martedì 15 ottobre 2013

Local


Un  percorso attraverso noi stessi alla ricerca del significato del viaggiare e del sentirsi a casa.




"Alla fine, la sola cosa che contava era come la pensavo io. Le mie risposte alle mie domande. Ci ho messo molto tempo a capirlo. E, col tempo ho imparato a stare bene con me stessa."



Il tema del viaggio è sicuramente uno dei must della letteratura, ne troviamo traccia fin nei miti, nella letteratura classica, nelle opere di Omero, Dante, Manzoni fino a quelle più vicine a noi. Tendenzialmente viene sempre associato ad un percorso di crescita, scoperta e maturazione. Attraverso il viaggio fisico, reale, il protagonista può compiere un viaggio mentale che lo porta alla scoperta del proprio io, delle proprie debolezze e paure. Local, scritto da Brian Wood e disegnato da Ryan Kelly, è la storia di un viaggio, anzi di tanti piccoli viaggi, fisici e reali ma sopratutto spirituali. La protagonista è un'adolescente problematica Megan Mckeenan, fin qui non sembra nulla di nuovo. Tuttavia fin dalle prime pagine siamo immersi in piccoli scorci della sua esistenza, ogni capitolo ci fornisce un piccolo frammento della sua vita ma anche il pezzo di un mosaico che alla fine del racconto ci permetterà di ricostruire e capire questo personaggio sfaccettato, complesso ed in continua evoluzione e ridefinizione. In questo modo viene rotta la struttura "lineare" spesso tipica romanzi di formazione, a favore di una serie di episodi autoconclusivi temporalmente progressivi. Infatti attraverso questi 12 capitoli che rappresentano 12 anni e differenti posti, Megan si evolve passando da quella che all'inizio ci sembra una ragazzina problematica incapace di scegliersi dei buoni compagni ad una donna consapevole dei propri errori, ma sopratutto di se stessa. 



Accanto a Megan, protagonista decisamente predominante, vediamo altri personaggi ben caratterizzati. In primis c'è la madre. Fino alla sua morte non ne sappiamo nulla, ma successivamente attraverso i ricordi della ragazza riusciamo a esplorarla almeno in parte. Personalmente me ne ero fatta un'idea totalmente sbagliata, quando si inizia a leggere Local e si entra in contatto con un'adolescente fuggita da casa, subito mi è venuto spontaneo pensare che alla base di questo comportamento ci fosse una sorta di incomprensione con i propri genitori. Inoltre non comparendo mai, mi era riuscito spontaneo pensare che non vi fosse nessun tipo di rapporto o legame con questa figura. Ma in realtà non è così e credo che questo sia davvero un passaggio interessante di questo racconto. La madre rappresenta la spinta di propulsione di Megan, la sua ragione di ricerca di se stessa e di un posto da chiamare casa. La madre infatti vive in una condizione fisica di staticità data da un matrimonio che le ha bloccato ogni possibilità di libertà e apertura verso il mondo. Essa ripone nella figlia tutte le sue speranze e i suoi desideri, consapevole che, come lei, Megan non poteva essere felice in quella condizione limitativa. Questa certezza la percepiamo facendo la conoscenza di Nicky, il cugino di Megan. Egli rappresenta esattamente ciò che la ragazza sarebbe diventata se non fosse partita. Nicky sfoga nella violenza tutta la frustrazione derivante dallo stare in un contesto sociale che non gli permette di esprimersi pienamente. Altro personaggio interessante ed a mio parere spaventoso è Matthew, il fratello di Megan. Fin da piccolo viene plagiato dal padre, per lui un modello di riferimento indiscusso, che lo istiga all'odio verso le donne e lo inizia all'alcool. Questo ragazzo cresce senza la capacità di rapportarsi con gli altri e non riuscirà mai ad accettare pienamente la morte del padre. Questo fatto infatti fa collassare Matthew che si trova da solo con la madre con cui ha un pessimo rapporto, mentre Megan continua le sue peregrinazioni pienamente approvate e sostenute dal genitore. La morte della madre rappresenta un'ulteriore ferita per il ragazzo, anche se sembra più un riportare a galla il dolore della morte del padre mai superata in un vortice di ricordi di infanzia.
Tutta questa vicenda si svolge in paesaggi urbani americani ed attraverso piccoli oggetti che prendono senso nella vicenda per la protagonista ed anche per il lettore poichè rappresentano frammenti di storie e ricordi. Questo lo vediamo molto bene nell'episodio ambientato a Toronto, dove una giovane artista, Nancy Bai, ricompone la vita di Megan in un'esposizione attraverso i suoi oggetti personali cercando quindi di interrogarsi su chi sia veramente Megan. Ma l'importante è la storia associata all'oggetto e non l'oggetto in sè, ciò che conta è quello che essi sono stati per chi li ha vissuti, ovvero Megan ed il lettore che attraverso la narrazione ne ha fatto esperienza.
Il disegno assume un'importante ruolo, sostituendosi quando necessario alle parole nella comunicazione dei sentimenti della protagonista. Così narrazione e tratto grafico si bilanciano complessivamente in funzione dei segmenti di storia.
Per concludere, questo fumetto ci mostra un viaggio, un percorso di crescita e maturazione, ma ci costringe ad immergerci in queste situazioni ed a riflettere sul nostro viaggio. Insieme a Megan ci troviamo anche noi, non più solo lettori, a cercare il significato del viaggiare e degli incontri che si parano sul nostro cammino alla ricerca forse di un posto dove sentirci a casa, dove trovare finalmente un equilibrio, dove poter tornare dopo aver trovato risposta alle nostre domande, alle nostre paure ed al nostro vivere.



