martedì 1 ottobre 2013

I nostri "film di una vita"


Visitando qualche blog davvero interessantissimo (di cui siamo affezionati lettori) come Il cinema spiccio di Frank Manila o Viaggiando (meno) della nostra lettrice fissa Poison, ci siamo imbattuti in un giochino molto (per niente) semplice e divertente. In poche parole, si tratta di scegliere un film per ogni anno partendo dal tuo anno di nascita e arrivando fino al 2012. Ogni anno della tua vita verrà quindi associato ad un film.
Ovviamente essendo dei feticisti delle calssifiche e dei discreti appassionati di cinema non abbiamo saputo resistere. Roba dura eh??? si roba dura, anzi durissima, ma peeeerchèèè....cavolo! E' diffcilissimo scegliere un solo film all'anno, ci si sente in colpa, cosa da non dormirci la notte insomma!! Ci sono anni in cui devi affrontare una propria pena interiore: io per il 1992, 1994, 1995 e 2001 sono quasi impazzito. E poi stilare la classifica insieme a tua sorella e ad un tuo amico è un momento tragicomico, del tipo: Ma che cosa fai? ma come fai a scegliere quella roba lì? ma stai scherzando??... oh!!! ma guardati la tua di classifica che non ci capisci niente di cinema, i miei sono capolavori indiscussi, i tuoi chi cazzo lì conosce?? Oppure: ma dai, ma sei scemo? oh. cosa ci vuoi fare, a me questo è piaciuto un casino e poi era un momento particolare della mia vita! Se Se... era un momento dove non avevi negli occhi nel cervello probabilemente!! Ma guarda questo!!...etc etc...Cmq alla fine ce l'abbiamo fatta, abbiamo scritto le nostre classifiche, non ci siamo uccisi e non ci hanno ricoverato per problemi psichici dovuti alla pressione psicologica della scelta di un film, e uno soltanto, per anno. Di seguito, appena qui sotto: "Matteo, Valentina e Aldo e i loro film di una vita".....buona lettura e buona nostalgia!;) (le datazioni dei film si basano sull'archivio di FILM TV)

Matteo



Valentina




 

Aldo



sabato 28 settembre 2013

Essex County

Jeff Lemire mette in scena una grandiosa epopea famigliare che, attraverso la persistenza della memoria e del ricordo, ci fa riflettere sulle relazioni umane, sul dolore, sul rimorso, sull'amore e la riconciliazione. Un capolavoro che non può che restarci dentro a lungo, come "i fantasmi" dei suoi protagonisti.



Spesso pensiamo il tempo come una linea retta, qualcosa di divisibile e misurabile al pari dello spazio in cui siamo immersi. Spesso pensiamo in questo modo anche il nostro tempo, quello interiore, quello in cui risiede la nostra coscienza. Tendiamo a spazializzare la nostra interiorità e così crediamo di lasciarci indietro il passato con il passare dei giorni, dei mesi e degli anni così come fa un maratoneta intento a proseguire la sua gara e a lasciarsi alle spalle i metri di asfalto già percorsi. Ma il tempo interiore non è così, il tempo interiore sembra comportarsi diversamente. 
Con due immagini molto azzeccate Henry Bergson ha paragonato il nostro tempo ad un gomitolo o ad una valanga: arrotolando il filo di lana su se stesso cresce il gomitolo e, man mano che esso cresce, c'è sempre più filo che si aggiunge senza però che quello precedente scompaia. Esso, infatti, resta solamente nascosto dal nuovo filo e il gomitolo, nella sua interezza, non potrebbe esistere senza quel filo racchiuso in precedenza. Nello stesso modo la valanga nasce dal distaccamento di una certa quantità di neve, che inizia a rotolare, accumulando sempre più neve senza che quella di partenza venga persa. Nel tempo reale, quello vissuto, quello della coscienza, non c'è mai nulla che viene perso.
Perchè iniziare un'articolo su un fumetto con una riflessione di questo tipo? La risposta sta nel fatto che parlare di Essex County di Jeff Lemire, un tomone di 500 e passa pagine pubblicato dalla panini ad Aprile di quest'anno, vuol dire, a mio avviso, fare i conti innanzitutto con il nostro tempo vissuto e il suo perenne intreccio di memoria e coscienza.
Jeff Lemire, canadese, classe 1976, con quest'opera rende omaggio alla contea di Essex in Ontario, il suo luogo di nascita. Essex County si compone di tre racconti intitolati rispettivamente : "I racconti della fattoria", "Storie di Fantasmi", "L'infermiera di Campagna", che inizialmente erano stati pubblicati in tre libri separati.
Il primo racconto ci presenta Lester, un ragazzino con una gran passione per i fumetti e i Supereroi, cresciuto nella fattoria di suo zio Kenny dopo la morte della madre. Lester porta sempre un mantello e una maschera, proprio come un supereroe, ed è in attesa di una misteriosa invasione aliena. Lester si diverte anche a giocare al fiume con Jimmy, un ex giocatore di Hokey che ora gestisce un negozio.
Il secondo racconto ci narra invece la storia di Vince e Lou attraverso i dolorosi e confusi ricordi di quest'ultimo. Vince e Lou, fratelli inseparabili, formavano un team formidabile nella squadra di hokey dei Grizzlies, ma poi saranno divisi dal comune amore per Beth, dal richiamo della fattoria di famiglia e dal sogno di sfondare nella NHL, fino a diventare due anziani solitari e risentiti.
L'ultima storia segue invece le vicende di Anne, che vive sola con suo figlio, si occupa degli anziani della contea e ha uno oscuro passato alle spalle.





