domenica 26 ottobre 2014

Sweet Tooth





La Distopia secondo Jeff Lemire




Quante volte a proposito del nostro presente sentiamo pronunciare la parola “crisi”? Crisi economica, crisi ambientale, crisi sociale, crisi dei valori, crisi delle certezze. Il nostro tempo, quello della post-modernità, della biocibernetica, della liquidità professionale, emotiva e identitaria sembra sempre essere sull’orlo di una catastrofe che nell’immaginario globale assume, di volta in volta, forme e scenari differenti. Ci immaginiamo come potrebbe essere il mondo dopo il crollo totale del nostro sistema economico, quali potrebbero essere gli effetti di una guerra globale, quali conseguenze potrebbe portare la progressiva innervazione tecnica, soprattutto dal punto di vista riproduttivo e identitario, cosa potrebbe succedere all’esaurimento delle risorse energetiche del pianeta, quali potrebbero essere gli effetti di un’epidemia globale. Insomma, credo si possa dire che, attualmente, la nostra mente viva a stretto contatto con un ampia gamma di “distopie” e che, date reali possibilità e situazioni, queste siano forse più vicine e immaginabili rispetto al passato.
Alla luce di tutto ciò non mi sorprende che anche all’interno della produzione mediale, dalla letteratura al cinema, dai fumetti ai videogiochi, la tematica distopica stia attualmente avendo un gran numero di trasposizioni, incarnazioni ed interpretazioni. Il presente è incerto, i rischi sono tanti e il futuro fa paura in molti modi, stimolando così la macchina letale dell’immaginazione.
Al fascino spaventoso di questo gioco di fantasia non è stato certamente indifferente Jeff Lemire che con la sua serie Sweet Tooth, pubblicata in Italia da Rw Lion e arrivata ad ora al suo quarto volume, inserendosi a pieno nel solco di opere letterarie come “L’ombra dello scorpione” di King o “La Strada” di Cormac McCarthy, mette in scena una nuova visione post-apocalittica del destino dell’umanità.





L’incipit dell’opera di Lemire è semplice ed efficace. Fin dalle prime pagine scopriamo che un’ epidemia, l’ “Afflizione”, ha sterminato miliardi di persone e gli unici bambini nati da allora sono una razza ibrida tra uomini e animali. Uno di questi è il giovane Gus, un ragazzino metà umano metà cervo, che dopo l’epidemia ha sempre vissuto al sicuro con suo padre in una piccola casa nel bosco. Gus non si è mai allontanato da quel luogo e il padre lo ha sempre protetto. Bisogna infatti sapere che i bambini come Gus sono gli unici esseri, ad avere una traccia di umanità,  refrattari al virus dell’Afflizione e per questo sono ricercati dai cacciatori di taglie. Tutti vogliono scoprire quale sia il segreto della loro immunità. Il padre di Gus fa di tutto per tenere suo figlio nascosto ai pericoli del mondo, ma egli deve lottare contro l’Afflizione dentro di lui che, inesorabilmente, lo colpisce portandolo alla morte. Il ragazzo-cervo si ritrova dunque da solo nel bosco, fino a quando alcuni cacciatori non lo troveranno. Tutto sembra perduto per il povero Gus, ormai braccato, quando all’improvviso appare Jepperd, un uomo enorme e dai modi violenti, che mette fuori gioco i cacciatori e si propone di aiutare il ragazzo a raggiungere “La riserva” , un posto dove gli ibridi possono vivere in tranquillità. Quale sarà il destino di Gus? La Riserva esisterà davvero o sarà solo un inganno? Chi è Jepperd? Perché vuole aiutare Gus?


