, in realtà ho pensato "sarà la solita cavolata") e il mio scetticismo è continuato fino alla visione del film, che, lo dico già da ora, mi ha piacevolmente smentito.
Ebbene, forse anche grazie alla partecipazione dello stesso Raimi e di Bruce Campbell (che hanno prodotto e revisionato il progetto), questa volta il remake non è solamente riuscito, ma siamo di fronte ad un prodotto che è sicuramente uno dei migliori horror usciti di recente.
La trama, così come nell'originale di Raimi, è molto scarna e semplice. La giovane Mia raggiunge un cottage sperduto nel bosco, insieme a suo fratello David, la sua fidanzata e altri due amici, per disintossicarsi dalla droga. Il soggiorno notturno dei 5 ragazzi diventerà presto un incubo infernale, quando dopo aver scoperto una botola che apre su di una inquietante cantina piena di gatti morti appesi, trovano uno strano libro avvolto nel filo spinato. La lettura del libro da parte di uno dei ragazzi risveglierà un'arcana forza demoniaca che cercherà di uccidere i ragazzi impossessandosi di loro e rivoltandoli uno contro l'altro.
Il regista in questa pellicola rielabora il materiale Raiminiano in maniera molto originale, riuscendo a fare emergere nuove soluzioni tematiche e visive, dando così un significato artistico all'operazione di remake.
Per fare questo accantona qualsiasi vena ironica e parodica emergente soprattutto nel secondo e nel terzo episodio della saga di Raimi, in favore di un horror duro e senza compromessi. Non ci sono battute divertenti, non ci sono gag comiche, non ci sono scene melodrammatiche, non c'è salvezza, non c'è redenzione. Alvarez torna all'orrore puro aumentando esponenzialmente anche le scene di violenza, che beneficiano sicuramente, rispetto all'originale, di una resa più realistica che solo in qualche momento si lascia andare ad un'estetica tipicamente splatter da B-movie, preferendo un'immagine di dolore e di paura fatta di continue torture, ferite, attacchi rapidi, auto mutilazioni di grande impatto visivo e di grande creatività. Proprio in questo campo, il regista dimostra il suo valore, in quanto gioca con molti stereotipi del genere horror facendoli suoi, concatenandoli in maniera creativa, modificandoli, scegliendo bene il taglio delle inquadrature per dare un ulteriore senso di angoscia e terrore. Il film parte subito forte e non si ferma mai. Non ci sono cali di tensione, è un continuo susseguirsi di emozioni sanguigne e tensione viscerale che ripete magnificamente la dinamicità continua e delirante dell'originale, di cui sicuramente il livello costantemente alto della tensione era una delle caratteristiche principali e più riuscite. E' un vortice di atmosfera malata, che ci trascina sempre più in basso sull'orlo della follia senza un attimo di tregua.
Una particolare menzione va fatta, secondo me, per la potenza puramente visiva di certe scene. Il regista riesce a giocare con i colori, con le luci, con l'espressioni dei personaggi in modo tale da darci delle immagini di un potenza percettiva devastante, che si imprimono con forza negli occhi e nella mente dello spettatore. Spettacolare la scena finale dove Mia affronta l'ennesimo demone sotto un' inesorabile pioggia di sangue mentre la casa in fiamme brucia alle sue spalle, dandoci l'idea di un inferno tutto terreno che non può non sbalordirci con la sua magnificenza e nello stesso tempo catapultarci verso l'ennesimo picco di tensione.
In definitiva, questo film di Alvarez è, a mio parere, un bel film horror, soprattutto per l'originalità che il regista a dimostrato nella rielaborazione del lavoro di Raimi, per le soluzioni visive e per l'ottima tensione suscitata per tutta la durata del film. Un film horror come questo è un operazione coraggiosa, in quanto non è facile fare un prodotto con una sua propria identità partendo da un vero e proprio cult del genere, come The Evil Dead e mi sembra che la mano di Alvarez sia presente in maniera profonda e precisa. Inoltre risulta essere un'opera di grande sincerità e schiettezza, che riporta l'horror ad un paura tutta di pancia, ad una durezza e violenza estrema che smuove facendo leva sulla sua forza percettiva dell'immagine e ci coinvolge nell'azione per tutta la durata della pellicola.
martedì 30 aprile 2013
American Dust
American Dust
Prima che il vento si porti via tutto
Polvere… d’America… Polvere
"Romanzi del genere li riesci a scrivere solo se hai visto il fondo della sconfitta, o se sei già morto: non sei capace di quella intensità mite, di quella convalescente economia di parole se sei ancora vivo, o vincente. Per urlare così sottovoce, devi essere finito. Allora ti spetta una dolcezza che, in compenso, è infinita". Con queste parole Alessandro Baricco ha cominciato la sua recensione di American Dust e credo che siano profondamente rappresentative dell'aria che si respira in quest'opera.