Tre storie apparantemente distinte, ma che in realtà aprono lo sguardo su un'unica rete di relazioni familiari che, come l'abero che fa da sfondo alla copertina, affonda le sue radici nel terreno comune della Contea di Essex, vero protagonista silenzioso e pervasivo di tutta la Graphic Novel.
Lemire, come dice bene Darwin Cooke nella sua prefazione, sembra "un uomo tormentato", nel senso che dalle sue pagine si estrinseca costantemente un insieme di ricordi, che come un leggero moto magmatico affiorano per un attimo alla consapevolezza per poi rimescolarsi nel flusso interiore, rivelando a sprazzi i caratteri esistenziali delle tipologie umane. Ci sono dolore, malinconia e rimpianto, ma l'autore non si lascia mai andare alla melodrammaticità mielense, non c'è mai esagerazione e proprio per questo le sue storie ci smuovono nel profondo e ci restano dentro come elementi della nostra vita quotidiana. Con uno stile di narrazione semplice e fluido, Lemire, fa partire le vicende da eventi innoqui e apparentemente sconnessi tra loro, inserisce il lettore in storie di vita comune apparentemente prive di ogni rilevanza, ma che nel quadro complessivo vanno ad alimentare un precipitato di frammenti che acquista significato e in questa sua capacità, così cristallina e toccante, non ha nulla da invidiare a Raymond Carver o a Richard Ford.
I dialoghi sono scarni e minimali, ma c'entrano sempre il bersaglio, preparandoci a silenzi toccanti dove sono i "fantasmi della memoria" a "parlare" attraverso immagini sfuggevoli, sovrappossizioni di elementi percettivi effimeri  e nostalgici, che guidano il flusso interiore dei protagonisti e ci conducono nei meandri delle loro esperienze passate, piano piano, fino a scoprire quel filo nascosto di cui ci parlava Bergson.




Lo stile di disegno di Jeff Lemire è molto particolare. Aprendo il volume per la prima volta si ha l'impressione di trovarsi davanti ad uno Storyboard: le figure sono appena schizzate, caratterizzate da un tratto sfuggente, stilizzato e sporco basato su un forte contrasto tra bianco e nero di grande impatto visivo. Le inquadrature e le sequenze narrative sono efficacissime e originali, la narrazione, in questo modo, strizza costantemente l'occhio alla produzione cinematografica. Lemire, infatti, ad esempio, sceglie toni più chiari quando ci mostra i ricordi che affiorano per breve tempo nella mente dei personaggi, dandoci l'impressione di esperienze sfocate, proprio come in alcuni film dove le sequenze di ricordo o di sogno hanno atmosfere meno nitide rispetto alla realtà presente della vicenda. Inoltre fa un utilizzo ripetuto del primo piano a stringersi, proprio come lo zoom della macchina da presa, che si avvicina progressivamente ad un particolare, per esempio gli occhi di un personaggio, per poi trasfigurarlo nella sequenza successiva, segnando spesso la transizione a tempi di versi della vicenda e guidando il passaggio narrativo con fluidità e grande trasporto emotivo. Questa abilità di padroneggiare così sapientemente il medium fumettistico, facendolo intrecciare funzionalmente con altri linguaggi espressivi permette all'autore di suscitare nel lettore gli effetti emotivi desiderati rapendolo con dolcezza negli stati d'animo dei protagonisti. 