Sweet Tooth è un’opera dai toni cupi, malinconici, grotteschi e a tratti bizzarri. Al contrario di molte vicende narrative che partono dagli ambienti cittadini per delineare la propria distopia, Lemire parte dall’America rurale. Non ci troviamo dunque di fronte ad una metropoli in rovina, assediata dalle erbacce e dai rottami, dove gruppi di sopravvissuti cercano di sfuggire al contagio e di sopravvivere con la forza, ma in un bosco, dove il nostro protagonista vive al riparo da ciò tutto ciò che è successo, ignaro della tragedia e immerso nella visione mistico-religiosa inculcatagli dal padre. Tuttavia, questa non è una storia dai toni dolci e il ragazzo è costretto ben presto ad uscire dall’ovattato rifugio del padre per affrontare i pericoli del mondo. Lemire attraverso immagini d’impatto e testi intimisti, dotati di grande lirismo ed efficacia, ci mostra da subito l’ingenuità di Gus, bambino-ibrido, alle prese con un universo vastissimo, fatto di personaggi mostruosi ai suoi occhi, di cui è difficile giudicare le vere intenzioni. Eppure il ragazzo non sembra mosso dalla paura, ma da una timida curiosità perché, alla fine, “il mondo non è così cattivo come diceva papà” o forse è ancora più cattivo, ma non c’è modo per dirlo se non quello di provare a viverlo. La vicenda di Gus assume quindi da subito le sfumature di un viaggio di formazione, uno scontro con la realtà che lo porterà sicuramente a crescere e a confrontarsi con se stesso e con tutte le credenze maturate nella sua infanzia. 


Insieme alla scelta di far partire la vicenda dall’America rurale storicamente sede, sia in lettura sia in cinematografia, di torbide e violente pulsioni nascoste sotto la patina di semplicità e genuinità, si trova la trovata narrativa dei bambini-ibridi, stratagemma sicuramente interessante e ricco di rimandi al nostro presente. Ad una prima lettura si può sicuramente dire che Lemire ci mostra subito il tema classico dell’ingenuità dei più piccoli che può essere sfruttata da individui senza scrupoli. Non a caso la prima volta che Gus si allontanerà dal rifugio paterno sarà per raccogliere una barretta di cioccolato e Jepperd, il suo enigmatico “salvatore”, cercherà di rompere il ghiaccio tra loro proprio offrendogli un’altra barretta di cioccolato. E’ lo stilema del dolciume che attira i più piccoli, l’offerta innocente che può nascondere un pericolo che agli occhi dei bambini è inimmaginabile. Tuttavia, “l’ibrido”, non solo accentua con il bizzarro il tratto di perifericità alla società adulta già presente nel bambino, ma ci porta a ragionare anche su altre tematiche. Prima fra tutte, ovviamente, quella dell’identità di genere. L’idea di modificazioni e innesti genetici che possano mettere in crisi le storiche divisioni di generi è ormai un terreno di riflessione molto fertile, soprattutto dopo gli ultimi enormi sviluppi della biotecnologia. L’ibrido è quindi l’immagine di un futuro che va verso una progressiva innervazione tecnologica e Lemire, andando oltre l’immagine del cyborg “meccanico”, ci mostra il risultato di un ibridazione profonda, sottocutanea, genetica. Ecco che le immagini mitologiche degli ibridi animali acquisiscono ora un’ aura sempre meno metaforica e sempre più reale data dalle reali possibilità della biotecnologia. E’ una distopia nella distopia, è un’umanità devastata che vede già l’alba di un nuovo corso, una strada che forse la porterà ad essere tutt’altro da quello che era prima. Inoltre, il fatto che gli ibridi in Sweet Tooth siano “uomini-animali”, è sicuramente una connessione forte anche alla tematica ambientale e ad una storia che, dopo la catastrofe, sembra virare verso una condizione di maggior primordialità attraverso un avvicinamento al mondo animale.


Passando ora agli aspetti più formali legati all’impostazione narrativa dell’opera si può dire che Lemire, come di consueto, imposta le tavole con un forte taglio cinematografico, utilizzando le immagini come se al posto di una matita avesse in mano una cinepresa. Primi piani, zoom, carrellate veloci, stacchi improvvisi. Tutto questo si adatta perfettamente con la molteplicità dei ritmi narrativi che l’autore riesce sempre a coordinare in modo sapiente. Si passa, infatti, da scene intimiste e riflessive a sequenze d’azione estremamente concitate, dove l’autore riesce a far esplodere una violenza improvvisa.
Parlando ora dell’aspetto prettamente grafico, il tratto dell’autore è grezzo e nervoso, a prima vista abbozzato e quasi sgradevole, ma, in realtà, estremamente espressivo ed efficace. Jeff Lemire si concentra spesso, come in altre opere quali Essex County o Il Saldatore Subacqueo, sull’espressione facciali dei suoi personaggi, dando estrema attenzione agli sguardi e ai particolari, intrecciando relazioni, connotazioni e confronti dalle quali emergono continuamente una pluralità di vibrazioni emotive. I colori di Villarubia contribuiscono a dare al fumetto toni crepuscolari per le parti più intime, lanciandosi poi in improvvise esplosioni nelle sequenze action con inserti acidi di rossi, gialli e arancioni. Sangue, fuoco, pugni, mazzate, fuoco e pistole che sparano.
In conclusione, Sweet Tooth è un’opera estremamente valida. Per ora ho letto solo il primo volume, ma posso già dire di esserne stato colpito, sia per quanto riguarda la narrazione, i contenuti e lo stile grafico. Jeff Lemire si riconferma uno sceneggiatore di tutto rispetto e un autore da un tratto unico e personalissimo. L’unico appunto degno di nota, a mio parere, è la non eccelsa edizione della Lion, con una qualità di stampa appena sufficiente, tuttavia, a parte questo, Sweet Tooth merita certamente di essere letto. Consigliato.