"Mamma pensava che la libertà fosse il dono più grande che potesse farmi. Ma per me il dono più grande è questa casa. Un posto dove ritornare al momento giusto."

lunedì 14 ottobre 2013

The Nightly News

Critica ai media, satira politica, follia, ironia e ancora follia. Un gruppo di assassini schizzoidi del tipo "Ti sparo un colpo in testa e poi mi do fuoco a Time Square" hanno deciso che è ora di fare un pò di pulizia tra i giornalisti perchè glielo dice LA VOCE di una cassetta, ma qualcuno, ai piani alti, non è così daccordo. The Nightly News, ovvero una menzogna narrata in sei parti da quel pazzo visionario di Jonathan Hickman.



 

Su questo blog di Jonathan Hickman abbiamo già avuto modo di parlare e anche piuttosto bene. Il suo Pax Romana mi aveva entusiasmato molto, un'opera caratterizzata da una freschezza e originalità grafica e narrativa ammirevoli, che a fine lettura mi aveva fatto venir voglia di consigliarla a chiunque, amanti dei fumetti e non.
Come avrete già intuito, quest'oggi parleremo ancora di Hickman e di un'altra opera celebre della sua produzione, ovvero The Nightly News. Dopo Pax Romana e qualche commentino letto in rete, sono praticamente andato ad occhi chiusi sull'acquisto di questo volume che si è rivelato giustamente interessante.
Prima di entrare nel merito dell'opera credo che sia meglio fare una premessa personale sul suo contenuto. The Nightly News ci parla di comunicazione e complottismo mediatico, di manipolazione dell'informazione nel senso psico-patologico del termine, di media forti che guidano le scelte della popolazione, che indirizzano le scelte politiche ed economiche, che cambiano, influenzano e distruggono la vita dello stato o di una città, fino ad arrivare al singolo cittadino annientato da un servizio televisivo o da un articolo giornalistico.
Su questo tema si è scritto probabilmente troppo e spesso male. Dichiaro subito di non essere un amante del complottismo gratuito e dei pensieri ultracritici e ultrapessimistici intorno ai media, troppo spesso trovo questi discorsi superficiali, allarmisti, populisti, demagogici e quasi fideistici in quanto ad argomentazioni. Inoltre, il "Critical Media", è diventato un tema usurato e spesso svuotato di senso, non solo nelle sue manifestazioni più "pop" come film, fumetti, cartoni o programmi sugli ufo e misteri della storia (questi ultimi non sono al livello dei primi, intendiamoci, sono molto peggio), ma anche nei piani della "cultura alta" vedi filosofi, sociologi, politologi e tutta quell'altra gente "che sa le cose". Come tematica di riflessione culturale mi è particolarmente ostica e molto spesso quando leggo certe cose tendo a farmi saltare i nervi molto velocemente.






Detto questo, cosa dire di The Nightly News? Perchè leggere un'altra sbrodolata su tutto ciò che il potere ci inculca dall'alto, su quanto non siamo liberi, su quanto il bombardamento mediatico ci fotta il cervello ogni giorno, rendendoci fantocci controllati da fantasmatici burattinai che si nascondono dietro una voce, una pagina di giornale o uno schermo televisivo? Perchè mai qualcuno dovrebbe comprare questo volume? Perchè io ho acquistato The Nightly News?
Innanzitutto l'ho preso per lo stile di Hickman. Lo stile di Hickman è qualcosa di unico. Le pagine si presentano in un mix di fumetto e infografica che ti colpisce gli occhi con la potenza di un cartellone pubblicitario. L'autore spacca costantemente l'impostazione strutturale fumettistica più classica, la griglia è spesso inesistente, le immagini si accavallano ed esplodono in macchie di colore simil aerografato. 








E' una vera bellezza da vedere e già questo merita sicuramente riguardo, ma andiamo oltre, andiamo alla trama.
La trama di The Nightly News è molto semplice ed è più o meno questa: nella New York dei nostri giorni una persona che si fa chiamare "La Mano" predica la ribellione al sistema mediatico vigente e recluta, per conto di un misterioso ideologo chiamato "La Voce", nuovi adepti per eliminare fisicamente e violentemente i rappresentati della categoria in modo da limitarne il potere manipolatorio, distruttivo e oscurantista. Tutto già visto, tutto già sentito. Allora dove sta, oltre all'accattivante stile grafico, l'interesse di quest'opera? A mio parere la cosa interessante risiede nell'ambiguità e negli interrogativi che la narrazione e, soprattutto il modo della narrazione, riesce a suscitare. Hickman gioca a metà tra finzione e documetario, inserisce tabelle piene di dati (fonti reali), invoglia il lettore a fare ricerche su quello che scrive, ma nello stesso tempo si prende in giro, esagera, sfida il lettore, usa degli slogan, mette in campo egli stesso stilemi della pubblicità e del linguaggio mediatico contro il quale, a regola, starebbe muovendo una critica.






The Nightly News non è un'opera sincera e non ha intenzione di esserlo. Scorrendo le pagine non può non rimbalzarci in mente la domanda posta da Andy Diggle nella sua prefazione: "Hickman crede davvero alla merda che diffonde?" e l'unica risposta che sembra poter dare il lettore è: "beh, non saprei...probabilmente no, ma magari in qualcosa si" ed è proprio qui che secondo me sta tutta la forza dell'opera, nella sua ambiguità! The Nightly News è una critica al sistema mediatico e ai suoi mezzi manipolatori, ma è, nello stesso tempo, un prodotto classico e uno strumento comunicativo di questo stesso sistema. Hickman questo lo sa bene e si muove come un elastico tra la presa di posizione, la smentita e la mediazione, gioca a nascondino, sdrammatizza e poi rilancia.
C'è una vena di cattiveria e di follia che pervade tutto il fumetto. A Hickman piace dissacrare, ironizzare su tutto, portare all'estremo le situazioni e lo fa molto bene. Per questo la sua opera è da prendere costantemente con le pinze, bisogna riuscire sempre a mantenerne una certa distanza e a non prenderla troppo sul serio, per riuscire ad apprezzarne il valore. Infatti se la prendessimo solamente come un documentario, come una critica strutturata e sincera al sistema mediatico, perderebbe interesse, in quanto si rivelerebbe soltanto come un insipido cocktail di Chomskismo semplificato con un pò di violenza e complottismo blandamente sostenuto da qualche statistica, insomma, una roba per far presa su un adolescente ribelle aspirante attivista, ma nulla di più. Mentre invece se riusciamo a perderci nell'ambiguità, a farci cullare dalla follia dei protagonisti, ad entrare nel subdolo gioco di rimandi e citazioni di Hickman, a saper ridere della sua ironia tagliente e della sua critica più spregiudicata allora l'opera acquista interesse e finisce per appasionarci, divertirci e ovviamente anche farci davvero riflettere.