Le soluzioni grafiche dell'autore, oltre ad essere eccellenti per la narrazione, ci restituiscono in modo veramente meraviglioso l'atmosfera della sua terra natale, che, come ho già detto, può essere considerata il grande protagonista dell'opera. Le fattorie, i laghi ghiaggiati, le partite di Hokey, il freddo, la neve, le distese rurali e le città grandi città a cui si contrappongono, tutto viene impresso come uno scenario mitico, dove i personaggi si muovono e intrecciano le loro storie.
Per concludere, Essex County, è un'opera grandiosa, lo dimostrano tutti premi che ha vinto, il fatto che sia stata inserita nei romanzi fondamentali della letteratura canadese del decennio, ma soprattutto lo dimostra il fatto che, una volta ultimata la lettura, le sue immagini e le sue emozioni continuino a riaffiorare davanti agli occhi e alla mente, come fantasmi che ormai fanno parte della nostra memoria e non se ne andranno mai, nonostante lo scorrere del tempo, degli spazi e degli eventi.




martedì 24 settembre 2013

Mutty si presenta

Un centro polifunzionale dove arte, cultura e persone possano interagire ed arricchirsi reciprocamente. 


"Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere tutto quello che si vuole, colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose... La semplificazione è segno di intelligenza". 
[Bruno Munari]



Il 22 Settembre presso Castiglione delle Stiviere è stato inaugurato Mutty. La partenza promette già bene e vanta un carnet di eventi per i prossimi 4 mesi vari ed interessanti, che spaziano tra mostre e laboratori. 
Il sito su cui sorge era in precedenza occupato dalle officine Mutti, dal team di progetto è stato quindi deciso di mantenere il background culturale del luogo riprendendone il nome e l'estetica industriale. 



Gli interni si dividono essenzialmente in 3 macro aree con un vano di distribuzione centrale che configura 4 stanze. Al piano terra troviamo il Book Shop e la Caffetteria. Il primo vanta una scelta davvero ricercata di proposte letterarie che coprono varie aree di interesse. Un'ampia sezione è dedicata ai libri per i più piccoli, questa scelta si lega indiscussamente alle varie attività laboratoriali che Mutty propone. Una vasta area è dedicata alle opere di Munari, attualmente in mostra al piano superiore. Inoltre troviamo molte graphic novel, fumetti e libri illustrati. Protagonisti in questo spazio risultano quindi i libri d'arte, design, architettura e linguaggi visuali. Un piccolo spazio è invece dedicato a gadget ed accessori. Particolarmente interessanti, in questa sezione, sono le lattine contenenti i semi di differenti piante firmate Mutty, un'iniziativa divertente ed ecologica!



Lo spazio caffetteria è arredato interamente con materiali di recupero industriale ed oggetti restaurati. Viene dato ampio spazio all'uso del ferro accanto al legno grezzo, richiamando quindi le officine Mutti. Bellissimo è il bancone della caffetteria assemblato utilizzando vecchi travi. I tavoli in ferro sono contornati da poltrone in pelle e sedie in legno anni '50 riveniciate con toni accesi e restaurate, questa varietà rende l'ambiente stimolante ed in rapporto continuo con il fruitore che è portato a scegliere il colore o la forma che più lo aggrada. In questo ambiente luminoso ed in contatto diretto con il giardino esterno tramite le ampie vetrate è stato ritagliato anche uno spazio per la musica dal vivo. In questo luogo infatti, durante l'inaugurazione, il gruppo New Adventures in Lo-Fi si è esibito facendo da colonna sonora all'evento. 
Al piano di sopra invece si trovano due sale dedicate a mostre e laboratori. L'essenzialità caratterizza questi spazi minimi e molto luminosi, che si prestano ad accogliere le più svariate iniziative proprio per la loro semplicità. 