Richard Brautigan scrive questo libro nel 1982. Negli anni '60 era stato un autore di culto, soprattutto in America e soprattutto nell'ambiente della Beat Generation. Il suo capolavoro "Pesca alla trota in America" ebbe un grandissimo successo, ma nel giro di dieci anni la fama di Brautigan ebbe un calo spaventoso. Libro dopo libro il giudizio di critica e pubblico peggiorò sempre di più e la paranoia, l'alcolismo e la depressione lo attanagliarano in un vortice brutale pronto a spingerlo sempre più giù, fino al suicidio avvenuto nel 1984 con un colpo di fucile calibro 44.
La storia di American Dust è davvero molto semplice. C'è un ragazzino di dodici anni e c'è un lago dove spesso si reca a pescare. Tutte le sere d'estate una strana coppia arriva al lago, scaricano un gran quantità di mobili e tra cui un divano, si mettono comodi e cominciano a pescare. Il ragazzino li vede sempre arrivare dall'altra sponda del lago. Un giorno decide di fare il giro e andare a scoprire chi sono.Tutto qui? Si, ma non proprio.
Nell'arco narrativo e temporale di questo mezzo giro di lago per scoprire qualcosa sugli strani personaggi, ci sta il racconto di tantissime storie ed esperienze, in un certo senso ci sta tutta la vita del ragazzino e non solo.
Brautigan come un regista visionario, compie un'opera di montaggio funambolico, la storia raccontata in prima persona oscilla continuamente dal Brautigan ragazzino, protagonista delle vicende, al Brautigan adulto, narratore onnisciente che si riscopre e rivive di nuovo in prima persona l'esperienze della sua infanzia.
E' un continuo gioco di flashback e flashforward, di rimandi al passato e allusioni al presente. L'autore gioca con i personaggi e con le vicende, le interrompe per poi riprenderle, salta da una storia all'altra con leggerezza ed ironia, per poi ritornare sempre a quel lago, al ragazzino dodicenne e alla coppia di grassoni intenti a scaricare i mobili dal furgoncino. Brautigan ci avvisa sempre sulla strada che sta per prendere, sulla scheggia di esistenza che vuole aprire e noi lo seguiamo senza difficoltà nel viaggio della sua memoria e nelle immagini dei suoi ricordi:
"Insomma il furgoncino carico di mobili è ancora incollato come una specie di cartolina a quel miraggio che è il passato. Dovrei lasciarli avanzare e prendere il posto che gli spetta sulle rive del lago. I due sono a non più di un centinaio di metri dal lago e basta che li lasci andare perché loro arrivino proprio qui dove sono seduto. Ma per qualche strana ragione non ho intenzione di lasciarli venire verso il lago a scaricare i loro mobili e incominciare quella serata di pesca di un terzo secolo fa. Sono quasi certo che ormai siano morti."
Nei limpidi frammenti di memoria, che lo scrittore fa emergere dolcemente quasi con un amaro sorriso nostalgico, c'è l'America immensa e polverosa del dopoguerra. Un'America lontana dalle grandi metropoli, fatta di laghi, campi, strade deserte, baracche di legno e popolata da personaggi strambi e decadenti, come un vecchio barbone che passa la sua esistenza scolando bottiglie di birra, che il ragazzino raccoglie per racimolare qualche dollaro e sentirsi "il Rockfeller dei vuoti". Brautigan descrive tutto questo con la semplicità dello sguardo di un fanciullo velato, tuttavia, dalla tenera tristezza e malinconia di un uomo che ha visto il vento dell'esistenza portarsi via tutto: dai suoi sogni, alla sua infanzia e alla sua innocenza.