venerdì 11 ottobre 2013

Autunno Americano nelle fotografie di Sergey Bermeniev

Gli uomini dietro alle icone

 



A partire dal 4 ottobre fino al 31 ottobre, Milano ha l'onore di ospitare all'interno della Sala Consultazione del Civico Archivio Fotografico e della Civica Raccolta delle stampe, presso il Castello Sforzesco, alcuni celebri scatti del noto fotografo ritrattista Sergey Bermeniev. Il noto artista russo ha ritratto negli anni personaggi in vista della cultura, della scienza e della politica americana, ma anche leader politici russi ed artisti internazionali. Nel 2001 inoltre è stato insignito del più alto premio russo per il giornalismo fotografico: "Occhio d'oro della Russia" grazie alla serie di ritratti "Leader mondiali".


Bermeniev costituisce sicuramente un membro dell'elite della fotografia ritrattistica mondiale. Quello che risulta evidente al primo sguardo è l'umanità e la complessità interiore dei soggetti rappresentati. I politici, le celebrità, i divi di Holliwood, sono parte integrante della vita di tutti noi, popolano il mondo mediatico attraverso cinema, giornali, tv ed internet. Nonostante questa sensazione intrinseca ciò che realmente conosciamo è la loro immagine, l'icona che essi diventano all'interno della società dello spettacolo, non la persona. I ritratti di Bermeniev ci mettono di fronte al lato nascosto, agli uomini e alle donne dietro le icone del nostro tempo. Come sostiene Elie Wiesel "l'attimo colto dall'artista ci porta all'interno di immagini che in realtà sono storie." Così ci sembra di conoscere almeno un pò del mondo della persona ritratta, di poterci sentire più vicini alla sua realtà. 



La fotografia, spesso, viene considerata come una mera fotocopia della realtà, tuttavia queste foto ci mostrano quanto questa concezione sia limitativa e sbagliata. Quando immortaliamo un volto, un oggetto, un luogo a cui siamo legati o meno, anche solo le foto delle vacanze, noi selezioniamo una parte di spazio, un determinato momento, una luce, tutto questo rende l'immagine di quella persona, quel luogo, quel tempo immortale. Il ritratto nella società odierna si lega indissolubilmente alla creazione di icone pubbliche, pensiamo  ai dittatori o alle star degli anni '60 ritratte dalla pop art, ciò che ci rimane è un'immagine che ci rimanda ad un pezzo di storia, una cultura o un vissuto e si che lega, nello stesso tempo, con il processo di divizzazione del soggetto. Gli scatti di Bermeniev, al contrario, sembrano indagare il personaggio privato e quotidiano celato dietro l'immagine pubblica. Gli uomini e le donne ritratte ci ricordano la nostra quotidianità e non le star di un mondo lontano ed intoccabile, conoscibile solo dietro ad uno schermo o attraverso le copertine patinate delle riviste.  





Per saperne di più:
http://www.bermenievs.com

mercoledì 9 ottobre 2013

Pollock e gli Irascibili



"Un quadro non riguarda un'esperienza, è un'esperienza" [M.Rothko]


Locandina mostra





Al Palazzo Reale di Milano è aperta, dal 24 Settembre al 16 Febbario, la mostra intitolata "Pollock e gli Irascibili. La scuola di New York", che ospita 49 capolavori provenienti dal Whitney Museum of American Art di New York e apre ufficialmente l'"Autunno Americano" di Milano, bel ciclo di eventi culturali dedicati alla produzione artistica d'oltreoceano e omaggio al 2013 Americano, che è stato l'anno della cultura italiana in America.
"Pollock e gli Irascibili" è già la terza collaborazione tra Palazzo Reale e il Whitney Museum, dopo l'esposizione intitolata "New York Renaissence, Masterworks from Whitney Museum of American Art", dedicato alla "rinascita" di New York dopo i fatti dell'11 settembre e dopo la bellissima retrospettiva su Hopper del 2002.
Le 49 opere in mostra attualmente a Palazzo Reale sono temporalmente comprese tra la fine degli anni '30 e la metà degli anni '60 ed appartengono a quel movimento artistico, che è più una sorta di "aria di famiglia" o sensibilità comune, che è generalmente chiamato Espressionismo Astratto o Scuola di New York.
Il dopo guerra americano fu un momento di grande importanza per l'arte mondiale. Per la prima volta nella storia, un movimento d'avanguardia non partiva dall'Europa, ma dall'America. In questo periodo il cuore pulsante dell'arte non risiede più a Parigi o a Berlino, ma a New York.
Questo spostamento di baricentro dall'Europa all'America è merito particolare di un gruppo di artisti che dalla seconda metà degli anni '30 muovono i primi passi verso un linguaggio nuovo, che pur assumendo declinazioni diverse, andrà a realizzarsi in quel gran calderone denominato generalemente espressionismo astratto.
L'espressionismo astratto subisce le influenze europee del surrealismo e dell'astrattismo mischiandole con elementi tipicamente americani, come il muralismo messicano e l'arte nativa dei pellerossa. Da questo mix di stili, influenze e richiami nascono opere dall'aria profondamente differente, accumunate, tuttavia, da un certo rifiuto per l'arte figurativa e per l'importanza data al segno gestuale.
La profonda stratificazione e differenziazione della produzione interna alla Scuola di New York è esplicata dalla stessa struttura del movimento che non è di certo identificabile come una scuola racchiusa attorno ad un manifesto programmatico, ma, come già accennato, come un gruppo di artisti accumunati dalla stessa idea di rottura con l'arte del passato e da una sensibilità volta alla sperimentazione di nuovi linguaggia espressivi e gestuali.
Ma chi erano gli interpreti di questa rottura? Quali erano i protagonisti di questa golden age dell'arte americana? La risposta si può trovare nel 20 maggio 1950 quando con una lettera di protesta, inviata al New York Times e diretta al presidente del MoMa Roland Redmond, un gruppo di artisti contestava l'organizzazione e la selezione delle opere per una "mega-mostra" sull'arte contemporanea americana, accusando i curatori di conservatorismo e ostilità nei confronti dell'arte d'avanguardia ed escludendosi volontariamente dall'iniziativa, in quanto interpreti e difensori della nuova sperimentazione artistica. La lettera fu firmata da 18 artisti tra pittori e scultori, tra cui Jackson Pollock, Barnett Newman, Mark Rothko, Robert Motherwell, Willem De Kooning, Franz Kline, Hans Hoffman, Mark Tobey, Ad Reinhardt, Richard Pousset-Dart, Adolph Gottlieb, Walker Tomlin, Edda Stern che si guadagnano presto l'appellattivo negativo, ideato dall'Herald Tribune, di "Irascibili". Questa denominazione verrà ripresa inseguito dalla rivista Life che nel gennaio del 1951 pubblicò uno scatto che farà storia. 