Attualmente in mostra in questo luogo vi è la Mostra Collettiva su Munari organizzata da Corraini Arte Contemporanea ed edizioni. I materiali proposti sono molteplici e tutti molto interessanti, frutto di una collaborazione longeva e fruttifera tra l'autore e la galleria d'arte e casa editrice Corraini. Per questa, infatti, egli aveva anche eseguito un intervento grafico sul logo. Non poteva esserci autore più azzeccato ad inaugurare uno spazio come questo, mosso da una forte propensione verso l'esterno, la città ed i bambini. La figura di Munari non si può di certo etichettare, egli nella sua vita è stato un designer, un artista, un insegnante, un educatore, insomma, un intellettuale eclettico e creativo. Proprio la creatività sta alla base delle sue opere e della sua propensione al mondo dell'infanzia e del gioco. In tutti i suoi lavori si legge quella componente ironica e vitale che pervadeva la sua persona. Un uomo capace di trasformare gli oggetti quotidiani più semplici in qualcos'altro, qualcosa di emotivo, divertente e ludico. Emblematiche in questo sono le Forchette Parlanti esposte in questa occasione, di cui l'autore stesso dice "sono un gioco, una specie di ginnastica mentale, come quella che faccio con i bambini". Accanto a queste troviamo esposti i libri per l'infanzia e gli studi di oggetti a partire dalle forme naturali e gli organismi cellulari. Ci viene offerta una panoramica efficace del "creativo" e "intellettuale" Munari attraverso le sue produzioni, mai troppo letterarie, e i disegni. Possiamo quindi toccare con mano il libro illeggibile che forse illegibile poi non è ed i libri della serie MN.
La presentazione di Mutty, con la mostra inaugarale su Munari, non può che sembrarci perfettamente coerente con le attività proposte da qui in avanti. Uno spazio semplice, capace di accogliere le molteplici sfaccettature della costellazione artistica proprio in funzione di questa semplicità. Uno spazio per vedere, ma anche per fare, partecipare e collaborare. 

Foto tratte dalla pagina facebook di Mutty:
Mutty pagina facebook
http://mutty.it/

Sito Corraini: http://www.corraini.com/


Il tocco rassicurante del fango


 Il primo romanzo di Mikael Compo




Il 4 settembre è uscito " Il tocco rassiccurante del fango" il primo ebook scritto dal nostro collaboratore e amico Mikael Compo. Mikael ci ha gentilmente fornito una copia del suo libro e così abbiamo avuto il piacere di poterlo leggere per poi esprimere la nostra libera opinione al riguardo e per questo lo ringraziamo molto.
Partiamo dalla trama. Il protagonista della vicenda è Andrea, un ragazzo appena diciannovenne, che si sta affacciando timidamente al mondo degli adulti partecipando con molte perplessità ai primi colloqui di lavoro. Da qualche tempo il ragazzo ha degli strani sogni a cui non riesce a dare nessuna spiegazione. Queste visioni oniriche lo turbano e sembrano portarlo ad una riflessione interiore che lo conduce verso la scoperta di emozioni e ricordi sopiti nel profondo di sè.
Presto veniamo a sapere che Andrea ha perso il padre, un artista talentuoso, che ha lasciato il suo negozio d'arte alla famiglia, ma che ora, a causa della poca richiesta commerciale, sembra costretto ad essere chiuso. 
Andrea ha anche un caro amico, un haker di nome Peter, che lavora in un minimarket, ma sogna di inventare un programma che lo renda famoso. I due passano parecchio tempo insieme, nonostante siano molto diversi, e Peter continua a parlare ad Andrea del suo programma e del suo progetto legato ad una trasposizione in 3D dello spazio informatico e virtuale.
Ad un certo punto della vicenda accade una cosa improvvisa: la madre di Andrea riceve una lettera da un giovane tedesco, Hans Hammer, intenzionato a comprare le opere del padre del protagonista. La donna è quindi costretta a partire immediatamente per Lipsia, lasciando Andrea al negozio.
In questi giorni inquieti e incerti, Andrea conoscerà Anita, una ragazza bella e gentile, amante della lettura e aspirante poetessa, con la quale stringerà un'ottima amicizia.
Non volendo svelare ulteriori elementi della trama, posso dire soltanto che questo reticolo di personaggi ed eventi farà da base per una storia che si svolgerà tra toni intimistici e riflessivi da romanzo di formazione e tinte più frammentarie e oniriche quasi da triller psicologico, portandoci a scoprire il passato di Andrea, le relazioni più intime della sua famiglia e, in seguito, le motivazioni dietro ai suoi inquietanti sogni.
Il primo lavoro di Mikael Compo parte da un'idea interessante, mischiando da subito generi e strade differenti. I personaggi introdotti si prestano ad una possibile analisi profonda, aprendo il campo a realtà esistenziali differenti. 
Andrea è l'immagine del ragazzo che si affaccia all'età adulta, insicuro e disilluso, che lotta ogni giorno con le sue paure, le sue emozioni, con i ricordi di un passato tormentato e che, tuttavia, cerca una strada per andare avanti e realizzare se stesso. Anita invece è la ragazza attiva e creativa, capace di guardare dentro al cuore di Andrea e indicargli una possibile via da intraprendere insieme. Poi c'è Peter, immagine del ragazzo "strano" e introverso, che vive quasi una doppia vita, alienato tra un lavoro che non è il suo e la sua identità di haker, in un mondo fatto di codici e programmi informatici.
L'idea di partenza è quindi, a mio parere, buona e ricca di interesse. Il problema principale del "Rassicurante Tocco del Fango", secondo me, sta nella sua brevità e sbrigatività. In che senso? Nel senso che in poco tempo gli episodi si susseguono e si sviluppo lasciando le tante strade aperte un pò tronche oppure chiudendole bruscamente. Come conseguenza di tutto ciò i personaggi risultano un pò appiattiti nella loro caratterizzazione e tutto quello che sembrerebbe avere una forza propulsiva per spingerci ad andare più a fondo, in realtà finisce per mantenerci in superficie. Questo è un peccato, perchè la trama e il reticolo di interpreti creato da Mikael è davvero interessante e il lettore vorrebbe riuscire a calarsi nel suo mondo molto più approfonditamente.
Per lo stesso motivo ritengo che l'idea del finale (di cui non dico nulla, per non spoilerare) risulta spuntare all'improvviso, dando un' impressione di "essere appiccicata" rispetto a quella, più auspicabile, del colpo di scena. Questo, a mio parere, è l'esito di una mancata crescita graduale della tensione, che avrebbe dovuto portare avanti tutti i filoni narrativi fino a farli esplodere in un finale a sorpresa, come del resto è quello ideato dal buon Mikael che però, per questi motivi, non riesce ad esprimere a pieno la sua efficacia.
"Il Tocco Rassicurante del Fango" è un'opera ambiziosa nella sua costruzione e concezione e per questo si può certamente scusare Mikael, che tra l'altro nasce come poeta, se nel suo dispiegamento non riusciamo a trovare tutta quella profondità auspicata da un incipit così complesso. Riuscire a portare avanti così tante strade, a sviluppare così tante prospettive, a mischiare arie narrative e letterarie differenti in così poche pagine e per giunta alla prima opera, non era davvero facile. 
Per concludere, il romanzo resta comunque una lettura piacevole e scorrevole, dotata di uno stile semplice e schietto. Un esordio onesto e sincero da cui, giustamente, non ci si può aspettare troppo, ma che fa ben sperare per le prossime produzioni.