American Dust è così commuovente nella sua semplicità perché è pervaso da una sincerità strabiliante, da una meravigliosa leggerezza che pesca a piene mani dai ricordi di una esistenza pervasa dal dolore. Un dolore che arriva al culmine nel ricordo dell'amico ucciso accidentalmente nel 17 febbraio del 1948, in un campo di meli durante un pomeriggio di gioco. Dalle pagine del libro, traspare costantemente il terribile rimorso per quella scelta così fatale e allo stesso tempo innocente tra un hamburger e una scatola di proiettili che avrebbe messo fine al bambino che era in lui e avrebbe tormentato per sempre l'uomo che sarebbe stato:
"Quel pomeriggio non sapevo che la terra aspettava di ridiventare una tomba nel giro di qualche giorno appena. Peccato non poter afferrare il proiettile e respingerlo dentro la canna del fucile calibro 22 perché si riavviti nel caricatore e di lì dentro al bossolo, come se non fosse mai stato sparato o nemmeno mai caricato."
L'ombra della morte, che come un soffio di vento è pronta a portarsi via tutto e a lasciare solo la polvere, aleggia in tutta l'opera. Tuttavia, l'atmosfera non è mai cupa. Il libro è pervaso da un aura di bellezza cristallina, che si contrappone alla mancanza di senso della vita umana e all'inseorabilità del caso che governa incontrastato le nostre vite, come fossero granellini di sabbia.
Per concludere, American Dust è a mio parere un piccolo capolavoro da leggere tutto di un fiato, scritto in modo magnifico e, come dice Baricco, con "una tristezza che non è mai triste".
domenica 28 aprile 2013
Re della Terra Selvaggia di Benh Zeitlin
Re della Terra Selvaggia di Benh Zeitlin
Un epico rito di passaggio dall'infanzia all'età adulta in un mondo fuori dal mondo
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| Locandina del film, tratta dal sito: http://spettacoli.blogosfere.it/2013/02/re-della-terra-selvaggia-trailer-trama-e-recensione-del-film-candidato-agli-oscar.html |
Ai confini del mondo. Questo il luogo di "Re della Terra Selvaggia" ("Beasts of the Southern Wild", Usa, 2012, 93') il film d'esordio di Benh Zeitlin e della giovane sceneggiatrice Lucy Alibar, uscito il 7 febbraio 2013, candidato a 4 Oscar tra cui quello di miglior film e vincitore della Camera D'or a Cannes. Il Film racconta la storia della piccola Hushpuppy, una bambina di 5 anni che vive con suo padre, il severo ma affettuoso Wink, nella comunità soprannominata la "grande vasca" (Bathtub), situata in una zona paludosa nel grande sud degli Stati Uniti, ma la vicenda di Hushpuppy, suo padre Wink e gli altri abitanti della "grande vasca" potrebbe davvero svolgersi ovunque e in qualunque tempo. Infatti, a parte qualche barca e qualche altro catorcio pseudo-tecnologico, quel loro mondo nello stesso tempo "ai confini e fuori" dal nostro mondo è spaesante e disorientante e ci appare come qualcosa di antico e contemporaneo, di quotidiano e straordinario. Procedendo con la trama, si scopre che Wink ha contratto una grave malattia e intende preparare la piccola Hushpuppy ad una realtà difficile dove non ci sarà più lui a proteggerla. Il sogno di Wink è che la bambina non abbandoni la grande vasca, ma che ne diventi il Re, la creatura più forte. Nel frattempo il Bathtub è minacciato da una grande catastrofe: un uragano di proporzioni bibliche si sta per abbattere su questo luogo e i suoi abitanti. Tuttavia, nemmeno questo pericolo imminente farà abbandonare la propria terra ad Hushpuppy e al suo papà, che resisteranno stoicamente e orgogliosamente in una lotta per la sopravvivenza che assume toni epici. Sulla piccola protagonista e l'intera comunità incombono paure di morte e distruzione che assumono, nella sua immaginazione e nei racconti degli adulti, le sembianze degli Aurochs, preistorici e terribili animali simili ai bisonti delle pitture rupestri, che si risvegliano da un sonno quasi eterno e al galoppo risalgono dalle profondità del tempo. In bilico tra la sopravvivenza e l'annichilimento gli abitanti della grande vasca riusciranno a resistere al caos e a preservare il loro mondo, riuscendo a trovare un equilibrio che assume i toni di un'armonia primordiale con la natura e le sue forze, di cui la piccola Hushpuppy diventa la tenera regina.
Re della Terra Selvaggia è anche, e soprattutto, un viaggio onirico nell'infanzia e nella crescita, nella quale ci si confronta con le proprie pulsioni primordiali, con la propria intimità, con la realtà circostante, con i propri sentimenti e con l'inesorabilità della morte. Tutto questo, nel film di Zeitlin, assume toni surreali e sognanti con le fulminanti visioni di Hushpuppy, che ricordano (soprattutto nelle immagini degli Aurochs) le atmosfere di "Nella terra delle creature selvagge" di Spike Jonze.