"Gli irascibili", foto Nina Leen, 1951


La celebre foto, commissionata da Barnett Newman, ideatore iniziale della protesta, alla fotografa di moda Nina Leen, ritrae 15 dei 18 irascibili "vestiti da banchieri" con al centro Jackson Pollock, unico senza cravatta.
Questa vicenda rafforzò ancor di più la condivisione di prospettive degli irascibili che continuarono a discutere, riflettere, sperimentare e lavorare, superando la tragica morte di Pollock, il loro rappresentante più carismatico, che muore nel '56, arrivando così alla definitiva consacrazione artistica negli anni '60, dove il loro approccio diventerà un vero e proprio paradigma per le nuove generazioni di artisti.
Prima di passare al vero e proprio contenuto della mostra di Palazzo Reale è necessario, a mio avviso, fare ancora qualche piccola precisazione concettuale per poter meglio comprendere e spiegare l'esposizione delle opere e il suo allestimento. Si può dire, volendo "tagliare la realtà con l'accetta", che l'espressionismo astratto abbia due approcci fondamentali: quello degli "Action Painters" più concentrati sull'espressività del gesto e del segno e quello dei "Color Fields Painters" più interessati invece al rapporto forma-colore. Ovviamente questi due approcci sono fortemente dialoganti all'interno del movimento e le opere sono spesso la fusione di diverse tendenze e influenze. In ogni caso, la mostra, si presenta più o meno come un percorso graduale che va dalle tendenze più "action" e incentrate sulla gestualità a quelle che privilegiano rapporti cromatico-formali tipici della corrente del Color Fields. A sostegno di questa visione si può notare che il percorso inizia con il massimo esponente dell'action painting, ovvero Jackson Pollock, star indiscussa della mostra, e si conclude con quello che forse è il più raffinato, spirituale ed influente color field painter, cioè Mark Rothko.
Come appena accennato ad accoglierci c'è Jackson Pollock il personaggio più carismatico e più noto degli irascibili. Sono presenti diverse opere, qualcuna anche dei primi periodi, quando l'artista era ancora legato a qualche forma di rappresentazione e dialogava stilisticamente con il surrealismo e l'arte nativa, ma il grosso dell'esposizione è ovviamente incentrata sulla sua maturità artistica e in particolare sulle opere e la tecnica che l'hanno reso celebre, ovvero quella del dripping. Il dripping, traducibile come "sgocciolamento", è una tecnica elaborata, nella sua forma più tipica, da Pollock alla fine degli anni 40 e consiste proprio nel far sgocciolare il colore su una tela (di solito di grandi dimensioni) posta a terra. Il colore viene fatto sgocciolare gestualmente da bastoni o pennelli o, addirittura, direttamente da barattoli o contenitori bucherellati: "Continuo ad allontanarmi dai tradizionali strumenti del pittore come cavalletto, tavolozza, pennelli ecc. Preferisco bastoncini, cazzuole, coltelli e lasciar colare il colore oppure un impasto fatto anche con sabbia, frammenti di vetro o altri materiali ". Questa tecnica, per la sua spontaneità, è associabile alla cosiddetta "scrittura automatica" surrealista, che permette di far emergere pensieri e conflitti sepolti sotto la soglia di coscienza, ma anche e soprattutto, alle danze tribali dei nativi americani, per la consuetudine di Pollock, in fase di creazione, di "danzare" intorno alla tela posta a terra aggiungendo schizzi di colore quasi in una sorta di stato trance che cattura artista ed opera in un legame di armonia indissolubile. L'opera finita è quindi l'espressione di questa armonia. "Avere la tela a terra mi fa sentire parte del dipinto" dichiarerà Pollock e se l'opera risulterà confusa è solo perchè l'artista è uscito da questo legame con essa, rompendone l'armonia che porta alla sua creazione: "Quando sono "dentro" i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di "presa di coscienza" mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l'immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire. È solo quando mi capita di perdere il contatto con il dipinto che il risultato è confuso e scadente. Altrimenti c'è una pura armonia, un semplice scambio di dare ed avere e il quadro riesce bene". Il dripping è perciò una tecnica che coinvolge l'artista con tutto il suo corpo, lo costringe ad indagare sulla sua gestualità, sulle variazioni dei suoi movimenti, sugli effetti segnici dei suoi gesti sulla tela arrivando "all'espressione di un'idea" che è presente non solo nell'artista, ma anche già nel dipinto che sta nascendo,o più precisamente, nel legame tra uno e l'altro: "Il dipinto ha già una sua vita propria. Io cerco di farla emergere".
Esempio paradigmatico del dripping, opera fondamentale nella produzione Pollockiana e ospite d'onore della mostra, è sicuramente l'opera Number 27.