sabato 21 settembre 2013

Cinquemila Chilometri al secondo

Tre ragazzi, tre storie, tre mondi che si intrecciano attraverso i disegni e soprattutto i colori fortemente espressivi di Manuele Fior. 

 




Appena ho preso in mano questo libro ne sono rimasta fortemente affascinata, ho scorso velocemente le pagine ed un turbine di colori mi ha avvolto e con esso una miriade di sensazioni inconsce ed inspiegabili. Cinquemila Chilometri al secondo è un'opera che colpisce dritta all'anima, diretta allo stomaco. 
Frammentata nello spazio e nel tempo ricostruisce le vite di tre ragazzi attraverso stralci di memoria, attimi, sogni, luoghi in cui dall'esterno il lettore può sbirciare. Le parole sono essenziali, mai troppe, il numero esatto poichè le immagini parlano spesso da sole, non solo per comunicarci gli eventi che vanno dall'adolescenza all'età matura, ma sopratutto per immergerci in sensazioni, ansie, paure e gioie. 



Il primo frammento risale all'adolescenza, l'incontro tra i tre giovani Pietro, Nicola e Lucia. Fin da subito emerge il tema del viaggio, Lucia sta infatti traslocando con la madre dopo la separazione dei genitori. Da qui all'improvviso voliamo ad Oslo con Lucia, poi in Egitto con Pietro e li vediamo crescere, non sappiamo quanto tempo sia trascorso, cosa sia successo nel frattempo, ma non è importante perchè tutto emerge attraverso il loro comportamento. Solo la pioggia sembra scadenziare il passaggio del tempo e così tra una sequenza e l'altra troviamo prima una, poi due, tre, quattro, cinque gocce che ci portano ad un temporale, la fine del nostro sbirciare nelle vite altrui. Ci viene regalato un'altro piccolo spezzone, un ricordo di giovinezza solo narrato attraverso la voce di Lucia in precedenza.
In questa storia di viaggi, spostamenti e radici ci sentiamo molto vicini e partecipi, perchè rispecchia la condizione delle generazioni attuali. Pietro e Lucia, brillanti studenti si trovano a dover lasciare la propria casa per perseguire le proprie carriere ed i propri studi. Nicola, invece, dopo la maturità entra nell'impresa famigliare ed inizia a lavorare nel magazzino del padre, rimanendo quindi tutta la vita ancorato alle proprie radici, come in attesa del ritorno di Lucia. L'autore riesce tuttavia a farci percepire perfettamente i problemi e le paure del distacco, del vivere in un posto che non si sente di possedere. Lucia infatti decide di spostarsi per gli studi ad Oslo essenzialmente per fuggire, per sentirsi libera da una situazione che non era in grado di affrontare, lascia così al tempo il compito di logorare la propria relazione con Pietro. Tuttavia la felicità che troverà sarà solo momentanea e presto sentirà il bisogno di tornare a quella che lei chiama realmente casa, anche se come dirà lei stessa "peggio di partire, c'è solo tornare". Il viaggiare di Lucia è più che altro un fuggire di fronte ai problemi o alle decisioni difficili. Molto differente è invece Pietro, il quale va in Egitto come archeologo. La sua è una carriera brillante che lo porta a stare lontano dalla famiglia in una terra che tuttavia non può appartenergli. Si trova inoltre ancora legato a Lucia che, nonostante il passato, non riuscirà mai a dimenticare totalmente. Questa situazione lo porta ad essere come in un limbo, è infatti ormai scisso dal paese natio, ma non può comunque appartenere a quello ospitante, dove è sempre visto come estraneo, si trova quindi senza una vera "casa". Questa situazione potrà solo essere mitigata attraverso il trasferimento di tutta la famiglia in Egitto, ma mai risolta.