lunedì 6 ottobre 2014

Solanin




La difficoltà di diventare adulti (e di provare ad essere felici)



Ho iniziato ad appassionarmi ai fumetti alle scuole medie e ho iniziato con i manga. Mi piacevano Dragon Ball e i cartoni giapponesi e perciò iniziai la mia  avventura nel mondo delle nuvolette cartacee facendo scorpacciate di quei libretti in bianco e nero dalle figure squadrate, che i miei genitori si ostinavano a guardare con sospetto, soprattutto perché si leggevano al contrario. Ricordo che a quel tempo schifavo i fumetti occidentali perché non mi stavano particolarmente simpatici i supereroi, li trovavo noiosi e perciò la scelta era obbligata: il Giappone. Posso dire che tutto partì da lì, dal Giappone, da quel mondo lontano che trasudava da ogni immagine che passava sotto le mie dita e davanti ai miei occhi.
Con il passare del tempo il mio pensiero è cambiato. Ora mi piace il fumetto occidentale. Ho imparato che i supereroi sono solo una minima parte della sua produzione e che, anche all’interno dello stesso genere supereroistico, si trovano opere meravigliose. Tuttavia i manga rimangono il mio primo amore e non ho mai smesso di leggerli. Ci sono tantissimi manga che ho amato e un numero considerevole di autori che apprezzo, primi fra tutti, Osamu Tezuka, Jiro Taniguchi, Naoki Urasawa, Hideo Yamamoto e Tsutomu Nihei, ma ce ne è uno che forse sento più vicino di ogni altro. Mi riferisco ad Inio Asano, classe 1980.
Inio Asano è l’ esponente di punta della new wave del fumetto nipponico. Di lui ho letto varie opere, tra cui: "What a wonderfull world!", "Il campo dell'arcobaleno", alcuni numeri di "Buonanotte Pun Pun" e "La città della luce". Proprio quest’ultimo volume, uscito nel 2005 in Giappone e arrivato in Italia nel 2007 grazie alla collana Manga San della Kappa edizioni, è il primo manga di Asano che ho avuto il piacere di leggere. Il suo stile di disegno e di narrazione mi hanno immediatamente colpito e mi hanno spinto ad approfondire la sua produzione, portandomi ad acquistare gli altri volumi pieno di grandi aspettative che, fino ad ora, sono sempre state appagate.
In questo articolo andrò dunque a parlare dell’ultimo manga di Asano che ho letto, ovvero Solanin. L’opera in questione, arrivata in Italia nel 2005, insieme al già citato “What a wonderfull world!”, è stata da subito apprezzata sia dal pubblico che dalla critica, arrivando, in seguito,  a ricevere una nomination agli Eisner Awards nel 2009 e a diventare un film per il grande schermo nel 2010. Già da questi primi dati iniziali si potrebbe intuire la qualità di questa lettura e il proseguire del mio umile commento non farà altro che rafforzare il giudizio positivo nei suoi confronti.