Number 27, J. Pollock, 1950


Un quadro di grandi dimensione, circa tre metri di lunghezza, caratterizzato da una musicalità e un autosostentamento percettivo davvero formidabile. I drappeggi di colore sono perfettamente bilanciati sia cromaticamente e spazialmente e il rapporto tra lo spazio materico e la tela bianca va a costituire un'armonia interna che consente allo spettatore di abbracciare con la vista tutta l'interezza dell'opera. Il bianco copre con violente sferzate di colore gran parte del dipinto, incrociandosi con sinuosità rosa, grige e gialle, lasciando emergere a sprazzi dal fondo lingue e abissi di colore nero, quasi fosse una danza sullo spazio universale. In questo modo il quadro assume grande profondità, nonostante il groviglio di linee e la forte saturazione cromatica. Quest'opera è un perfetto esempio dell'espressività del dripping e di una pittura che si affida ad un movimento totalizzante intorno ad una tela di grandi dimensioni posta a terra. L'opera di Pollock esprime qualcosa di profondamente ancestrale, le sue tele sono come degli spazi naturali aperti, dove l'artista si muove in armonia ed esprime la melodia interiore di questo rapporto. La sezione dedicata a questo genio dell'arte mondiale è impreziosità, oltre che dalle opere, da istallazioni video che ci mostrano Pollock al lavoro, ed è veramente affascinante poter ammirare le sue danze, le sue spruzzate di colore, il movimento che sembra così irrazionale e nello stesso tempo così efficace, necessario, armonioso.
Proseguendo nella mostra ed uscendo dalla sezione dedicata a Pollock, entriamo in una stanza dove ci sono tante opere di diversi autori. Queste opere conservano tutte l'attenzione per il gesto e un legame con la poetica di Pollock, tuttavia si mescolano più esplicitamente con altre influenze non arrivando all'estrema radicalità dell'action pianting di " Jack The Dripper" ( così era stato soprannominato Pollock nel '56 dalla rivista Time). Troviamo quindi autori come: Ad Reinhardt, con la sua Numero 18 che strizza l'occhio all'astrattismo russo, Gorky dove sono visibili forti influenze surrealiste e cubiste seppur declinate in un'aria astratta dai colori caldi e morbidi, Motherwell con le sue forme piatte, ricamate da un tratto essenzale, su sfondi dai colori intensi e brillanti, che anticipano le sue sperimentazioni tecniche con stampa e collage; Baziotes con le sue figure che ricordano alcune opere di Mirò, Tobey con il suo tratto calligrafico su colori tenui e acquosi, che vanno a formare una trama mistica dal sapore quasi mediorientale, Still con un'opera caratterizzata da colori accesi e dai forti contrasti e, infine, Pousset D'Art, con una tela di grandi dimensioni caratterizzata da un tripudio di colori materici e da un'estetica che richiama fortemente l'arte primitiva e sudamericana.
Nella sala successiva troviamo uno spazio dedicato ad un altro dei grandi esponenti dell'espressionismo astratto, ovvero Franz Kline. Il gesto sembra farla da padrone, le sue tele bianche sono imperversate da potenti pennellate nere che tagliano e sagomano lo spazio pittorico. Le opere di Kline hanno una forte ascendenza arichitettonica. Pur essendo avvicinato spesso a Pollock, i suoi quadri sono molto più "strutturati", e il segno risulta molto più "controllato" e "geometrico" nella sua intensità, spesso, infatti, erano anche anticipati da un bozzetto a matita. Bianco e nero si fondono in una composizione percettiva equilibrata ed espressiva, perciò, in risposta a chi lo accusava di tirare delle pennelate nere su una tela bianca, Kline rispose che lui, in realtà, " dipingeva sia il bianco che il nero", proprio per l'importanza della relazione tra i due spazi cromatici.

Mahonig, F. Kline, 1956


Dopo Kline ci si sposta progressivamente verso il color fields e la sala successiva ci presenta alcuni artisti che incarnano bene una mezza via tra la valorizazzione gestuale e la ricerca sull'accostamento di campi cromatici costrastanti. Troviamo quindi Helen Frankethaler con il suo Territorio Blu e Hans Hoffman con Dominanza Orchestrale in Giallo dove tasselli ultramaterici di colore si accostano e si fondono in una vera e propria "fanfara" in cui il giallo è il colore dominante.

Territorio Blu, H. Frankethaler, 1955

Dominanza orchestrale in giallo, H. Hoffman, 1954


Proseguendo troviamo artisti come Morris Louis, già tutto orientato verso il color field con le sue campate di colore tenue e acquarellato in cui il gesto sembra essersi sciolto o come Sam Francis, che lascia grande spazio al bianco facendo penetrare il colore per "colamento spontaneo" dai lati della tela, nascondendo, in questo modo, il gesto dirompente e aprendo la strada al futuro minimalismo.
Prima di passare all'ultima parte della mostra, si ha uno spazio dedicato a De Kooning, i cui quadri, pur accostando grandi superfici cromatiche ed essendo caratterizzati da un segno, scuro e spigoloso, fortemente gestuale, sembrano ancora legati in qualche modo ad un residuo di figuratività.
Nella zona conclusiva dell'esposizione abbiamo i rappresentanti più estremi ed influenti del Color Fields. In particolare troviamo Reinhardt, con i suoi accostamenti di colore profondamente geometrici, che richiamano sia l'optical art che la pittura monocroma, Barnett Newman con le sue campate monocromatiche divise da linee più o meno geometriche o sfumate e infine, Mark Rothko con due opere di grandi dimensioni che ci mostrano la sua tipica interpretazione del Color Field, con l'accostamento di fasce cromatiche rettangolari, luminose e dai contorni sfumati, che sembrano stagliarsi come vento solare sulla tela. 