Dal punto di vista grafico sicuramente quest'opera risulta particolarmente interessante. Le sequenze sono scandite dal cambio dei colori così come i cambiamenti di luogo o tempo. Inoltre le scelte cromatiche puntano maggiormente sull'emotività rispetto al realismo. Il sogno viene così realizzato attraverso l'uso di tinte monocromatiche ed ambientazioni metafisiche che ci rimandano ai quadri di De Chirico. In questo modo siamo subito coscenti dell'irrealtà della situazione senza l'uso di parole o spiegazioni. 



Anche gli altri spezzoni utilizzano un numero limitato di tinte che si accostano attraverso macchie di colore sulle tavole. Non possiamo non fare caso all'influenze della corrente italiana macchiaiola e di Cezanne, in particolare le serie di dipinti del Monte Sainte Victoire con le campiture piatte e le sue scelte cromatiche, su questo stile di rappresentazione. Inoltre il tratto molto spigoloso non può non farci rivedere alcuni tratti picassiani. Gli occhi in particolare dei ragazzi riportano alla mente i volti cubisti di Picasso. Nelle scene notturne sembrano emergere nell'uso dei colori e nella deformazione dei volti le influenze dell'espressionismo tedesco. Infine nella sequenza che si svolge in Egitto, realizzata tutta attraverso l'uso delle ocre, i verdi e i marroni si vede una certa affinità con i dipinti del periodo tahitiano di Gauguin, viene sottolineata quindi l'esoticità del posto ed in un certo senso la distanza dalle proprie radici culturali.



Il libro che ci propone Manuele Fior è quindi il dipinto di una generazione precaria anche negli affetti oltre che nel lavoro e nei luoghi. In bilico tra la fuga dalle proprie radici e la ricerca di una solidità famigliare. 

mercoledì 18 settembre 2013

Severed


Nel 1916 uno spietato serial killer dai denti affilati come rasoi terrorizza le strade d'america, un ragazzo vagabondo sogna di rincontrare suo padre, ma non sa che il sogno sta per trasformarsi in un incubo. Un horror solido e coinvolgente dalla penna di Scott Snyder e Scott Tuft e la matita di Attila Futaki







Con l'horror ho sempre avuto un rapporto ambivalente. Da un lato l'immaginario horror, con la sua tensione, la sua suspence, il suo smuoverti le budella con quella strana fisarmonica tra attrazione e repulsione, mi ha sempre affascinato. Infatti ho da sempre amato i film di Carpenter, quelli del primo Sam Raimi, di Hitchcock, di Romero, di Cronenberg, di Craven, le migliori trasposizioni di King e in letteratura mi pacciono Edgar Allan Poe, Lovecraft e Lansdale anche quando si lascia andare, appunto, a tinte più orrorifiche. Credo quindi che l'horror possa essere un genere dove sia possibile creare racconti, opere e immagini artisticamente valide e tanti altri autori, oltre a quelli che ho fugacemente citato, lo hanno ampiamente dimostrato. Tuttavia l'horror molto spesso mi annoia, lo trovo banale e molte volte, soprattutto in ambito cinematografico, la ripetizione e proliferazione a bassa qualità dei clichè del genere, ormai sedimentati, produce risultati poco coinvolgenti e artisticamente pessimi. Questo fa sì che ogni volta che mi accingo a leggere o a guardare un'opera horror parta sempre un pò prevenuto, per timore che sia "la solita storia horror" e che per giunta non faccia nemmeno paura. Con Severed, fumetto scritto a quattro mani da Scott Snyder e Scott Tuft e disegnato da Attila Futaki, per fortuna non ci troviamo di fronte ad un horror becero, ma ad un opera solida, coinvolgente e di qualità.
La  narrazione si apre con Jack Garron, un anziano nonno americano negli anni 60, che riceve per mano di suo nipote una lettera da un uomo sconosciuto. Alla sua lettura, Jack, come spaventato da qualcosa che riemerge terribile dal passato, si agita ed esce di casa. A questo punto, parte un lungo flashback che ci svelerà la storia che sta dietro alla reazione di Jack alla lettera.