Solanin è la storia di due ragazzi, Meiko e Naruo (Taneda), che, finita da due anni l’università, si trovano a dover fronteggiare la vita da adulti con tutti i suoi problemi, le sue incertezze e le sue paure. I due, impegnati in una relazione da ormai sei anni, convivono in un piccolo appartamento di Tokio cercando di sbarcare il lunario come possono, provando a non pensare troppo al futuro e facendosi forza con l’affetto del loro rapporto. Naruo è la figura che,  dapprima, ci sembra essere più sognatrice e immatura tra i due. Egli, infatti, ha un lavoro part-time come illustratore per una rivista e nel tempo libero suona in una rock band con i suoi vecchi amici di università. La sua mentalità non pare essere troppo cambiata da quando era uno studente e Naruo non può che sentire i nuovi pesi, esistenziali e pratici, che porta con se il passaggio all’età adulta: la necessità di imboccare un progetto di vita sempre più definito e di raggiungere una vera autosufficienza economica.
Meiko, invece, a differenza di Naruo, sembra già essere più responsabile. La ragazza lavora come impiegata a tempo pieno in un’azienda e, nonostante il lavoro non le piaccia, cerca di tenere duro al fine di mantenersi e poter così rimanere a vivere a Tokio con il suo ragazzo. Questo precario equilibrio crollerà quando Meiko, decidendo di seguire il suo cuore piuttosto che la sua testa, sceglierà di licenziarsi.
L’evento segnerà profondamente la relazione tra i due ragazzi che si troveranno, per la prima volta, a doversi davvero confrontare con l’età adulta e con le conseguenze delle proprie scelte, sia nell’ottica del presente che in quella futura. Meiko compie la sua decisione nel tentativo di ritrovare una libertà che ormai gli mancava da troppo tempo, ma questa sensazione liberatoria dura molto poco, lasciando ben presto spazio alla noia e alla paura per quello che verrà. Naruo, al contrario, data la nuova situazione creatasi, è portato ad una maggiore responsabilità che, piano piano, sembra traghettarlo da una visione esistenziale legata ancora al mondo della giovinezza ad una condizione di maggior maturità. Tuttavia, proprio quando i ruoli tra i due paiono essersi invertiti, Naruo, spinto dalla stessa Meiko, decide anch’egli di licenziarsi e di seguire a tempo pieno il sogno di fare musica. Un reset totale, un colpo di spugna per riflettere sulle proprie aspirazioni, sulla natura del proprio rapporto, su ciò che è importante e ciò che è tralasciabile. 



Quello che Asano ci mostra immediatamente, come in molti altri  suoi lavori, è la forza prorompente e ineludibile dell’aspirazione ad essere felice che accompagna ogni animo umano, soprattutto nella giovinezza. E’ proprio su questa questione che si giocherà la partita tra Meiko e Naruo che, senza svelare di più sull’intreccio, sarà un delicatissimo e commovente affresco esistenziale, un ritratto generazionale ed epocale che non potrà lasciare indifferente ogni lettore che accetterà di farsi trascinare nei panni dei suoi protagonisti.
Inio Asano, con Solanin, si dimostra forse ai massimi livelli all’interno della sua produzione, ponendosi, ancora una volta, come uno straordinario narratore della società giapponese e della liquidità post-moderna del nostro presente. I suoi personaggi, continuamente “in ricerca”, sballottati tra quelli che uno scrittore come Douglas Coupland chiamerebbe “McJob”, vivendo perciò come “freeter”, senza un progetto di vita sicuro, sono l’emblema di una generazione spesso sovra-istruita, forzata ad essere perennemente giovane, cresciuta nel mito utopico della libertà e trovatasi di colpo a doverne sopportare il terribile peso. E’ all’interno di questa insicurezza che sembra pervadere ogni cosa, che affiorano con forza i sentimenti e l’importanza delle relazioni.  Gli slanci di emotività e gli affetti, infatti, finiscono per ergersi ad unica e timida bussola nel mare di nebbia della post-modernità, condizionando le scelte e tracciando i percorsi che ogni protagonista di Solanin, così come capita spesso alle persone nella vita comune, cerca di intraprendere nella speranza di trovare, finalmente, la chiave per essere felice.


Passando ora all’aspetto prettamente grafico, posso dire che Solanin mette in mostra tutta la bravura nel disegno e nella composizione delle tavole tipica di Inio Asano. Il tratto dell’autore è estremamente pulito e realistico, ogni personaggio è caratterizzato in maniera precisa e accurata e gli ambienti brulicano di particolari. Asano riesce ad adattare ottimamente il suo stile ad ogni tipo di situazione, passando dai momenti più concitati a quelli più riflessivi con estrema fluidità. Le inquadrature e le scelte compositive sono di taglio fortemente cinematografico e riescono ad essere sempre espressive ed efficaci, pur non perdendo mai funzionalità per la narrazione.
In conclusione, Solanin è un must per tutti gli amanti di Inio Asano, ma anche per tutti quelli che vogliono leggere un manga di qualità, complesso e stratificato nelle tematiche e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi, ma anche dotato di estrema fluidità nella narrazione e di gradi capacità di intrattenimento. Insomma, un’opera che saprà coinvolgervi, intrattenervi e, sicuramente, emozionarvi.


lunedì 29 settembre 2014

Corpicino


Un’analisi acuta e parodica sulla cinica speculazione mediatica di un fatto di cronaca nera.