Come nella pellicola di Jonze anche qui le creature surreali rappresentano le paure della protagonista ed è necessario che ella riesca ad affrontarle per poter prendere il posto del padre all'interno della comunità. Perciò, in quello che ritengo essere il momento di maggior pathos del film, la bambina si trova di fronte alle spaventose creature, ma avendo già affrontato i suoi timori ed essendosi presa cura del padre ammalato, riesce ad uscire illesa dal confronto, ricomponendo metaforicamente un ordine globale che è prima di tutto una propria presa di consapevolezza interiore.
Il regista trova nei due protagonisti degli interpreti straordinari. Quvenzhané Wallis (Huspuppy) è capace di incarnare la curiosità instancabile, la vitalità, la rabbia pura e la paura sognante di cui solo i bambini sono capaci, mentre Dwight Henry (Wink) è la figura di un padre rigido, sanguigno, affettuoso e orgoglioso che anche nella disperazione rimane profondamente attaccato ai suoi valori e alla sua terra.
Le tematiche del passaggio all'età adulta e dell'interiorizzazione della cultura e delle tradizioni, in questo film raggiungono toni magici e mitici risplendendo di una luce che sembra incorporare l'intera storia umana, abbracciata da Hushpuppy nel suo immaginario racconto per i posteri ("gli scienziati che arriveranno nella grande vasca tra un milione di anni sapranno di Huspuppy che viveva con il suo papà") e nella sua risposta urlata "io sono l'uomo!" alla domanda retorica di Wink "chi è l'uomo?". La bambina interiore di Huspuppy crescerà e se ne andrà e così anche il suo papà, ma dentro di lei ci sarà abbastanza forza per accettarlo, continuare a vivere e andare avanti.
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| Immagine tratta dal sito: http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=4660 |
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| Immagine tratta dal sito: http://www.vivacinema.it/foto/oscar-2013-candidate-come-miglior-attrice-protagonista_6005_29.html |
sabato 27 aprile 2013
I sospiri del mio cuore, un ennesimo gioiello firmato Miyazaki.
I sospiri del mio cuore
Pillole di vita vera con il tocco surreale e fantastico del maestro Miyazaki
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| Immagine del film, tratta dal sito: http://it.wikipedia.org/wiki/File:I_sospiri_del_mio_cuore.png |
Il nome potrebbe certamente ingannare e far pensare ad una pellicola sdolcinata, invece la tematica di fondo è estremamente forte, brillante ed attuale, senza dimenticare la componente poetica, surreale e fantastica.
La protagonista Shizuku, è una ragazza delle medie con una grande passione per i romanzi. Passa ore ore in biblioteca immersa in storie fantastiche, quando scopre che un nome precede sempre il suo sulla scheda dei prestiti, è quello di Amasawa Seiji. Non può fare a meno di cominciare a fantasticare su questo ragazzo così affine per gusti ai suoi. Grazie alla complicità di un gatto, cicciotto e un pò scorbutico, i due riusciranno ad incontrarsi proprio come in un romanzo. Ma non voglio svelare la storia, poichè merita davvero di essere vista, logicamente i rapporti umani che emergono dal racconto ci sembrano molto distanti sia per l'età della pellicola sia per la lontananza culturale innegabile con il mondo orientale. Tuttavia ciò che è davvero strabiliante in questa storia non è tanto la storia d'amore che nasce tra i protagonisti, infatti non assume un peso preponderante, ma la forza propulsiva dei sogni. I due ragazzi si incoraggiano a vicenda e cercano disperatamente di trovare il loro posto nel mondo o meglio il loro progetto di vita, così Shizuku si dispera nel tentativo di trovare una strada da perseguire, lasciando tutto per trovare le piccole pietre preziose che si nascondono in ognuno di noi, siamo solo pietre grezze che hanno bisogno di tempo per essere affinate e lavorate.
Altra nota estremamente positiva va riconosciuta alla scelta della colonna sonora, che non risulta qualcosa di scostato dalla storia, ma ne è una parte integrante. Il brano Country Roads di John Denver viene più volte riadattato durante il film e credo che mai prima d'ora una canzone mi è sembrata così affine alla storia raccontata. La stessa protagonista vi è affezionata e per tutto il film scrive e riscrive un adattamento in lingua del brano, non solo limitandosi a tradurne le parole, ma inserendovi i propri sentimenti e facendola sua. Stupendo è infatti il passaggio in cui tutti insieme suonano e cantano la versione del brano adattata da Shizuku utilizzando violino, violoncello, tamburello, flauto ed altri strumenti.