Siamo nel 1916, Jack Garron è un dodicenne che suona il violino e scopre di essere stato adottato, sa che suo padre è un musicista vagabondo e si mette in testa di cercarlo. Jack si mette in viaggio nelle immense lande americane, spostandosi clandestinamente sui treni merci alla maniera degli hoboes e compie varie peregrinazioni, non prive di difficoltà. Il ragazzo continua a viaggiare fino ad incontrare Sam, una ragazza che si finge un maschio per evitare di essere molestata durande i suoi vagabondaggi. I due diventano subito inseparabili e decidono di muoversi insieme alla ricerca del padre di Jack tra locali fatiscenti, esibizioni stradali con il violino e i consueti treni merci. Proseguendo nella vicenda i due sono avvicinati da un uomo che sembra interessarsi a loro, nonostante i suoi modi siano un pò strani, i due ( soprattutto jack) decidono di fidarsi. Nel frattempo un inquietante anziano con denti affilati come rasoi terrorizza le strade d'america, un serial killer spietato che si ciba di ragazzini. Questo sarà solo l'inizio di una discesa infernale verso il terrore che segnerà per sempre la vita di Jack, recidendone ( Severed) in modo irrimediabile l'infanzia ( e non solo).






Snyder e Tuft scrivono una storia cupa e attraente, delineano bene i protagonisti e aprono gradualmente scorci sulla minaccia incombente, che a poco a poco si fa sempre più vicina ai due protagonisti. Il lettore è avvolto in un crescendo di suspense e tensione e non può far a meno di attendere con ansia l'esplosione della violenza da parte di un nemico mostruoso che, pur essendo sempre presente in sottofondo, resta per molto tempo in disparte dalla vicenda principale. Si può dire che Severed sia un horror di vecchia scuola, l'impianto è classico e già da subito immaginiamo a cosa sta andando incontro Jack, tuttavia il forte taglio cinematografico, i dialoghi curati e l'ottimo bilanciamento nel controllare la minaccia della violenza e la sua effettiva espressione ne fa un'opera che riesce comunque a coinvolgere fino alla fine. 
A mio parere è interessante vedere come Severed ci rappresenta il male. Il cattivo, il vecchio efferato cannibale, sembra essere qualcosa di eterno, ineludibile e inarrestabile, è una forza quasi metafisica che si manifesta e si ritrae a sprazzi per poi uscire allo scoperto in una deflagraziione di atrocità e violenza. Il racconto horror, come in certi film di Carpenter, diventa un espediente per far affiorare le devianze, le perversioni e l'orrore che serpeggiano nel lato oscuro della nostra società e, in particolare in questo fumetto, nel sogno americano.






Infine, a rafforzare maggiormente la suggestività di Severed, ci sono i bellisimi disegni di Attila Futaki. L'autore con uno stile ombroso e tenue, dalle tinte fosche e crepuscolari, fa prendere forma all'america degli anni venti con le sue strade fumose, le sue sterminate campagne, i treni merci in corsa e gli interni lignei scricchiolanti e impolverati, offrendoci tavole dalla grande potenza visiva ed evocativa.
Per concludere, Severed è un buon fumetto, consigliato sicuramente agli amanti dell'horror, ma anche a chi fosse soltanto interessato a leggere una bella storia dall'impianto classico e solido, creata con grande maestria e rigore formale.

domenica 15 settembre 2013

MY platform

Un sistema d'arredo che ponendosi sulla linea progettuale di Joe Colombo esalta il ruolo centrale ed attivo del fruitore all'interno dello spazio abitativo.