Tuono Pettinato è certamente uno dei fumettisti nazionali che più apprezzo. Tuono è uno dei rappresentanti degli ormai celebri Fratelli del cielo (ex Superamici), un’associazione di fumettisti molto diversi tra loro, sia per stile grafico che narrativo, ma tutti accomunati da una grande consapevolezza della complessità e della versatilità del medium fumettistico.

Tra i Fratelli del cielo ( Dr. Pira, Ratigher, Maicol e Mirco), Tuono Pettinato è  l’elemento forse più erudito, capace di parlare con ironia e profondità di personalità e tematiche di grande importanza. A questo proposito, si possono ricordare le sue opere biografiche  dedicate a Garibaldi, Galileo e Alan Turing, dove l’autore ha affinato le sue doti narrative all’interno di un genere ben definito. Un altro elemento che sicuramente caratterizza lo stile e i temi affrontati da Tuono è la grande attenzione per la cultura popolare e la capacità di mischiare riferimenti  e citazioni appartenenti ad  aree speculative molto diverse fra loro. Di questa capacità l’autore da prova continuamente attraverso il suo lavoro vignettistico su Fumettologica e in questo 2014, con la sua graphic  novel  “Nevermind”, ci ha parlato di una delle icone più importanti degli anni 90’ come Kurt Cobain  attraverso un ritratto così colto, commovente e delicato da farne, a mio parere, una delle opere fumettistiche italiane più interessanti dell’anno corrente.

Come si può facilmente comprendere dalla breve introduzione in cui esprimo la mia stima per Tuono Pettinato, in questo articolo andrò proprio a parlare di una sua opera, forse di quella che in assoluto mi ha colpito di più all’interno della sua produzione. Mi sto riferendo a “Corpicino”, graphic novel pubblicata nel 2013 dalla GRRRzetic  con un’edizione davvero pregevole.

Il “Corpicino” a cui allude il titolo è quello del piccolo Marcellino Diotisalvi, un bambino trovato assassinato in un bosco. Il caso, come da copione, diventa un pietoso evento mediatico, acquisendo immediatamente  risonanza all’interno dell’opinione pubblica e nell’ambito delle testate giornalistiche subito pronte a seguire, per filo e per segno, lo svolgersi delle indagini. Proprio a questo proposito il lettore fa presto la conoscenza di Martinelli, giovane reporter di cronaca nera, intenzionato più che mai  a seguire con piglio oggettivo la vicenda, nel nome della verità e dell’obbligo dell’informazione imparziale che dovrebbe caratterizzare il suo mestiere. Tuttavia, nonostante i sinceri sforzi del giornalista, i suoi superiori lo accusano continuamente di non essere abbastanza truce e sensazionalista come il pubblico desidererebbe. Martinelli si trova così in un dilemma etico e professionale, sbattendo la faccia contro le pressanti richieste dei suoi datori di lavoro e scontrandosi continuamente con i suoi valori morali. A confortare il giovane Martinelli ci saranno, tuttavia, i preziosi consigli del professor Giraldi, un anziano criminologo che, attraverso le sue riflessioni, farà luce sull’intrinseco legame tra violenza e sacralità, portando il giornalista ad interrogarsi sulla natura rituale dell’omicidio e sull’aura sacrale che circonda tanto la vittima quanto la figura del colpevole. Chi avrà ucciso il piccolo Marcellino? Come si evolverà il caso? Quale saranno le reazioni della stampa e dell’opinione pubblica?





Tuono Pettinato con “Corpicino” riflette sulla cinica e spietata speculazione dei media sui fatti di cronaca nera. L’autore espone con estrema lucidità i meccanismi mediatici che alimentano la morbosità collettiva per la tragedia, trasformandola in una sorta di soap opera televisiva e dando il via a comportamenti voyeouristico- consumistici, come il cosiddetto turismo dell’orrore. Basta pensare alle centinaia di persone che si sono recate a vedere il relitto della Concordia o a quelle che assediano i perimetri delle “case dell’orrore” in occasione del “massacro di turno” per renderci conto dell’importanza del fenomeno.