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| Immagine tratta dal sito: http://www.screenweek.it/film/25798-I-sospiri-del-mio-cuore/galleria/156478 |
Per ascoltare la versione italiana: http://www.youtube.com/watch?v=67N8fXmk_KQ
domenica 21 aprile 2013
La notte del Drive-in, Joe R. Lansdale
La Notte del Drive-in
Un viaggio allucinante tra i meandri più orrorifici della civiltà umana.
Di Joe Lansdale avevo già letto Mucho Mujo e ne ero stato piacevolmente colpito. Un ottimo thriller-noir, ricco di colpi di scena, pervaso da un humor nero tutto texano e farcito di personaggi carismatici e divertentissimi. Con queste ottime premesse ho deciso di proseguire nella conoscenza della produzione di questo autore e sono stato attirato da quella che Niccolò Ammaniti ha definito come “il vertice creativo della produzione di Lansdale”, ovvero “La notte del Drive-in”.
Quattro ragazzi decidono di passare un venerdì sera al drive-in “Orbit”, il più grande del mondo, a guardarsi cinque classici dell’orrore assieme a qualche migliaio di persone. A metà del secondo film, nel cielo appare una strana meteora sorridente. Inseguito a questo avvenimento, il drive-in viene circondato da misteriose, fittissime tenebre che uccidono chiunque tenti di uscire. Il panico inizia a serpeggiare e dopo giorni senza più cibo e alla mercé di forze soprannaturali, mentre i film dell’orrore continuano senza sosta ad essere proiettati sugli schermi, gli spettatori intrappolati nel drive-in diventano sempre più violenti, feroci, pericolosi e disperati dando inizio ad uno spettacolo di ferocia primordiale.
Questo è lo scenario che Joe Lansdale ci apre davanti agli occhi nel volume “La notte del Drive-in” che comprende i primi due libri del ciclo del Drive-in, scritti tra 1988 e Il 1989, ovvero “ la notte del Drive in” e “ Il giorno dei dinosauri”. Al ciclo appartiene anche un terzo volume, cioè “la notte del drive-in 3-gita per turisti” scritto ben 16 anni dopo il secondo volume.
L’opera di Lansdale ha tutte le caratteristiche di uno orrendo trip sotto chissà quale droga sintetica. È follia pura. Entrambi i libri sono un viaggio onirico, claustrofobico e alienante nella perversione del genere umano. L’autore crea un microcosmo fantastico dove gli istinti primordiali dell’uomo si liberano in tutta la loro violenza creando una sorta di apocalisse tutta terrena. Le atmosfere grondano costantemente orrore e disperazione, le situazioni assumono toni deliranti che tuttavia non possono non riportarci a parecchie dirette riflessioni sulla nostra società e realtà quotidiana.
La scrittura di Lansdale è frenetica e allucinata condita da una costante vena di humor nero e da un tono quasi sarcastico. Il lettore si ritrova immerso in questo mondo dove è impossibile orientarsi, dove le logiche quotidiane sembrano essere del tutto stravolte e nuove leggi fondate sugli impulsi più macabri e sui sogni terribili si instaurano inesorabili.
Delirante, crudo, ironico, questo libro è un vero e proprio viaggio nella deviazione umana, una discesa nell'inferno della civiltà occidentale contornata da una tagliente critica alla società del consumo e alle illusorie speranze religiose. Lansdale non ha paura di portarci all'estremo, di varcare costantemente il limite dell’inaspettato con estrema naturalezza e con l’ironia che lo contraddistingue. È un'opera decisamente non adatta a stomaci deboli. La violenza la fa da padrone e viene presentata in tutta la sua crudezza, ma senza la pesantezza di espliciti giudizi morali. Le immagini si accavallano come in un incubo o in una prolungata e tremendissima allucinazione, esplodono con forza nella nostra mente che diventa quasi uno schermo davanti ai nostri occhi, come quello del drive-in, dove continuano imperterrito a passare gli stessi 5 B-movie horror. Le azioni sconcertanti, gli eventi cruenti e il sangue umano impazzito scorrono costantemente in una parata di personaggi dementi, folli, violenti e deliranti simile alle immagini di un film del miglior Carpenter o di un Tarantino “fanta-horror”. L’autore gioca e interviene con il suo stile su tutto un immaginario filmico e fumettistico che sembra davvero provenire da una fantasiosa narrazione apocalittica di 4 giovani adolescenti chiusi in un garage un pomeriggio d’estate e lo rende estremamente tangibile. Quasi reale.