Il progetto My Platform nasce a partire da uno studio condotto nel laboratorio di sintesi finale della facoltà di Design al Politecnico di Milano. Il tema assegnatoci riguardava l'accoglienza all'interno dei centri di seconda accoglienza per rifugiati politici.
Le problematiche evidenziate da cui nasce il progetto sono essenzialmente due. Da un lato è stato notato che nei centri lo spazio è spesso limitato, ci si trova infatti a non avere spazi per poter compiere differenti attività o rispondere a situazioni di emergenza, dall'altro in questi spazi devono convivere persone che provengono da culture radicalmente differenti che hanno usi e costumi decisamente diversi.
All'interno di questo panorama il punto di partenza pratico è stata una domanda apparentemente banalissima: Come posso io fornire un elemento di arredo capace di rispondere in modo universale e sovraculturale al bisogno di mangiare? Da questa prima questione mirata il campo è stato allargato pensando ad una serie di componenti che rispondessero a tutte le funzioni abitative primarie in modo sovraculturale.
Questi sono quindi i presupposti contestuali da cui si sviluppa MY platform. Un sistema nato da un contesto specifico, ma sviluppato successivamente con vedute di applicazione più ampie. Pensando quindi a tutti quegli ambienti pubblici o privati dove lo spazio è limitato rispetto alle funzioni e dove la componente ludica, emergenziale e sovraculturale possa essere importante.
Dal punto di vista progettuale il sistema risente fortemente dell'influenza del lavoro di Joe Colombo, fantastico designer degli anni '50/'60, le cui opere risultano estremamente attuali e contemporanee ancora oggi. Lavori come il "Sistema programmabile per abitare" evidenziano come la supremazia dell'architettura nella definizione spaziale sia ormai cosa superata. L'arredo, ovvero il contenuto, può e deve essere esso stesso il plasmatore e creatore di spazi attraverso la sinergia instaurata con il fruitore. L'apparato architettonico deve essere ridotto ad un mero contenuto che si rivolge all'esterno nel tessuto urbano, l'interno può essere tranquillamente un aperto open-space dove l'arredo diventa protagonista creando spazi e funzioni.
Questo è anche l'intento del progetto preso in esame che per attuare questa suddivisione spaziale predilige la dimensione orizzontale. Gli elementi base del sistema sono essenzialmente 5 piattaforme di differenti altezze, assemblabili attraverso magneti, impilabili e riponibili, inoltre ognuna di esse ha caratteristiche specifiche che consentono la risoluzione di determinate necessità. 



La Piattaforma Base e la Piattaforma Contenitore costituiscono gli elementi basilari del sistema. La prima consente di creare pedane, aree rialzate mentre la seconda oltre a costituire piani di seduta permette di avere vani adatti allo stoccaggio. Entrambe in caso di necessità possono creare letti di emergenza grazie all'uso dei cuscini assemblabili anch'essi tramite magneti.

Modello in scala della Piattaforma Contenitore


La Piattaforma Tavolino contiene due cassettoni che una volta estratti possono costituire essi stessi le panche dove sedersi. I cassetti costituiscono anche ottimi vani per lo stoccaggio quando la piattaforma è chiusa, potendo quindi costituire anche i comodini in un assetto notturno, mentre una volta estratti mantengono comunque la possibilità di fornire vani per il deposito di oggetti mentre si è seduti al tavolino.

Modello in scala della Piattaforma Tavolino

La Piattaforma Tavolo segue la logica del blocco precedente, tuttavia contiene 8 cassetti, 4 dei quali volti a costituire le sedute mentre gli altri 4 tramite le guide telescopiche sono in grado di fornire un adeguato spazio per le gambe in caso di uso del tavolo come scrivania. 

Modello in scala della Piattaforma Tavolo

Infine l'ultimo elemento è la Piattaforma Banco-Espositore. Questa è utilizzabile come banco da lavoro grazie ai 4 sgabelli estraibili, ma essendo facilmente impilabile, può anche costituire un sistema di divisione dello spazio, creando una serie di vani adatti all'esposizione di oggetti.

Modello in scala della Piattaforma Banco-Espositore



Questi 5 elementi possono costituire un modulo base capace di rispondere alle varie necessità con infinite combinazioni. Ne mostreremo solo 4 possibili che possano esemplificare la diversificazione delle esigenze a cui rispondono.


Zona giorno

Zona relax



Zona lavoro (tre tipologie di assetti)
 
Zona notte (due stanze)



(La prototipazione e tutti i modelli sono stati realizzati in collaborazione con la Falegnameria Ferrari_Piacenza)