L’argomento affrontato dall’autore, come palesemente intuibile, non è di certo dei più facili da trattare, soprattutto mantenendo costantemente una tagliente ironia senza perdere di vista la profondità e la complessità socio- culturale del problema. Tuono, tuttavia, riesce pienamente in questo intento .  Sono molti gli elementi, sia contenutistico sia formali, che contribuiscono a dar vita ad un mix intelligentissimo e vincente. Una delle prime cose che mi viene da citare è l’astutissimo accorgimento stilistico che l’autore adotta per da sfogo alla sua inconfondibile vena parodistica: per tutto il racconto, nella parte bassa delle pagine, scorre una banda breaking news in stile notiziario. In questa striscia Tuono può sbizzarrirsi in una gran quantità di battute al vetriolo sulle assurdità della cronaca e dell’informazione. Con questo espediente l’autore aggiunge un elemento di critica satirica all’interno del volume, dando vari spunti, ma senza appesantire o sviare dal tema principale dell’opera. Tuttavia, l’ironia Tuonesca, non è certamente relegata alla sola striscia “stile Tg”, ma, al contrario, si scaglia violenta e implacabile contro tutti gli elementi del racconto. Viene  criticata l’ipocrisia dei perbenisti ad ogni costo, la sterile elucubrazione degli intellettuali da Talk Show, il sensazionalismo ingenuo della folla, il fanatismo idolatra, fino alle manie complottiste che pervadono sempre ogni fatto di cronaca.



Oltre alla gestione della carica ironica, altro elemento sicuramente apprezzabile è la scelta di affidare la riflessione teorica alla figura del Prof Giraldi evitando, in questo modo, la pesantezza di una spiegazione fuori dalla narrazione, ma non mancando di approfondire gli elementi  antropologici, sociologici e filosofici legati all’omicidio come rito sociale, in cui vittima sacrificale e carnefice acquisiscono un’aura sacrale indispensabile per la coesione collettiva.

La vittima sacrificale è necessaria alla società, il suo sacrificio assume un valore totemico in cui essa si riconosce. Serve sempre un capro espiatorio in cui riversare tutte le tensioni comuni ed è proprio questa l’utilità sociale dell’omicidio. Nell’antichità la vittima sacrificale era il mostro, ciò che rappresentava l’incarnazione di tutti i mali e perciò, di comune accordo, andava ucciso per redimere la comunità. Con il cristianesimo, invece, la vittima si è fatta innocente. Essa è una creatura pura che, attraverso la sua morte ingiusta, assume su di se i peccati di un’intera comunità.

 Il caso di cronaca nera spesso non ha caratteristiche molto diverse da questi antichi rituali. In “Corpicino”, Marcellino Diotisalvi rappresenta la vittima innocente, il bambino che viene barbaramente ucciso . Come conseguenza di ciò, la comunità non vede l’ora di alzarlo a qualità di santo martire e, corrispettivamente, riversare tutta la sua ira sul colpevole dell’omicidio (o sul presunto tale).

Nell’omicidio tutta la tensione e la violenza che serpeggia tra i membri di una società si rivolge in un fatto che da solo è in grado di convogliarle tutte al suo interno, liberando, almeno per un poco, le persone dai propri istinti e dalle proprie paure. Una volta che il rito dell’omicidio si è compiuto la comunità è libera di disporre dei suoi due artefici a suo piacimento. L’omicida diventa il mostro da ripudiare, la vittima il sacro da venerare. Non c’è Gesù senza Giuda, non c’è vittima senza carnefice.




Tra i pregi maggiori di quest’opera di Tuono Pettinato c’è proprio la sua capacità di analizzare in profondità il fatto di cronaca nera, trattandolo alla stregua di un polo ambivalente in cui si attorcigliano istanze diacroniche legate al suo carattere ancestrale-rituale e sincroniche, più legate  all’assetto mediatico presente.

In conclusione, “Corpicino” è un’opera preziosa, ironica e delicata, ma anche spietata e dotata di una carica critica davvero straordinaria. Alla fine della lettura sembra davvero impossibile non stare fermi ad interrogarsi sulla complessità dei meccanismi sociali che viviamo ogni giorno, sull’assurdità di una pornografia del dolore che, tuttavia, pare essere così necessaria alla stessa coesione della comunità.