Senza titolo, M. Rothko, 1954


Le opere di Rothko sono caratterizzate da una singolare aura spirituale, un senso di calma e armonia che trova proprio nello studiatissimo ed equlibrato accostamneto di colore la sua causa primaria.
Per concludere, Pollock e gli irascibili è sicuramente una mostra da vedere, capace di coinvolgere il fruitore grazie alla presenza di opere eccezionali ed alla saggezza espositiva. Ci si trova immersi in un percorso ricco di molteplici mezzi comunicativi, che fondono il nostro approccio contemporaneo al mondo dell'arte e della cultura, attraverso i mezzi mediatici, i video, la riproduzione di immagini con i soggetti reali. Questa grande varietà permette a questa mostra di non essere solo una "mostra d'arte" ma il ritratto della cultura di un tempo, una stagione unica per l'arte e il pensiero creativo. Una stagione di rottura e innovazione, che in letteratura dava i natali alla Beat generation, con Keruack e Ginsberg, al cinema si esprimeva nei miti ribelli di Marlon Brando e James Dean, in musica suonava le note di Miles Davis e lavoce intensa di Elvis e in arte si intravedeva già la nascente pop art con il suo alfiere Andy Warhol e dall'altra parte, ovviamente, arrabbiati e sognatori, Pollock e gli irascibili.
 
Per saperne di più:
http://www.mostrapollock.it/gallery/ 
Comune di Milano
http://www.autunnoamericano.it/ 
 
 

sabato 5 ottobre 2013

Crossroads di El Gato Chimney

Crocevia eterni, riti arcaici, personaggi grotteschi e surreali. Riscopriamo melodie antiche, superstizioni, miti e religione popolare attraverso lo stile calligrafico e gli intensi colori de El Gato Chimney.  






Alla galleria Antonio Colombo, in via solferino a Milano, è aperta, dal 26 settembre fino al 14 novembre, la personale di El Gato Chimney dal nome "Crossroads". Dico la verità, io, El gato chimney, non sapevo nemmeno chi fosse. Un'amica durante un'interessante conversazione su facebook mi ha passato il link della pagina personale dell'artista e, dopo aver visto qualche immagine delle sue opere, mi sono convinto che se fossi riuscito ad andare a vedere la sua mostra a Milano sarebbe stata una bella cosa. Così è stato.
Partiamo dalle basi. Chi è El gato Chimney? Marco Campori, aka El Gato Chimney, nasce a Milano nel 1981 dove vive e lavora tutt'ora. Artista autodidatta, Chimney, inizia dalla strada avvicinandosi al mondo della Street Art e del writing nel pieno degli anni '90, successivamente la sua arte si evolve in senso più figurativo, esprimendosi nella creazione di posters, murales e stickers che si legano al tessuto urbano esplorando le potenzialità di supporti e materiali differenti. Negli ultimi anni le sue opere si fanno sempre più sofisticate e diventano il risultato di una profonda ricerca artistica in studio. I colori, i soggetti e i paesaggi che dapprima popolavano lo spazio cittadino diventano più complessi e vanno ad abitare la tela, dando vita a nuovi mondi surreali e misteriosi.
Le influenze artistiche e percettive di El gato Chimney sono molteplici. Sicuramente ci sono i graffiti, la street art e la cultura hip-hop (Doze Green è infatti uno dei suoi "maestri"), legati ai suoi esordi artistici, ma troviamo anche tanti altri riferimenti come: il folklore popolare, specialmente quello nordico, la cultura tribale, l'arte oceanica, l'esoterismo, il realismo magico, il fumetto, l'estetica steampunk e il surrealismo.





Le opere esposte in via Solferino si carattarizzano immediatamente alla vista per i colori, caldi e intensi, e per un tratto preciso e calligrafico. L'iconografia che l'artista ci propone è qualcosa di antico, che richiama le miniature e alcune illustrazioni di guerra medievali o spostamenti di comitive ecclesiatiche. Questa impressione viene resa attraverso figure irreali, chimeriche: piccoli uccellini antropomorfi, passerotti mascherati, scimmie vestite come sacerdoti, piccoli mostri coperti da abiti lunghi e cappe bianche, maschere primitive che celano chissà quali esseri. Processioni e migrazioni, rituali ancestrali, fanfare di personaggi grotteschi e surreali che attraversano luoghi metafisici caratterizzati da una strana calma onirica. Il filo conduttore della mostra sembra essere proprio il passaggio rituale espresso dallo stilema iconico del crocicchio, l'incrocio di tre strade della Dea Ecate, luogo dove convergono il giorno e la notte, il mondo dei vivi e quello sotteraneo dell'ade. Il visitatore è catapultato in un mondo dal significato enigmatico ed ermetico, davanti a noi si svolgono delle azioni, ci sono degli esseri che sembrano tendere verso qualcosa, ma noi possiamo solo cercare di interpretare questo tripudio di figure, andando a richiamare i nostri legami più profondi con la tradizione orale, i miti, la religione popolare, le credenze, le superstizioni e la commistione primordiale tra natura e cultura.