La fantasia di Lansdale si spinge davvero al limite massimo e crea personaggi indimenticabili, che si insinuano come belve mostruose nella mente dello spettatore prendendolo per la gola e per la pancia e trascinandolo giù in un baratro dove l’assurdità è la realtà, dove la casualità sembra essere sconfitta da una marmaglia caotica. È tutto un guazzabuglio di forme deformate e mutevoli, con la quale è inutile provare a discutere tentando di dare una spiegazione logica, ma dove si può solo provare a sopravvivere.
In definitiva ritengo quest’opera di Lansdale davvero impressionante dal punto di vista immaginativo e stilistico. È un’odissea onirica che ti violenta e ti toglie il fiato come un crampo alla gola. A volte la sensazione è quasi quella di una nausea che pervade tutto il corpo. Tuttavia non si può non rimanere attaccati alle pagine, perdersi in tutto quel delirio che incalza furiosamente e ci disorienta mantenendo sempre un certo che di ironico e sarcastico che ci ruba costantemente un sorriso, anche se un po’ amaro.
“Tutto ciò che è umano è patetico. La fonte segreta del comico stesso non è la gioia ma la tristezza. Non esiste il comico in paradiso”, scriveva Twain, nel suo “ Wilson lo zuccone”. Questa frase mi sembra particolarmente azzeccata per concludere la riflessione su questa opera di Lansdale. Infatti quella costante risata macabra e ubriaca, quella comicità paradossale che si esprime nelle pagine della “Notte del Drive-in” sembra davvero provenire dalla pateticità della condizione umana, dalla sua intrinseca fragilità e caoticità, dalla ineludibile incapacità dell’uomo di governare pienamente la propria esistenza e di dare una spiegazione a tutto nonostante gli sforzi e la ricorrenza alle più svariate entità governatrici e demiurgiche. Che siano il Dio Cristiano, una razza aliena superiore, il fantasma di Elvis o addirittura, come si ostina a credere Jack (il protagonista del romanzo), gli Dei di serie B alle prese con un film dove siamo tutti attori, sembra non fare davvero troppa differenza.
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| Copertina del libro, tratta dal sito: http://www.horrormagazine.it/libri/884/ |
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martedì 16 aprile 2013
Il Giorno della tempesta
Il giorno della Tempesta
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| Art work realizzato per la copertina da Simone De vita.https://www.facebook.com/pages/Simone-De-Vita/262290063820667 |
I Nothing Important Happened Today sono un gruppo "post-rock" (è sempre difficile classificare con un'etichetta rigida un gruppo, ma tanto per capirci) indipendente piacentino.
Ho visto nascere questo bellissimo progetto musicale, ho seguito la lavorazione e gli sviluppi dei brani, soprattutto grazie a Daniele mio amico e collega filosofo. Inseparabile compagno di università dei miei anni parmensi, Dani,mi ha sempre tenuto aggiornato sui vari sviluppi del progetto con il suo solito e ammirabile entusiasmo quasi fanciullesco facendomi in qualche modo " partecipare" della sua creatività e della sua passione per la musica. Per questo lo ringrazio molto.
Finalmente il 9 aprile è uscito il loro primo Ep, "Il giorno della Tempesta". Avevo già sentito il gruppo dal vivo e avevo ottime aspettative che ovviamente si sono confermate. Infatti l'ascolto è stato davvero piacevole ed emozionante.
La prima traccia "Ciò che di mio, ora di appartiene" potrebbe essere identificata come un vero e proprio "intro" dell'intero lavoro. Parte piano, con un suono quasi sibilante, che lentamente cresce di intensità, aprendo gradualmente lo spazio a lievi tocchi di batteria che creano un sentimento di attesa. L'atmosfera che si percepisce è quella del "sta per succedere qualcosa", proprio come l'odore e i suoni nell'aria prima di una tempesta.Le chitarre si insinuano dolcemente sul ritmo di batteria e il pezzo prende una piega malinconicamente sognante. Gli arpeggi ci cullano come onde, intervallati solo dalla batteria che continua il suo ritmo. Nella parte finale del pezzo si torna a percepire un suono stridulo di sottofondo, che lentamente si alza andando a coprire gli altri suoni fino a fine canzone.
La seconda traccia "Il fuoco della verità bruciò fino a cremarci", parte con un ritmo sincopato di batteria che si intreccia dolcemente con le chitarre, l'atmosfera è cadenzata, ma dinamica e fa presagire un cambio di ritmo che effettivamente inizia a farsi sentire dopo il primo minuto del pezzo. Dal sottofondo inizia ad alzarsi pian piano un muro di chitarre distorte, che rende il suono sempre più corposo senza, tuttavia, perdere la melodicità iniziale. Un minuto e mezzo di ascesa continua, dove la tensione dell'ascoltatore viene messa alla prova, i nervi si tendono, i suoni iniziano a stridere, è una barriera quella che si sta alzando davanti a noi, una maschera orgogliosa che non può che cadere per poi sprofondare in un rilassamento che è un vero e proprio sfogo di energia. Il ritmo si fa più lento,il muro sonoro si abbassa fino a scomparire del tutto, parte uno stridulio di sottofondo che esplode improvvisamente come uno spillo cacciatoci a forza nell'orecchio. Sopra tutto questo una voce distorta inizia a recitare qualcosa. E' quella di Toni Servillo, nel suo fantastico monologo tratto da "il Divo" di Paolo Sorrentino:
"Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. (...) Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch'io."
la voce di Servillo aumenta sempre più di tono, la rabbia sembra salire, la tensione raggiunge di nuovo livelli altissimi,lo stridulio sotto la voce non basta più a contenere tutta l'energia che si sta sprigionando e allora ecco di nuovo un muro di suoni che lentamente si alza accompagnato dalla batteria che intona una marcia dai toni quasi guerreschi.Tutto questo è davvero fantastico.
la terza e ultima traccia è quella che da il nome a tutto il lavoro, ovvero "Il giorno della tempesta" e rappresenta forse, con i suoi dieci minuti abbondanti, il culmine di tutto il lavoro.
Si comincia con un dolcissimo arpeggio che stempera la notevole tensione accumulata alla fine del secondo pezzo, accompagnato sempre ottimamente dalla batteria che scandisce un ritmo ipnotico. Il ritmo si fa lentamente più frammentario, si incrina e si velocizza, si sente qualcosa che sta e deve uscire, gli intrecci delle chitarre si fanno sempre più corposi ed ecco di nuovo che un muro di suoni ci invade accompagnato da una voce che sembra un urlo in lontananza, un boato dai limiti dell'universo che ci avvolge e ci spinge sempre più lontano. I suoni continuano ad accavallarsi, l'atmosfera si fa quasi onirica e di nuovo si partecipa ad un ottimo climax ascendente che finisce poi per smorzarsi tornando ad un suono più semplice, più lento, ma è solo un momento di riposo. Infatti, come un vascello in preda al sali e scendi continui delle onde di un oceano in burrasca, la canzone risale subito. Le chitarre tornano di nuovo a darci dentro così come la batteria, sul sottofondo si sentono suoni striduli e distorti che continuano ad intrecciarsi, è un odissea di forze che continuano a smuovere il nostro orecchio e le nostre emozioni verso itinerari differenti. Poi di nuovo un cambio. L'atmosfera si fa improvvisamente più cupa negli ultimi tre minuti del pezzo. La batteria e le chitarre producono un motivo dall'aura sacrale, una voce inizia a recitare. Sembra davvero di sentire un monologo di una voce cosmica, un'entità che non ha corpo, un vento universale di parole e suoni che lentamente si fa più intenso fino ad esplodere. La voce inizia a urlare, il suo suono si fa rauco e acuto, le chitarre tornano ad intrecciarsi, creano un podio sulla quale innalzarsi, è un volo verso l'alto, non ci si ferma più. E' il punto di massima tensione, il climax che ci aspettavamo.
In definitiva credo che questo primo Ep dei Nothing important happened Today sia un lavoro meraviglioso. I pezzi salgono sempre gradualmente creando nell'ascoltatore un costante stato di attesa, portando la tensione ad un limite che risulta quasi insostenibile per poi esplodere in un suono liberatorio, che ci da l'impressione di volare in spazi cosmici attraverso l'intreccio costante delle chitarre e un muro di suoni che è paragonabile quasi ad una forza naturale (la tempesta) che si prepara, ci da le sue avvisaglie, si sfoga in tutta la sua potenza e poi ci riporta alla quiete.