Nonostante i colori e l'aria folkloristica delle scene rappresentate, su di esse sembra aleggiare una strana senzazione di oblio e di morte, così come nelle opere di Bosh o dei fiamminghi, di cui El Gato Chimney sembra un parente stretto, sia dal punto di vista compositivo e tecnico, sia per la quantità di particolari che riesce ad imprimere sulla tela.
I cieli dei quadri meritano sicuramente una menzione particolare. L'autore, infatti, li divide sempre a metà con un'immaginaria linea retta che curva bruscamente in un'arcata siderale. Una dicotomia di incontro e repulsione tra una dimensione più chiara ed elettrica e una più plumbea e scura, forse il giorno e la notte, la vita e la morte, a nessuno è dato saperlo con precisione, sicuramente si ha l'impressione di essere di fronte ad un legame ancestrale dei contrari, qualcosa di creativo e di poietico, qualcosa alla base della stessa nascita dell'universo come ci diceva Eraclito, tanto tempo fa.





Questi incroci senza tempo diventano anche spazi per la dispersione di oggetti e simboli, come in un cassetto di cose dimenticate o una camera delle meraviglie. Chiavi, serrature, maschere, civette e numeri, un universo simbolico inaccessibile che trasforma ogni quadro in un rebus senza soluzione, quasi un feticcio dalla funzione apotropaica, giocando con la tradizione un immaginario misticheggiante. Oggetti comuni abbandonati per sempre o lasciati in attesa di qualcuno che assumono un'aria sacra ed eterna.
Concludendo, "Crossroads" è una mostra molto affascinante. Pur non contando tante opere, questa personale di El Gato Chimney, riesce a trasportare lo spettatore in un'altra dimensione dove folklore, leggende lontane, sogni e sacralità primitiva si fondono con un'estetica pop e surrealistica il tutto condito da uno stile pittorico che rimanda alla tradizione nordica e fiamminga. Una collisione di mondi e sensazioni davvero da sperimentare e possibilmente da non perdere.



martedì 1 ottobre 2013

I nostri "film di una vita"


Visitando qualche blog davvero interessantissimo (di cui siamo affezionati lettori) come Il cinema spiccio di Frank Manila o Viaggiando (meno) della nostra lettrice fissa Poison, ci siamo imbattuti in un giochino molto (per niente) semplice e divertente. In poche parole, si tratta di scegliere un film per ogni anno partendo dal tuo anno di nascita e arrivando fino al 2012. Ogni anno della tua vita verrà quindi associato ad un film.
Ovviamente essendo dei feticisti delle calssifiche e dei discreti appassionati di cinema non abbiamo saputo resistere. Roba dura eh??? si roba dura, anzi durissima, ma peeeerchèèè....cavolo! E' diffcilissimo scegliere un solo film all'anno, ci si sente in colpa, cosa da non dormirci la notte insomma!! Ci sono anni in cui devi affrontare una propria pena interiore: io per il 1992, 1994, 1995 e 2001 sono quasi impazzito. E poi stilare la classifica insieme a tua sorella e ad un tuo amico è un momento tragicomico, del tipo: Ma che cosa fai? ma come fai a scegliere quella roba lì? ma stai scherzando??... oh!!! ma guardati la tua di classifica che non ci capisci niente di cinema, i miei sono capolavori indiscussi, i tuoi chi cazzo lì conosce?? Oppure: ma dai, ma sei scemo? oh. cosa ci vuoi fare, a me questo è piaciuto un casino e poi era un momento particolare della mia vita! Se Se... era un momento dove non avevi negli occhi nel cervello probabilemente!! Ma guarda questo!!...etc etc...Cmq alla fine ce l'abbiamo fatta, abbiamo scritto le nostre classifiche, non ci siamo uccisi e non ci hanno ricoverato per problemi psichici dovuti alla pressione psicologica della scelta di un film, e uno soltanto, per anno. Di seguito, appena qui sotto: "Matteo, Valentina e Aldo e i loro film di una vita".....buona lettura e buona nostalgia!;) (le datazioni dei film si basano sull'archivio di FILM TV)

Matteo



Valentina




 

Aldo



sabato 28 settembre 2013

Essex County

Jeff Lemire mette in scena una grandiosa epopea famigliare che, attraverso la persistenza della memoria e del ricordo, ci fa riflettere sulle relazioni umane, sul dolore, sul rimorso, sull'amore e la riconciliazione. Un capolavoro che non può che restarci dentro a lungo, come "i fantasmi" dei suoi protagonisti.



Spesso pensiamo il tempo come una linea retta, qualcosa di divisibile e misurabile al pari dello spazio in cui siamo immersi. Spesso pensiamo in questo modo anche il nostro tempo, quello interiore, quello in cui risiede la nostra coscienza. Tendiamo a spazializzare la nostra interiorità e così crediamo di lasciarci indietro il passato con il passare dei giorni, dei mesi e degli anni così come fa un maratoneta intento a proseguire la sua gara e a lasciarsi alle spalle i metri di asfalto già percorsi. Ma il tempo interiore non è così, il tempo interiore sembra comportarsi diversamente. 
Con due immagini molto azzeccate Henry Bergson ha paragonato il nostro tempo ad un gomitolo o ad una valanga: arrotolando il filo di lana su se stesso cresce il gomitolo e, man mano che esso cresce, c'è sempre più filo che si aggiunge senza però che quello precedente scompaia. Esso, infatti, resta solamente nascosto dal nuovo filo e il gomitolo, nella sua interezza, non potrebbe esistere senza quel filo racchiuso in precedenza. Nello stesso modo la valanga nasce dal distaccamento di una certa quantità di neve, che inizia a rotolare, accumulando sempre più neve senza che quella di partenza venga persa. Nel tempo reale, quello vissuto, quello della coscienza, non c'è mai nulla che viene perso.
Perchè iniziare un'articolo su un fumetto con una riflessione di questo tipo? La risposta sta nel fatto che parlare di Essex County di Jeff Lemire, un tomone di 500 e passa pagine pubblicato dalla panini ad Aprile di quest'anno, vuol dire, a mio avviso, fare i conti innanzitutto con il nostro tempo vissuto e il suo perenne intreccio di memoria e coscienza.
Jeff Lemire, canadese, classe 1976, con quest'opera rende omaggio alla contea di Essex in Ontario, il suo luogo di nascita. Essex County si compone di tre racconti intitolati rispettivamente : "I racconti della fattoria", "Storie di Fantasmi", "L'infermiera di Campagna", che inizialmente erano stati pubblicati in tre libri separati.
Il primo racconto ci presenta Lester, un ragazzino con una gran passione per i fumetti e i Supereroi, cresciuto nella fattoria di suo zio Kenny dopo la morte della madre. Lester porta sempre un mantello e una maschera, proprio come un supereroe, ed è in attesa di una misteriosa invasione aliena. Lester si diverte anche a giocare al fiume con Jimmy, un ex giocatore di Hokey che ora gestisce un negozio.
Il secondo racconto ci narra invece la storia di Vince e Lou attraverso i dolorosi e confusi ricordi di quest'ultimo. Vince e Lou, fratelli inseparabili, formavano un team formidabile nella squadra di hokey dei Grizzlies, ma poi saranno divisi dal comune amore per Beth, dal richiamo della fattoria di famiglia e dal sogno di sfondare nella NHL, fino a diventare due anziani solitari e risentiti.
L'ultima storia segue invece le vicende di Anne, che vive sola con suo figlio, si occupa degli anziani della contea e ha uno oscuro passato alle spalle.