L'Ep è scaricabile gratuitamente su:
http://nothingimportanthappenedtoday.bandcamp.com/
Si possono ascoltare anche su:
http://www.youtube.com/user/NIHTmusic
Oppure puoi seguili sulla pagina Facebook:
https://www.facebook.com/pages/Nothing-Important-Happened-Today/346564818697383?fref=ts
domenica 24 marzo 2013
Anecoici, il primo EP degli Ehrenaim
Anecoici
Sonorità leggere, muri di suoni e climax ascendenti per il primo EP degli Ehrenaim
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| Copertina dell'EP |
Ehrenaim è una band milanese indipendente. Nasce nel
settembre 2010 e il 20 Marzo hanno pubblicato il loro primo Ep. Marco, chitarra
del gruppo, è un mio amico e collega filosofo, mi ha parlato a lungo del lavoro
che stavano producendo e la mia curiosità per ascoltarne il risultato era molto
alta. Finalmente, con la calma che ci vuole quando si ascolta un nuovo disco mi
sono messo qui in cameretta in solitudine ad ascoltare questo EP. L'ascolto è
stato davvero una piacevole sorpresa. Il primo pezzo, “Disciplina indotta”,
parte molto tranquillo, con quel arpeggio delicatissimo accompagnato dalla
ottima voce del cantante che si libra languida sopra i ticchettii della
chitarra per poi sfociare ai 2.00 min in un ottimo cambio di ritmo, con effetti
di sottofondo molto interessanti e con una batteria davvero ottima ( a mio
parere)...azzeccatissimo il finale urlato, che completa un climax
perfettamente bilanciato con la parte iniziale. Secondo pezzo, Per dargli
fuoco, si parte sempre piano, il suono mi sembra già molto più "
pieno" rispetto al primo pezzo, e gli stridii "quasi noise" e le
chitarre distorte si accordano benissimo con il testo, oltre che dare un ottimo
effetto shoagaze ed echi quasi dream pop, musicalmente davvero
interessantissima! Terzo pezzo, “Coccole”, intro quasi "protopunk",
poi il suono si fa immediatamente più articolato, anche qui ritrovo le stesse
assonanze shoagaze che trovo nel secondo pezzo, ottima l'esplosione con il
cantato quasi urlato del cantante e sotto le chitarre che ci danno dentro,
strizzando l'occhio ad uno stile più "indie rock" ( anche se non so
bene che vuol dire sto termine, perché ormai, purtroppo, sembra voler dire
tutto e niente), con un ottima smorzatura di ritmo nel finale che bilancia,
anche qui, in modo ottimo la canzone. Probabilmente questo terzo pezzo è il mio
preferito di tutto l'EP. Quarto pezzo, “Solo due ore”, delicatissima la melodia
accompagna il testo, quasi una litania contemplativa che piano piano sale di
ritmo, gli arpeggi si incrociano, le chitarre si fanno esplosive e anche qui si
raggiunge un buon climax accompagnato sempre dall'ottima voce del cantante che
riesce sempre ad esprimere al meglio la linea ascendente della canzone.
In definitiva penso davvero che sia un buon lavoro, il suono è davvero molto strutturato, mi piacciono molto le chitarre che si incrociano, le distorsioni che danno all'intero lavoro un eco un pò noise-shoagaze, ottimo l'uso costante di un climax ascendente musicale e narrativo (dal punto di vista testuale), che per un verso strizza l'occhio ad un suono prettamente contemporaneo e per certi versi mi rimanda (ottimamente) ad una certa tradizione di inizio anni 90...l'unica pecca è che sono "solo" quattro canzoni e vanno via molto in fretta!:) (che non è una pecca, perché vuol dire che la piacevolezza dell'ascolto è alta:)) Questo è il mio umilissimo giudizio di appassionato (e per niente esperto) di musica. Spero che si presenterà presto l’occasione di sentirli live!
In definitiva penso davvero che sia un buon lavoro, il suono è davvero molto strutturato, mi piacciono molto le chitarre che si incrociano, le distorsioni che danno all'intero lavoro un eco un pò noise-shoagaze, ottimo l'uso costante di un climax ascendente musicale e narrativo (dal punto di vista testuale), che per un verso strizza l'occhio ad un suono prettamente contemporaneo e per certi versi mi rimanda (ottimamente) ad una certa tradizione di inizio anni 90...l'unica pecca è che sono "solo" quattro canzoni e vanno via molto in fretta!:) (che non è una pecca, perché vuol dire che la piacevolezza dell'ascolto è alta:)) Questo è il mio umilissimo giudizio di appassionato (e per niente esperto) di musica. Spero che si presenterà presto l’occasione di sentirli live!
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