Tre storie apparantemente distinte, ma che in realtà aprono lo sguardo su un'unica rete di relazioni familiari che, come l'abero che fa da sfondo alla copertina, affonda le sue radici nel terreno comune della Contea di Essex, vero protagonista silenzioso e pervasivo di tutta la Graphic Novel.
Lemire, come dice bene Darwin Cooke nella sua prefazione, sembra "un uomo tormentato", nel senso che dalle sue pagine si estrinseca costantemente un insieme di ricordi, che come un leggero moto magmatico affiorano per un attimo alla consapevolezza per poi rimescolarsi nel flusso interiore, rivelando a sprazzi i caratteri esistenziali delle tipologie umane. Ci sono dolore, malinconia e rimpianto, ma l'autore non si lascia mai andare alla melodrammaticità mielense, non c'è mai esagerazione e proprio per questo le sue storie ci smuovono nel profondo e ci restano dentro come elementi della nostra vita quotidiana. Con uno stile di narrazione semplice e fluido, Lemire, fa partire le vicende da eventi innoqui e apparentemente sconnessi tra loro, inserisce il lettore in storie di vita comune apparentemente prive di ogni rilevanza, ma che nel quadro complessivo vanno ad alimentare un precipitato di frammenti che acquista significato e in questa sua capacità, così cristallina e toccante, non ha nulla da invidiare a Raymond Carver o a Richard Ford.
I dialoghi sono scarni e minimali, ma c'entrano sempre il bersaglio, preparandoci a silenzi toccanti dove sono i "fantasmi della memoria" a "parlare" attraverso immagini sfuggevoli, sovrappossizioni di elementi percettivi effimeri  e nostalgici, che guidano il flusso interiore dei protagonisti e ci conducono nei meandri delle loro esperienze passate, piano piano, fino a scoprire quel filo nascosto di cui ci parlava Bergson.




Lo stile di disegno di Jeff Lemire è molto particolare. Aprendo il volume per la prima volta si ha l'impressione di trovarsi davanti ad uno Storyboard: le figure sono appena schizzate, caratterizzate da un tratto sfuggente, stilizzato e sporco basato su un forte contrasto tra bianco e nero di grande impatto visivo. Le inquadrature e le sequenze narrative sono efficacissime e originali, la narrazione, in questo modo, strizza costantemente l'occhio alla produzione cinematografica. Lemire, infatti, ad esempio, sceglie toni più chiari quando ci mostra i ricordi che affiorano per breve tempo nella mente dei personaggi, dandoci l'impressione di esperienze sfocate, proprio come in alcuni film dove le sequenze di ricordo o di sogno hanno atmosfere meno nitide rispetto alla realtà presente della vicenda. Inoltre fa un utilizzo ripetuto del primo piano a stringersi, proprio come lo zoom della macchina da presa, che si avvicina progressivamente ad un particolare, per esempio gli occhi di un personaggio, per poi trasfigurarlo nella sequenza successiva, segnando spesso la transizione a tempi di versi della vicenda e guidando il passaggio narrativo con fluidità e grande trasporto emotivo. Questa abilità di padroneggiare così sapientemente il medium fumettistico, facendolo intrecciare funzionalmente con altri linguaggi espressivi permette all'autore di suscitare nel lettore gli effetti emotivi desiderati rapendolo con dolcezza negli stati d'animo dei protagonisti. 





Le soluzioni grafiche dell'autore, oltre ad essere eccellenti per la narrazione, ci restituiscono in modo veramente meraviglioso l'atmosfera della sua terra natale, che, come ho già detto, può essere considerata il grande protagonista dell'opera. Le fattorie, i laghi ghiaggiati, le partite di Hokey, il freddo, la neve, le distese rurali e le città grandi città a cui si contrappongono, tutto viene impresso come uno scenario mitico, dove i personaggi si muovono e intrecciano le loro storie.
Per concludere, Essex County, è un'opera grandiosa, lo dimostrano tutti premi che ha vinto, il fatto che sia stata inserita nei romanzi fondamentali della letteratura canadese del decennio, ma soprattutto lo dimostra il fatto che, una volta ultimata la lettura, le sue immagini e le sue emozioni continuino a riaffiorare davanti agli occhi e alla mente, come fantasmi che ormai fanno parte della nostra memoria e non se ne andranno mai, nonostante lo scorrere del tempo, degli spazi e degli eventi.